CHAPTER 1: Il prezzo del rispetto
Part 1
Mia figlia Sofia, di 10 anni, ha alzato la voce durante la cena politica a Palazzo Fontana per difendere la mia dignità. Mio fratello acquisito Stefano si è alzato e le ha sferrato un violento schiaffo in faccia, facendola ruzzolare giù dalla sedia di noce. La mia ex partner politica ed ex moglie, Elena Fontana, non si è nemmno mossa, mentre sua madre Donna Luisa ha sorpreso i presenti sorridendo e mormorando che la bambina doveva imparare il rispetto. Non ho gridato né alzato le mani. Ho attivato la registrazione vocale sul telefono sotto il tovagliolo e ho composto il numero diretto della Questura. I Fontana credevano che il loro nome ci avrebbe protetti tutti dal fango, ma quella notte ho deciso che non avrei più fatto da scudo a nessuno.
La sedia di noce, pesante e intagliata, continuava a dondolare su un lato.
Sofia giaceva a terra.
La tovaglia di lino ricamato era stropicciata vicino al suo viso, macchiata da una goccia di salsa al tartufo che le era caduta dalla bocca.
La sala, un istante prima ronzante di conversazioni educate e risate sommesse, era piombata in un silenzio tombale. Solo il tintinnio lontano di un bicchiere che cadeva in cucina rompeva la quiete.
Mi sono inginocchiato accanto a Sofia.
Le ho toccato la guancia, calda e arrossata. Il livido non si era ancora formato, ma la traccia della mano di Stefano era impressa sulla sua pelle delicata.
“Sofia, piccola… stai bene?” le ho sussurrato, la voce più ferma di quanto mi aspettassi.
I suoi occhi, spalancati e lucidi, mi hanno guardato. Erano pieni di una paura che non le avevo mai visto prima, ma anche di una scintilla di sfida.
Ha annuito, debolmente.
Un borbottio si è levato tra i tavoli. Gli invitati, facce note dell’alta società romana e della politica, si scambiavano sguardi imbarazzati.
Nessuno ha parlato. Nessuno si è mosso per aiutarla.
Stefano era ancora in piedi, una mano sul fianco, l’altra aperta, come se si fosse appena liberato di una mosca fastidiosa. Un leggero sorriso, quasi impercettibile, gli increspava le labbra.
Donna Luisa, seduta al capotavola, ha continuato a sorseggiare il suo vino rosso. I suoi occhi glaciali si sono posati prima su Sofia, poi su di me, infine su Elena.
Un’espressione di disprezzo le ha attraversato il viso.
“Le maniere si imparano, Marco,” ha detto, la sua voce raschiante ha rotto il silenzio pesante. “Soprattutto qui, a Palazzo Fontana.”
Le sue parole erano per me, ma la sua occhiata era per Sofia. Un messaggio chiaro: la sua sfacciataggine era inaccettabile, lo schiaffo era solo una lezione necessaria.
Elena, invece, era rimasta immobile, come una statua di marmo.
Non un muscolo sul suo viso si era contratto quando Stefano aveva colpito nostra figlia. Il suo sguardo era fisso su di me, penetrante e calcolatore.
Sapeva che avevo il telefono in mano. Sapeva che avevo chiamato la Questura. Sapeva che avevo registrato tutto.
L’ho vista respirare profondamente, riprendere il controllo di sé. Poi, con un movimento fluido e controllato, si è alzata dalla sedia.
Non è venuta verso Sofia. Non le ha offerto una mano.
Si è diretta dritta verso di me, aggirando il tavolo imbandito con una grazia innata, come se la violenza di pochi istanti prima fosse solo un dettaglio insignificante da ignorare.
Il suo tailleur di seta blu scuro non mostrava una piega. Ogni capello era perfettamente al suo posto. Era l’immagine stessa dell’eleganza fredda e del potere incontrastato.
