CHAPTER 1:
Part 1
Alle tre del mattino, in una stazione di servizio abbandonata con annesso motel lungo la Strada Statale 10, mia moglie Giulia mi ha guardato fisso negli occhi e ha detto che non mi aveva mai sopportato.
Le luci al neon del distributore AGIP facevano un ronzio fastidioso.
Il cartello arrugginito dondolava nel buio della notte piovosa.
Eravamo partiti da Milano alle dieci di sera per raggiungere la nostra casa al mare a Rimini.
Avevamo caricato i bagagli sulla nostra Fiat Tipo grigia.
Sui sedili posteriori dormivano i nostri due figli, Lorenzo di sette anni e Sofia di nove.
Giulia aveva insistito per guidare lei per la prima parte del viaggio.
“Ho bisogno di sgranchirmi le gambe,” aveva detto lasciando l’appartamento in Via Padova.
Aveva guidato in silenzio per quasi due ore senza accendere la radio.
Io ero rimasto con lo sguardo fisso fuori dal finestrino a guardare l’autostrada scura.
Poi aveva improvvisamente imboccato l’uscita per una strada secondaria deserta.
Aveva spento il motore proprio davanti a quel motel diroccato e coperto di graffiti.
“Perché ci siamo fermati qui?” le avevo chiesto slacciando la cintura di sicurezza.
“Dobbiamo fare quattro chiacchiere io e te,” aveva risposto lei con un tono di voce freddo.
Non aveva mai usato quel timbro metallico con me in dodici anni di matrimonio.
“I bambini stanno dormendo, andiamo avanti e parliamo domattina,” avevo insistito io.
“I bambini non c’entrano niente con quello che ti sto per dire,” aveva replicato lei.
Si era tolta la fede nuziale dal dito anulare sinistro.
L’aveva appoggiata lentamente sul cruscotto della macchina accanto al tagliando dell’autostrada.
“Ecco, tieni. Non mi serve più,” aveva mormorato indicando il piccolo anello d’oro.
Io avevo fissato quel cerchietto metallico illuminato dalla luce intermittente dell’insegna.
Un brivido gelato mi aveva percorso la schiena dalla nuca fino ai talloni.
“Giulia, smettila di fare la scema e accendi questo motore,” le avevo ordinato io.
“Non sto scherzando per niente, Marco,” aveva detto lei voltandosi di scatto verso di me.
Le sue pupille erano dilatate nel buio dell’abitacolo.
“Io me ne vado. E tu non mi vedrai mai più,” aveva aggiunto aprendo la portiera.
La portiera della Fiat si era spalancata sbattendo contro il montante di ferro.
Il vento freddo della notte era entrato di colpo nell’auto svegliando Lorenzo nel sedile posteriore.
“Papà, siamo arrivati al mare?” aveva domandato il bambino strofinandosi gli occhi assonnati.
Giulia era già scesa e camminava a passo svelto verso l’ingresso buio del motel.
Un’altra macchina, una BMW nera senza fari accesi, era sbucata all’improvviso dal retro della stazione di servizio.
Il motore della BMW aveva fatto un rombo sordo prima di fermarsi a pochi centimetri da Giulia.
La portiera della BMW si era aperta e ne era sceso un uomo con un cappotto scuro calato sulla fronte.
Giulia era salita di corsa su quell’auto senza voltarsi indietro neanche una volta.
La BMW era partita sgommando sull’asfalto bagnato, scomparendo nella nebbia della statale in meno di dieci secondi.
Io ero rimasto immobile sul sedile del passeggero con la mano ancora tesa verso la maniglia.
Il seguito di questa storia è nel primo commento, perché è lì che ho iniziato a scoprire chi c’era veramente dietro a quella fuga.
Part 2
Il silenzio nell’abitacolo era diventato assordante dopo la partenza della BMW.
“Papà, dov’è andata la mamma?” ha chiesto Lorenzo dal sedile posteriore con un fil di voce.
Sofia si è mossa nel sonno, tirandosi la coperta fino al mento senza svegliarsi del tutto.
Io non riuscivo a staccare gli occhi dal punto in cui la nebbia aveva inghiottito quell’auto scura.
Il motore della nostra Fiat Tipo continuava a girare al minimo con un sibilo regolare.
Ho slacciato la cintura di sicurezza con le dita intorpidite e ho aperto la portiera.
La pioggia sottile bagnava l’asfalto riflettendo la luce tremolante dell’insegna AGIP.
Mi sono diretto a piedi verso l’ingresso buio del motel diroccato dove Giulia era sparita pochi istanti prima.
