CHAPTER 1: Il sussurro sotto le assi
Part 1
Tre mesi dopo la misteriosa scomparsa del piccolo Matteo di sette anni, il nonno sessantacinquenne Marco si è trasferito con la famiglia nella tenuta isolata della matrigna Agnese, guida spirituale di una setta religiosa appenninica.
Mentre riordinavano la stanza delle preghiere, la nipotina Chiara di cinque anni si è avvicinata a Marco e gli ha sussurrato all’orecchio un dettaglio inquietante.
“Nono, Matteo è sotto il pavimento della stanza della nonna Agnese… dice che ha molto freddo.”
Quando Marco e la moglie hanno chiesto spiegazioni, Agnese è trasalita e ha cercato di liquidare la cosa come una fantasia infantile dovuta al trauma.
Ma la bambina ha aggiunto di aver sentito dei colpi ritmici provenire da sotto il legno, scatenando il panico terroso negli occhi della matrigna.
Chi ha incastrato il piccolo Matteo sotto quelle assi sigillate?
La luce fioca delle candele tremolava, proiettando ombre danzanti sulle icone polverose appese alle pareti della stanza delle preghiere. L’aria era densa di incenso stantio e di un odore dolciastro di cera d’api.
Marco Moretti, con il cuore che gli martellava nel petto, teneva Chiara stretta a sé. Il sussurro della bambina gli aveva ghiacciato il sangue nelle vene.
Sua moglie, Laura, aveva fatto un passo avanti, la mano tremante sulla spalla di Agnese Valli.
“Agnese,” la voce di Laura era un filo teso, “cosa vuole dire Chiara? Matteo è qui?”
Agnese, la matrigna di Marco, si ricompose con uno sforzo evidente. I suoi occhi, un attimo prima spalancati dal terrore, si assottigliarono in fessure dure. Un sorriso forzato le stirò le labbra sottili.
“Ma via, Laura,” disse, la sua voce acuta che suonava troppo allegra per la gravità del momento. “È solo la fantasia di una bambina. Il trauma, capisci. La perdita di un fratello può fare brutti scherzi alla mente.”
Chiara, però, scosse con decisione il capo contro il petto di Marco.
“No, nonno,” insistette la bambina, la sua piccola voce rotta. “L’ho sentito. Toc-toc. Proprio lì. Sotto il legno. E ha detto che ha tanto freddo.”
Un brivido corse lungo la schiena di Marco. Non era la prima volta che Chiara parlava di Matteo dopo la sua scomparsa, ma mai con questa certezza, con questa precisa descrizione.
Gli occhi di Agnese saettarono da Chiara a Marco, poi al pavimento di legno scuro sotto i loro piedi. C’era un’ombra di panico che non riusciva a nascondere del tutto, un’agitazione che deformava il suo viso solitamente impassibile.
“Basta così, Chiara!” tuonò Agnese, la sua voce che un attimo prima era mielosa ora si era trasformata in un latrato. La bambina rabbrividì e si strinse ancora di più a Marco.
“Non voglio più sentire queste assurdità,” continuò Agnese, indicando la porta con un gesto brusco. “È ora che andiate a riposare. Questi pensieri non fanno bene a nessuno.”
Marco non si mosse. La sua mente di falegname in pensione, abituato a osservare ogni venatura del legno, ogni giuntura, ogni imperfezione, era già al lavoro. Mentre Agnese parlava, i suoi occhi percorsero il pavimento. Le assi erano vecchie, scure, consumate dal tempo e dai passi di innumerevoli fedeli.
Ma c’era qualcosa.
Un dettaglio che a un occhio inesperto sarebbe sfuggito, ma non a uno come il suo.
Le assi sotto il grande tappeto persiano, vicino al leggio su cui era appoggiato un vecchio messale, sembravano… diverse. Erano dello stesso legno scuro delle altre, ma la loro superficie appariva insolitamente liscia, quasi lucida.
Marco, fingendo di inciampare leggermente, si piegò, la mano protesa per riequilibarsi. Le sue dita sfiorarono il legno.