“Marco,” ha detto, la sua voce bassa, quasi un sibilo, ma con un’autorità che gelava il sangue. “Cosa credi di fare?”
Non ho risposto. Ho solo stretto Sofia, cercando di infonderle un po’ del mio coraggio.
Le sue dita lunghe e affusolate hanno accarezzato il bordo del tavolo, senza mai toccare le briciole o le posate d’argento.
“Hai chiamato la polizia. Hai registrato,” ha continuato, gli occhi che brillavano di una rabbia contenuta. “Stai rovinando tutto.”
“Ha colpito nostra figlia, Elena,” ho risposto, la voce piatta.
“Era isterica. Fuori luogo,” ha ribattuto lei, con una freddezza che mi ha fatto rabbrividire. “Sa benissimo che a queste cene non si interrompono i discorsi importanti.”
Ha gettato uno sguardo veloce verso Stefano, che ora si era seduto, riprendendo il suo posto come se nulla fosse accaduto. Lui le ha rivolto un cenno, un complice muto.
“Non si risolve così,” ha detto, abbassando ancora di più la voce, il suo tono ora persuasivo, quasi supplichevole, ma con una minaccia sottesa. “Non a cinque giorni dalle elezioni.”
Ho sentito il vibratore del telefono nella mia mano. Era la Questura che richiamava, probabilmente per avere dettagli.
Ho guardato Elena, poi Sofia, che tremava ancora leggermente tra le mie braccia.
“È un incidente, Marco. Un malinteso,” ha provato a convincermi Elena, i suoi occhi che mi supplicavano di capire la “vera” priorità.
“Dovrebbe scusarsi,” ho detto, indicando Stefano con un cenno del capo.
Un piccolo, sardonico sorriso le è spuntato sulle labbra.
“Perché? Per aver messo in riga una bambina viziata che non sa stare al suo posto?” ha replicato, la sua voce ora intrisa di puro disprezzo, non per me, ma per l’idea stessa di una scusa.
“Devi cancellare quella registrazione, Marco. Subito.”
Il suo sguardo si è fatto più intenso, una specie di determinazione glaciale che ho conosciuto bene negli anni. Era lo stesso sguardo che usava per affrontare gli avversari politici.
“Capisco che tu possa essere… emotivo,” ha detto, usando il tono condiscendente che odiavo. “Ma non puoi permetterti di compromettere la mia campagna. I sondaggi sono ottimi. Siamo in testa.”
Ha fatto un passo più vicino, la sua mano ha sfiorato il mio braccio, un tocco di seta fredda.
“Se questo esce, siamo finiti. Non solo io, ma tutta la famiglia Fontana. E tu, con noi.”
“La famiglia Fontana è quella che ha colpito mia figlia,” ho risposto, la mia voce ancora più bassa della sua, un ringhio appena percettibile.
Ha ritirato la mano, i suoi occhi si sono ristretti.
“Non fare l’ingenuo, Marco. Lo sai come funziona. Quella bambina è cresciuta qui. Era a casa sua. Le regole di casa Fontana si rispettano.”
“Le regole non prevedono la violenza,” ho detto.
“Non fare il moralista. Abbiamo gestito situazioni ben peggiori. Dobbiamo pensare alle conseguenze, Marco. Alle ripercussioni politiche.”
Si è chinata verso di me, in modo che solo io potessi sentirla. Il profumo del suo costoso profumo francese mi ha avvolto.
“Se insisti con questa farsa, Marco, non avrai più un posto nel comitato. Non un euro, non un contatto. Sei fuori. E sai cosa significa, vero?”
La sua minaccia era chiara come l’acqua. Significa la rovina per un consulente politico come me, dipendente da quei contatti.
Ho guardato il telefono che vibrava nella mia mano, il simbolo della Questura che lampeggiava. Poi ho guardato Sofia.
La sua guancia arrossata mi bruciava come fuoco.