Sotto il portico di cemento sgretolato c’era una pozzanghera scura e un vecchio carrello della spesa arrugginito.
Ho spinto la porta a vetri semiaperta che cigolava sui cardini storti.
All’interno la sala d’attesa era completamente buia e odorava di muffa e polvere vecchia.
Sulla reception di legno compensato c’era un mazzo di chiavi con un portachiavi di plastica numerato.
Accanto alle chiavi spiccava una busta bianca intestata con il mio nome e cognome scritto a mano.
Le mie dita tremavano mentre afferregavo quel foglio spesso tra le mani.
L’ho strappato con uno scatto secco tirando fuori un unico foglio di carta protocollo.
Sotto la luce fioca che filtrava dall’insegna esterna ho letto le prime righe scritte con la calligrafia precisa di mia moglie.
La lettera diceva che sapeva tutto dei prelievi segreti fatti dal nostro conto cointestato negli ultimi sei mesi.
CAPITOLO 2: La chiave inglese e la prima crepa
Presi la grossa chiave inglese dal pianale del furgone. Il rumore metallico ruppe il silenzio tombale di quel piazzale di servizio abbandonato sulla Strada Statale 10.
Marco sollevò lo sguardo, gli occhi iniettati di sangue che riflettevano la luce arancione della mia torcia. Si aggrappava al passaporto falso come se fosse l’unica ancora di salvezza rimasta al mondo.
“Non farlo, Matteo,” gracchiò la voce di Marco, roca per la paura e per la polvere respirata durante la fuga.
“Dov’è il resto, Marco?” dissi, senza abbassare l’attrezzo.
“Quale resto? Ti ho detto che non c’è altro,” mentì lui, spostando il peso da un piede all’altro con uno scatto nervosissimo.
“Non prendermi in giro. La contabilità segreta dello studio non era nella cassaforte,” dissi, facendo un passo avanti sul cemento incrinato.
“Te l’giuro sulla tomba di mia madre, è tutto qui quello che sono riuscito a prendere prima che arrivassero loro,” urlò Marco, sbattendo una mano aperta contro il cofano arrugginito della sua utilitaria.
“Tua madre sta benissimo e vive a Cremona, smettila con questa farsa,” replicai, stringendo la presa sul metallo freddo.
“Se ti dico dove sono i cinquantamila euro nascosti, mi lasci andare in Francia?” implorò Marco, le dita che tremavano visibilmente attorno al passaporto.
“Prima mi dai la chiavetta USB con i file originali, poi parliamo del resto,” dissi, indicando la tasca interna della sua giacca sportiva.
“Tu non capisci, se do a te quella chiavetta, i due uomini che ci inseguono da Piacenza ci ammazzeranno prima dell’alba,” gemette Marco, indietreggiando fino a sbattere contro la pompa di benzina disattivata.
“I due uomini sono arrivati a causa tua e dei tuoi debiti di gioco con la mafia locale, non scaricare la colpa su di me,” dissi, piantandogli gli occhi addosso.
Marco deglutì a fatica, il pomo d’adamo che sobbalzava furiosamente sotto il bavero della felpa.
“Va bene, va bene… la chiavetta è nel vano portaoggetti, sotto i tappetini,” cedette lui, con un rantolo di resa.
CAPITOLO 3: L’ombra sul parabrezza
Feci cenno a Marco di stare fermo mentre mi avvicinavo all’utilitaria con la torcia accesa. Il fascio di luce tagliò l’abitacolo polveroso, illuminando cartacce appallottolate e lattine vuote di birra.
Allungai la mano destra verso il cassetto portaoggetti, tenendo d’occhio Marco nello specchietto retrovisore esterno. Le sue scarpe da ginnastica batterono un ritmo irregolare sull’asfalto, un ticchettio continuo che mi dava i nervi.
“Fermo lì o ti spacco i finestrini,” sibilai senza voltarmi.
“Ho solo freddo, Matteo, qui gela,” si lamentò Marco, stringendosi le braccia al petto con un brivido esagerato.
“Mancano trenta secondi alla fine della tua pazienza,” dissi, infilando le dita sotto la plastica allentata del cruscotto.
Le mie dita toccarono un piccolo oggetto freddo e metallico, incastrato nello slot nascosto che Marco aveva cercato di sigillare con del nastro isolante nero.
“Eccola qui la tua bella assicurazione sulla vita,” dissi, tirando fuori la chiavetta USB marchiata con il logo dello studio legale.