Una sensazione appiccicosa, quasi cerosa.
Era pece. Pece d’api, usata per sigillare. E non era vecchia. Il suo odore era ancora flebile, quasi mascherato dall’incenso.
Agnese lo osservava con sguardo gelido. “Tutto bene, Marco?” domandò, la sua voce tagliente come una lama. “Forse dovresti davvero riposare.”
Marco la ignorò. Si chinò un po’ di più, avvicinando il viso al pavimento, come se stesse controllando una scheggia. Sentì il calore salire da sotto le assi, un contrasto strano con l’aria fredda della stanza. Sforzò la vista, cercando le giunture.
Le notò. Piccole fessure appena visibili, dove un falegname avrebbe inserito dei chiavistelli nascosti, sigillati poi con la stessa pece. Un lavoro fatto con meticolosa attenzione, per non lasciare tracce. Un lavoro molto recente.
Marco si drizzò lentamente, il cuore che batteva all’impazzata. Guardò Agnese, che ora aveva il volto teso e gli occhi iniettati di sangue. Il suo “panico terroso” non era più un’ombra, ma una realtà palpabile.
“Nono, l’hai sentito?” sussurrò Chiara, tirandogli la manica.
Marco non rispose. La voce di Agnese, che continuava a blaterare di stanchezza e riposo, gli giungeva ovattata. Nella sua mente, il ticchettio ritmico di Matteo riecheggiava.
Sotto le assi di quella stanza delle preghiere, chiuse e sigillate con pece d’api fresca e chiavistelli nascosti, qualcuno era lì.
Part 2
Marco, stringendo la mano di Chiara, la condusse fuori dalla stanza delle preghiere. Laura lo seguiva, con lo sguardo fisso sulla matrigna. Agnese, con un sorriso gelido, li congedò con un cenno del capo, prima di chiudere la porta dietro di loro.
Appena Chiara fu a letto, profondamente addormentata, Marco tornò indietro. Trovò Agnese seduta sola al tavolo in cucina, sorseggiando una tisana fumante. L’odore di camomilla si mescolava all’incenso che ancora gli era rimasto addosso.
“Agnese,” disse Marco, la sua voce bassa ma ferma, “sappiamo che c’è qualcosa sotto quel pavimento.”
Lei non si scompose. Prese un sorso dalla sua tazza, i suoi occhi che sembravano fatti di pietra. “Non so di cosa parli, Marco. Sei stanco. Hai visto cose che non ci sono.”
“Matteo è lì sotto, vero?” La domanda gli uscì come un sussurro strozzato, un’accusa che gli bruciava la gola.
Agnese posò la tazza con un rumore secco. “Non fare scenate. Non qui. E non davanti a Laura.”
“Ho visto la pece fresca,” continuò Marco, ignorando il suo avvertimento. “Ho visto i chiavistelli nascosti. Un lavoro da falegname esperto. Cosa gli hai fatto? Cosa sta succedendo?”
Il volto di Agnese si contrasse in una smorfia rabbiosa, una maschera che le cadeva. Si alzò di scatto e prese il telefono dal taschino del suo grembiule nero. Marco la guardò perplesso mentre digitava un numero.
“Bellini?” disse nel ricevitore, la sua voce sorprendentemente calma, quasi mielosa. “Sono Agnese. Ho bisogno che tu venga qui, immediatamente. C’è un problema serio con Marco.”
Meno di un’ora dopo, il Notaio Giacomo Bellini era seduto di fronte a Marco nel piccolo ufficio di Agnese. Era un uomo corpulento, con una pancia prominente e un’aria untuosa. Marco lo conosceva di vista; era l’uomo che gestiva tutti gli affari legali della comunità.
“Marco,” iniziò il Notaio, sistemandosi gli occhiali sul naso con un gesto lento. “Agnese mi ha informato della tua… agitazione.”
Marco sentì il sangue pulsargli nelle tempere. “Agitazione? Mia nipote dice che suo fratello è sotto il pavimento di quella donna! E io ho le prove che qualcuno ha sigillato quelle assi!”