Ho sollevato lo sguardo su Elena, i miei occhi fissi nei suoi.
Non ho detto nulla, ma lei ha capito.
Un’ombra è passata sul suo viso, un’ombra di rabbia e frustrazione. Ha digrignato i denti, impercettibilmente.
“Cancella quel file, Marco,” ha ripetuto, la sua voce ora un ordine indiscutibile, “o ti assicuro che non avrai più accesso neanche al fondo fiduciario di Sofia. Non potrai più fare nulla per lei.”
Part 2
“No,” ho detto, la mia voce un sussurro roco, ma risoluto.
Non c’era spazio per ripensamenti. Ho stretto Sofia, sentendo il suo piccolo corpo tremare ancora un po’ tra le mie braccia.
I suoi occhi si sono accesi di una furia fredda che non avevo mai visto così vicina prima d’ora. Non ha detto altro.
Si è voltata bruscamente e ha lasciato la sala, il suo tailleur blu scuro una macchia indistinta nel movimento rapido. Gli invitati si sono affrettati a riprendere le loro conversazioni, come se un incantesimo fosse stato spezzato.
Nessuno ha osato guardarmi.
Ho rassicurato Sofia, l’ho portata fuori da quel palazzo di marmo e menzogne. La polizia è arrivata dopo pochi minuti, con discrezione. Ho spiegato, ho mostrato il telefono con la registrazione. Hanno ascoltato, preso appunti, promesso indagini. Sapevo che avrebbero incontrato un muro, ma era un inizio.
La mattina seguente, dopo aver lasciato Sofia a scuola, ho cercato di accedere al conto corrente cointestato. Era il conto di supporto, quello da cui prelevavamo per le sue spese e il suo futuro. Non era il fondo della campagna elettorale, ma un conto personale per lei. Abbiamo sempre avuto una gestione separata, ma era comunque collegato alla “famiglia” Fontana, almeno nominalmente.
Il sistema bancario ha rifiutato l’accesso. Ho provato di nuovo, pensando a un errore. Stesso risultato. Un blocco.
Ho chiamato la banca, il cuore che mi batteva all’impazzata. La voce dall’altra parte del telefono era formale, quasi robotica. “Mi dispiace, signor Moretti. Il conto è stato bloccato.”
“Bloccato? Da chi? Perché?”
“Per ordine della signora Luisa Fontana,” ha risposto l’impiegato, con una leggera esitazione. “In base alle clausole statutarie che regolano il fondo di famiglia, essendo lei uscito dal comitato e non più parte integrante della famiglia Fontana, la signora Donna Luisa ha esercitato la sua facoltà di interrompere l’accesso ai fondi.”
Il sangue mi si è gelato nelle vene. Non era un blocco per i miei soldi. Era per Sofia. Tutti i fondi destinati al mantenimento di Sofia erano stati prosciugati, spostati altrove.
CAPITOLO 2: Il peso del sangue
Il telefono squillò alle sette del mattino seguente, rompendo il silenzio dell’appartamento dove Sofia dormiva ancora con un panno umido sulla guancia gonfia.
Sullo schermo compare il nome di mia sorella, Isabella.
La sua voce non era spaventata, era spezzata.
“Marco, cosa hai fatto?” rantolò senza nemmeno salutarmi. “Cosa diavolo hai combinato con la famiglia di Elena?”
“Stefano ha picchiato Sofia,” risposi mantenendo la voce bassa per non svegliare la bambina. “L’ha fatta cadere dalla sedia davanti a venti persone.”
“Non mi interessa chi ha fatto cosa!” urlò Isabella dall’altra parte del filo. “Dieci minuti fa è arrivata una PEC dal legale della fondazione dei Fontana. Pretendono la restituzione immediata dei 60.000 euro presi in prestito da mio marito due anni fa.”