Marco spalancò la bocca, ma nessun suono uscì dalla sua gola secca.
Un fascio di luce bianca e violentissima investì improvvisamente il retro del furgone, accecandomi all’istante.
“Fermo dove sei! Mani sulla testa, subito!” tuonò una voce profonda dall’altoparlante di un fuoristrada nero fermato proprio all’ingresso del distributore.
Marco fece per scattare in avanti verso il buio tra i vecchi serbatoi di benzina.
“Non fare cazzate!” urlai, saltando giù dal predellino del furgone per placcarlo prima che potesse raggiungere la staccionata.
CAPITOLO 4: La resa dei conti sulla Statale
Il corpo di Marco finì pesantemente sul ghiaino, sollevando una nuvola di polvere bianca che si mescolò all’aria gelida della notte.
“Lasciami andare, idiota! Ci ammazzeranno tutti e due!” urlò lui, dimenandosi come un animale intrappolato mentre cercavo di immobilizzargli i polsi.
Le portiere del fuoristrada nero si aprirono con un tonfo metallico sincronizzato. Due figure massicce avanzarono con passo deciso verso di noi, i giubbotti di pelle scuri che stridevano nel vento.
“La chiavetta, ragazzino. Subito nella mia mano,” disse il più alto dei due, un uomo con una cicatrice che solcava la guancia destra fino al mento.
Rimai inginocchiato sopra la schiena di Marco, stringendo la chiavetta USB nel pugno chiuso dentro la tasca dei jeans.
“Non vi darò proprio niente, i carabinieri sono già stati avvisati e sanno dove siamo,” mentii spudoratamente, fissando gli stivali infangati dell’aggressore.
L’uomo rise, un suono secco e privo di qualsiasi allegria che mi fece gelare il sangue nelle vene.
“I carabinieri a quest’ora stanno dormendo beati a Parma, e tu stai sprecando il fiato migliore che ti è rimasto,” rispose l’uomo, estraendo una pistola con silenziatore dalla fondina ascellare.
“Fallo fuori, ma riprenditi quella chiavetta prima che faccia in tempo a buttarla nello scarico,” strillò Marco da terra, voltando la faccia per non guardare l’arma.
“Chiudi quella fogna, traditore di merda,” sibilai, premendogli il ginocchio con più forza tra le scapole.
L’uomo con la cicatrice fece un altro passo in avanti, la volata nera della pistola puntata dritta in mezzo ai miei occhi.
“Ultima chiamata, Matteo. Dammi quel dispositivo o finisci sotterrato insieme al tuo socio,” disse l’uomo, armando il cane della pistola con un clic metallico inconfondibile.
CAPITOLO 5: L’alba e la giustizia
Le sirene della polizia ruppero il silenzio della campagna piacentina prima che l’uomo potesse premere il grilletto. Tre volanti dei Carabinieri sbucarono a fari spenti dalla nebbia, bloccando ogni via d’uscita al fuoristrada nero.
“Carabinieri! Gettate le armi e mettetevi contro la carrozzeria!” urlò un brigadiere con il megafono, saltando giù dalla prima gazzella con il giubbotto antiproiettile ben visibile.
I due malviventi si scambiarono un’occhiata fulminea prima di far cadere pesantemente la pistola sull’asfalto e alzare le mani in alto.
“Bravi, così mi piacete. Mani dietro la schiena, non muovetevi!” gridò un secondo appuntato, correndo verso di loro con le manette pronte.
Mi alzai lentamente in piedi, le mani che mi tremavano per l’adrenalina mentre tiravo fuori la chiavetta USB dalla tasca per consegnarla alle autorità.
Marco rimase sdraiato a pancia giù sul ghiaino, singhiozzando in modo isterico mentre due agenti lo tiravano su di peso per ammanettarlo.
“Matteo, salvami tu, ti prego… sai che mi hanno costretto!” urlò Marco, mentre lo spingevano verso i sedili posteriori della volante.
“Hai falsificato la mia firma per quarantamila euro e hai quasi fatto ammazzare entrambi, Marco. Vatti a fare un esame di coscienza in cella,” dissi freddamente, passandogli accanto senza degnarlo di un altro sguardo.
Il brigadiere mi appoggiò una mano sulla spalla, ringraziandomi per la collaborazione e sequestrando ufficialmente la chiavetta come corpo del reato.
Salii sul mio furgone, accendendo finalmente il riscaldamento mentre le prime luci rosse e blu dei lampeggianti illuminavano i cartelli arrugginiti dell’area di servizio abbandonata.
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