Bellini scosse la testa lentamente, con un’espressione di finta compassione. “Capisco il tuo dolore, Marco. La perdita di un bambino è devastante. Ma la tua mente sembra… compromessa da questa tragedia.”
Prese un fascicolo dalla sua ventiquattrore di pelle e lo aprì. “Ho qui dei documenti. Una perizia. Se continuerai a diffondere queste accuse infondate, o a turbare la quiete della Comunità del Monte Sacro, saremo costretti a chiedere una valutazione della tua capacità mentale.”
Marco lo fissò, incredulo. “Una perizia? Volete farmi interdire?”
“Solo se necessario,” rispose Bellini, la sua voce priva di emozione. “Per il bene tuo e, soprattutto, della piccola Chiara. Una bambina ha bisogno di stabilità, non di un nonno che vede fantasmi sotto il pavimento.”
Poi, il notaio si sporse in avanti, abbassando la voce fino a renderla un sibilo. “E ti avverto, Marco. Questa Comunità è una realtà rispettata. Nessuno scandalo deve macchiare il suo nome. O le conseguenze saranno molto più gravi di una semplice perizia.” Il suo sguardo, un attimo prima condiscendente, si fece gelido.
Capitolo 2: La mappa del geometra
L’aria al margine del bosco profumava di pino umido e terra smossa.
Marco si strinse nel suo vecchio giaccone da lavoro, posando le spalle contro il tronco di un castagno secolare per non scivolare sul fango.
Un uomo sulla quarantina emerse dall’ombra degli alberi, stringendo una cartella di plastica rigida contro il petto.
Era Roberto Bianchi, il geometra che cinque anni prima aveva firmato i permessi di ristrutturazione della tenuta.
“Nessuno deve sapere che ti ho contattato, Marco,” disse Roberto con la voce ridotta a un soffio agitato.
“Chiara ha sentito dei colpi sotto il pavimento,” rispose Marco, senza muovere un muscolo del viso. “Dimmi cosa c’è sotto quella casa.”
Roberto aprì la cartella con mani tremanti ed estrasse un foglio lucido trasparente, sovrapponendolo alla pianta catastale del casale.
“Questa è la mappa depositata in Comune cinque anni fa,” spiegò il geometra, indicando con un unghia mangiata i contorni delle stanze.
“E questa è la variante interna che il Notaio Bellini mi fece approvare in privato, senza registrarla agli atti pubblici.”
Marco si chinò sul foglio lucido sotto la luce della sua torcia tascabile.
Sotto la stanza da letto di Agnese non c’era una semplice fondamenta di pietra, ma una cripta sotterranea di quaranta metri quadrati.
“L’ingresso è nascosto sotto l’armadio di quercia,” continuò Roberto, guardandosi continuamente alle spalle.
“L’hanno usata come cella di punizione per i membri scontenti della comunità per anni.”
Marco sentì un brivido gelido corrergli lungo la colonna vertebrale.
“Mio nipote Matteo è là sotto,” disse Marco con voce ferma.
“Se c’è,” rispose Roberto con gli occhi lucidi, “i condotti dell’aria sono stati murati un mese fa su ordine diretto di tua matrigna.”
Capitolo 3: La macchina del fango
La mattina seguente, il paese di San Giuliano si svegliò ricoperto di volantini bianchi e rossi.
Marco camminò verso la piazza centrale per comprare il pane, ma la panettiera chiuse la porta a chiave appena lo vide avvicinarsi.
Sulla bacheca della chiesa e sui pali della luce erano stati affissi fogli plastificati con la foto di Marco in evidenza.
Il titolo a caratteri cubitali recitava: “Uomo anziano affetto da demenza violenta e ossessioni persecutorie.”
Nel testo si leggeva che Marco Moretti, di 65 anni, soffriva di gravissimi vuoti di memoria e turbe psichiche legati alla scomparsa del nipote.
Si avvertiva la popolazione di non lasciargli mai la nipotina Chiara di soli 5 anni, definendolo un soggetto altamente pericoloso.
In calce ai manifesti campeggiava il timbro ufficiale dello studio del Notaio Giacomo Bellini, unitamente a una perizia medica firmata dal dottore della setta.