Mi passai una mano sul volto. Il prestito era stato accordato a tasso zero per salvare la piccola azienda di trasporti di mio cognato, un favore informale garantito dalla parola di Donna Luisa.
“Hanno attivato la clausola di rientro immediato a cinque giorni,” proseguì mia sorella, soffocando un pianto disperato. “Se non li versiamo entro venerdì, pignorano la nostra casa. La casa dei ragazzi, Marco.”
I Fontana stavano muovendo le loro pedine finanziarie con una precisione chirurgica.
“C’è una condizione,” aggiunse Isabella, abbassando il tono di voce come se temesse di essere intercettata. “Donna Luisa ha parlato direttamente con mio marito. Se tu firmi una dichiarazione pubblica in cui dici che lo schiaffo è stato un banale incidente domestico e ritiri la registrazione, il debito viene abbonato del tutto.”
“Vogliono che io venda la dignità di Sofia per coprire i vostri debiti,” dissi piano.
“Vogliamo salvare la nostra famiglia!” gridò lei prima di chiudere la chiamata.
Sullo schermo del mio cellulare arrivò un messaggio di testo da un numero sconosciuto, ma il tono era inconfondibile: “Il sangue chiama sangue, Marco. Scegli da che parte stare entro stasera.”
CAPITOLO 3: Tracce nell’ombra
Invece di rispondere al ricatto, mi rischiai il tutto per tutto. Presi la vecchia chiavetta di backup del server di casa, un dispositivo su cui venivano salvati automaticamente i dati dei telefoni di famiglia prima del mio divorzio da Elena.
Mi sedetti al tavolo della cucina con un perito informatico di mia fiducia, un ragazzo con cui avevo lavorato durante la scorsa campagna elettorale.
“Cerca le conversazioni archiviate negli ultimi sei mesi tra Elena e la sua avvocata di parte,” gli ordinai, spingendo una tazza di caffè verso di lui.
Il perito lavorò in silenzio per due ore, mentre il software estraeva i pacchetti di dati sovrascritti.
Alle undici del mattino, lo schermo mostro una serie di chat eliminate nel mese di marzo, ben quattro mesi prima della cena a Palazzo Fontana.
Lessi le righe scritte di pugno da Elena verso il suo avvocato matrimonialista:
“Dobbiamo accumulare segnalazioni sulla sua instabilità emotiva. Se Marco rifiuta la cessione della quota del comitato, useremo i periti della clinica convenzionata per dichiararlo genitore inidoneo. Sofia deve stare con me per l’immagine del partito.”
Non si trattava di uno scatto d’ira improvviso durante una cena politica.
Elena stava pianificando da mezzo anno una trappola legale per togliermi la patria potestà e trasformare Sofia in uno strumento di propaganda per le imminenti elezioni regionali.
“Vuoi che stampi questo materiale?” chiese il perito, guardandomi negli occhi con apprensione.
“Stampa tre copie,” risposi. “E salvale su un server remoto protetto.”
CAPITOLO 4: La voce del passato
Nel primo pomeriggio ricevetti una chiamata da un numero con prefisso fisso di Milano.
“Marco? Sono Gianluca. Gianluca Ferri.”
Il cuore mi si strinse. Gianluca era stato il braccio destro di Elena otto anni prima, prima che io entrassi nella sua vita e nel suo comitato elettorale. Era sparito dalla scena politica romana dall’oggi al domani, tra voci confuse di dimissioni volontarie.
“Gianluca. Non ti sento da anni,” dissi, chiudendo la porta dello studio.
“Ho visto le notizie locali sulla serata a Palazzo Fontana,” disse con voce stanca e cauta. “So cosa sta succedendo. So come agiscono quando qualcuno li affronta.”
“Perché mi stai chiamando?”
“Perché otto anni fa ho taciuto,” rispose Gianluca. “Stefano mi ha spinto giù dalle scale dello studio di Via Condotti durante una discussione sui bilanci del partito. Ho riportato la frattura di tre costole. Donna Luisa mi diede cinquantamila euro per firmare un accordo di riservatezza e sparire.”
Trattenni il fiato.
“Ho ancora la copia di quel referto medico e l’accordo privato firmato da Donna Luisa,” continuò Gianluca. “Non ho mai avuto il coraggio di usarlo. Ma quando ho saputo che Stefano ha toccato tua figlia di dieci anni, ho capito che il mio silenzio di allora ha preparato lo schiaffo di ieri.”
“Sei disposto a darmi quei documenti?” chiesi.
“Te li ho appena inviati sulla tua mail personale,” disse Gianluca. “Fai quello che io non ho avuto la forza di fare, Marco. Distruggi quel muro.”
CAPITOLO 5: La morsa si stringe
Meno di un’ora dopo, il campanello del mio appartamento suonò con colpi frenetici.
Arii la porta e mi trovai davanti mia sorella Isabella, con gli occhi gonfi di pianto e i capelli in disordine.
Entrò senza chiedere il permesso, superandomi a passo rapido.
“Sei un egoista!” urlò, voltandosi verso di me nel corridoio. “Un miserabile egoista!”
“Isabella, abbassa la voce, Sofia è in camera,” dissi mantenendo la calma.
“Sofia sta bene! Ha solo preso uno schiaffo, non è la fine del mondo!” gridò mia sorella, e quelle parole mi ferirono più di qualsiasi minaccia dei Fontana.
La guardai incredulo.
“Mio marito perderà la licenza di trasporto,” continuò Isabella tremando. “Ieri sera la banca ci ha congelato i fidi perché la fondazione Fontana ha ritirato la garanzia. Ci restano meno di 48 ore prima che il tribunale fallimentare intervenga.”
“I Fontana vi stanno usando per arrivare a me,” le spiegai tentato di prenderle le mani, ma lei si scostò con violenza.
“Tu vuoi fare il martire sulla nostra pelle!” strillò. “Pensi davvero di poter vincere contro una famiglia che controlla la magistratura e la regione? Firmerai quel foglio, Marco. Se non lo fai per Elena, lo farai per me, tua sorella!”
“Non metterò mai la firma su una bugia che assolve chi ha fatto del male a mia figlia,” risposi fermo.
Isabella mi fissò con un odio immenso, un odio nato dal terrore della rovina economica.
“Allora per me non sei più mio fratello,” disse a bassa voce, prima di sbattere la porta e andarsene.
CAPITOLO 6: La prima crepa
Quella sera stessa capii che la difesa passiva mi avrebbe distrutto. Non potevo attaccare i Fontana sui giornali principali, che erano in parte di proprietà dei loro alleati politici, ma potevo colpirli dove faceva più male: i finanziamenti privati.
Selezionai tre nomi dalla lista dei principali sostenitori economici della campagna elettorale di Elena: un costruttore edile romano, un capogruppo della sanità privata e il proprietario di una grande rete di logistica.
Inviai a ciascuno di loro un’email riservata dal mio indirizzo professionale.
Nell’email non c’erano insulti. C’erano solo tre allegati: l’estratto audio dell’aggressione a Sofia, il referto medico delle costole di Gianluca Ferri e la schermata dei messaggi in cui Elena pianificava la falsa perizia sulla mia capacità genitoriale.
Aggiunsi un breve testo:
“Gentili Signori, entro quarantotto ore questo materiale farà parte dell’integrazione alla denuncia depositata presso la Procura. Vi invito a valutare l’opportunità di associare i marchi delle vostre aziende a questa condotta.”
Alle otto del mattino seguente, l’effetto fu immediato.
Il responsabile della comunicazione di Elena mi chiamò in preda al panico: il gruppo sanitario e l’azienda di logistica avevano sospeso il versamento di 150.000 euro destinati alla stampa dei manifesti e agli spazi pubblicitari televisivi.
La campagna elettorale di Elena Fontana si era improvvisamente bloccata a sei giorni dal voto.
CAPITOLO 7: La lettera consegnata
Alle undici di sera del giorno stesso, un’auto scura si fermò sotto il mio palazzo.
Elena scese da sola, senza scorta e senza l’autista. Salì le scale e suonò al mio citofono.
La feci entrare, ma la bloccai nell’ingresso, senza permetterle di avanzare verso il soggiorno dove Sofia dormiva.
Il suo volto perfetto, curato per i manifesti elettorali, mostrava per la prima volta i segni di una stanchezza profonda e di una rabbia trattenuta a stento.
“Hai distrutto tre mesi di lavoro di squadra in dodici ore,” disse senza salutare.
“Hai permesso a tuo fratello di colpire nostra figlia e hai cercato di farmi passare per pazzo,” risposi freddamente.
Elena tirò fuori dalla borsa di pelle un foglio scritto interamente a mano su carta intestata dello studio di famiglia.
Me lo tese.
“È una dichiarazione autografa,” disse con voce piatta. “Riconosco che Stefano ha commesso un’aggressione ingiustificata ai danni di Sofia. Riconosco di aver tentato di coprire l’accaduto per tutelare la campagna. Cedo contestualmente la custodia esclusiva di nostra figlia a te, rinunciando a ogni azione legale presente e futura sulla sua tutela.”
Lessi ogni singola parola sotto la luce del corridoio. Era la resa totale sul fronte familiare.
“Qual è la tua richiesta?” chiesi.
“Firmami un accordo di riservatezza tombale sui finanziatori e cancella ogni traccia delle chat con l’avvocato,” rispose lei, fissandomi negli occhi. “Se accetti, domani mattina il credito di tuo cognato verrà trasformato in un contributo a fondo perduto dalla fondazione. Tua sorella non perderà la casa.”
CAPITOLO 8: Un compromesso amaro
Firmammo l’accordo di custodia al tavolo della cucina alle tre di notte, alla presenza del mio avvocato che era arrivato d’urgenza.
Elena firmò la rinuncia formale all’affidamento condiviso, concedendomi la patria potestà totale su Sofia e fissando le sue visite a sole due ore al mese sotto supervisione.
In cambio, inviai un’email formale ai tre finanziatori ritirando le segnalazioni e dichiarando che le questioni personali tra le parti erano state completamente ricomposte.
Ma non fu una vittoria pulita.
Mentre Elena usciva dalla mia porta, il mio avvocato mi mostrò una notifica arrivata dal commissariato di polizia.
Grazie all’intervento immediato dei legali dei Fontana, l’esposto per l’aggressione a Sofia era stato archiviato dal pubblico ministero di turno come “lieve lite intrafamiliare senza lesioni permanenti”, declassandolo a semplice illecito amministrativo.
Stefano non avrebbe affrontato nemmeno un giorno di processo.
La giustizia ordinaria si era fermata davanti al portone di Palazzo Fontana.
Io avevo ottenuto la sicurezza di mia figlia, ma il colpevole era libero e protetto dal sistema.
CAPITOLO 9: L’ombra del seggio
La domenica delle elezioni regionali arrivò tra una pioggia battente che lavava le strade di Roma.
Passai la giornata a casa con Sofia, montando un nuovo mobile per la sua cameretta e cercando di tenere la televisione spenta.
Alle ventitré la chiusura delle urne dette inizio allo spoglio delle schede.
Nonostante la fuga di notizie dei giorni precedenti e il crollo temporaneo dei fondi, la macchina di propaganda della famiglia Fontana dimostrò la sua terribile efficacia.
Nelle ultime quarantotto ore, Donna Luisa aveva stretto un accordo tattico con il leader di una lista civica locale, cedendo due assessorati minori in cambio del convogliamento di tutti i loro voti di preferenza su Elena.
Alle tre del mattino, i dati ufficiali confermarono il verdetto.
Elena Fontana era stata eletta al Consiglio Regionale con oltre quattordicimila preferenze personali.
Sullo schermo della televisione la vidi salire sul palco della sede del partito, radiosa nel suo completo bianco, mentre stringeva la mano a Stefano e a Donna Luisa tra gli applausi dei sostenitori.
Nessuno tra la folla ricordava lo schiaffo della settimana prima. La politica aveva riassorbito lo scandalo, trasformandolo in un semplice rumore di fondo.
CAPITOLO 10: Il prezzo della lealtà
Due giorni dopo l’elezione, ricevetti una busta ufficiale dalla Regione Lazio.
Dentro c’era la delibera di nomina del nuovo staff di supporto per il seggio di Elena Fontana.
Scorrendo l’elenco dei consulenti assunti con contratto quinquennale da seantamila euro l’anno, il mio sguardo si fermò al terzo nome:
Isabella Moretti.
Mia sorella aveva accettato l’incarico nello staff della donna che aveva cercato di distruggermi.
Il debito di 60.000 euro di suo marito non era stato semplicemente cancellato dalla fondazione: era stato assorbito con un posto di lavoro statale garantito dalla dinastia Fontana.
Provai a chiamare Isabella immediatamente, ma il mio numero era stato bloccato dal suo telefono.
La famiglia Fontana non si era limitata a difendersi: aveva comprato l’unica parte vulnerabile della mia famiglia, separandomi per sempre da mia sorella.
CAPITOLO 11: Il verdetto del palazzo
Il venerdì successivo mi presentai al commissariato per ritirare la copia definitiva degli atti legali inerenti alla serata di Palazzo Fontana.
Il verbale finale parlava chiaro.
L’istruttoria su Stefano Fontana si era conclusa con l’emissione di una sanzione amministrativa di 300 euro per “turbativa di riunione privata”, senza alcuna menzione della violenza fisica sulla bambina.
Il funzionario di polizia che mi consegnò la cartella non mi guardò nemmeno negli occhi.
“È tutto in regola, signor Moretti,” disse rimettendo i timbri nel cassetto. “Il caso è chiuso.”
Uscii dall’edificio camminando verso la mia auto nel traffico di Via Merulana.
La legge non aveva punito la violenza, le banche avevano eseguito gli ordini della casata e le persone a me vicine si erano adeguate al sistema per convenienza o paura.
I Fontana avevano dimostrato che nel loro mondo la verità è soltanto una merce di scambio, un dettaglio da liquidare con una firma o una delibera regionale.
CAPITOLO 12: Nove giorni dopo
Esattamente nove giorni dopo la cena a Palazzo Fontana, mi trovai di nuovo seduto nella stessa sala da pranzo del ristorante romano di Via Nazionale.
L’occasione era formale: un nuovo cliente, un candidato indipendente alle prossime amministrative, mi aveva ingaggiato come consulente strategico per la sua campagna.
Attorno a me, i camerieri in livrea servivano il vino negli stessi calici di cristallo, mentre gli stessi volti noti della politica romana occupavano i tavoli adiacenti.
Sul tavolo, il mio cellulare vibrò brevemente.
Sullo schermo apparve un messaggio da parte di Elena:
“Ci vediamo alla prossima legislatura, Marco.”
Non risposi. Aprii l’applicazione delle telecamere di sicurezza installate nel mio appartamento e guardai lo schermo.
La telecamera inquadrava la scrivania della cameretta: Sofia era seduta lì, intenta a fare i compiti per la scuola, tranquilla e lontana da quella sala.
Guardai il mio nuovo cliente che mi parlava di programmi e alleanze, poi rimisi il telefono in tasca.
Ho strappato mia figlia dalle loro grinfie, ma questa città non cambia padroni: ha solo spostato la cena a un altro tavolo.
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