Marco strappò uno dei fogli dal muro di pietra con un gesto secco, lacerando la carta.
I passanti sul marciapiede opposto allungavano il passo, sussurrando tra loro e indicando il suo giaccone liso.
Il Notaio Bellini uscì dal portone del suo studio in abito grigio, infilandosi gli occhiali da sole prima di salire sulla sua berlina nera.
“Dovresti farti curare, Marco,” disse Bellini con un sorriso gelato mentre abbassava il finestrino.
“Chiara verrà affidata ad Agnese entro questo pomeriggio,” aggiunse il notaio. “I documenti di incapacità legale sono già sulla scrivania del giudice.”
Bellini ingranò la marcia e ripartì, lasciando una nuvola di fumo grigio nell’aria fredda della piazza.
Capitolo 4: Il tradimento del sangue
Marco marciò a passi rapidi verso la sala di preghiera al confine della tenuta del Monte Sacro.
Davanti al cancello in ferro battuto stazionavano tre adepti della setta in tunica scura, con le braccia conserte.
Un uomo di 38 anni con la barba incolta e gli occhi incavati uscì dalla porta principale.
Era Stefano, il figlio biologico di Marco e padre del piccolo Matteo.
“Stefano, devi ascoltarmi!” gridò Marco, fermandosi a un metro dal cancello.
“Tuo figlio è dentro quella cripta sotterranea, Roberto mi ha mostrato i progetti!”
Stefano non fece un solo passo avanti, rimanendo rigido accanto agli adepti.
“Sei un guscio vuoto consumato dall’invidia, padre,” disse Stefano con una voce priva di tono emotivo.
“Agnese ci sta guidando verso la salvezza e tu continui a portare il demonio nella nostra casa.”
“Stiamo parlando di tuo figlio Matteo!” urlò Marco, afferrando le sbarre di ferro con entrambe le mani.
“Ha sette anni, Stefano! Tua figlia Chiara sente i suoi colpi da sotto le assi!”
Stefano scosse la testa lentamente, guardando il padre con un disprezzo freddo e distante.
“Matteo è dove la sua anima deve purificarsi dal peccato della tua stirpe,” rispose Stefano con rabbia contenuta.
“I Carabinieri ti toglieranno anche Chiara prima di sera,” aggiunse il figlio, voltando le spalle al padre.
“E io firmerei di nuovo ogni singola carta del Notaio Bellini per non vederti mai più.”
Stefano rientrò nella struttura e la pesante porta di legno si chiuse con un tonfo sordo.
Capitolo 5: La voce dell’esterno
Alle tre del pomeriggio, Marco incontrò la giornalista Elena Rossi nel retrobottega di un’officina meccanica abbandonata.
Elena, 35 anni, lavorava per un’emittente d’inchiesta regionale ed era da mesi sulle tracce dei finanziamenti opachi della setta.
Marco stese le mappe del geometra sul cofano arrugginito di un vecchio fuoristrada.
“Questi sono i rilievi tecnici autentici con la firma originale del geometra Bianchi,” disse Marco.
Elena scattò una serie di fotografie ad alta risoluzione con la sua fotocamera professionale.
“Se queste mappe sono reali,” disse la giornalista analizzando le sezioni murarie, “i condotti d’aria di questa cripta sono stati sigillati da tre settimane.”
“Agnese sostiene che la tenuta sia un luogo di preghiera aperto,” spiegò Marco.
“Invece è una prigione sotterranea non dichiarata.”
Elena accese il suo computer portatile e collegò l’antenna satellitare portatile.
“Tra venti minuti andiamo in diretta streaming sul portale della nostra testata nazionale,” annunciò la donna.
“Mostrerò i planimetri della cripta, il documento di copertura firmato dal Notaio Bellini e la denuncia di scomparsa di Matteo.”
Marco guardò lo schermo che iniziava a caricare la trasmissione.
“Farà abbastanza rumore da far muovere la Procura?” chiese l’anziano falegname.
“Tra mezz’ora questo video lo vedranno due milioni di persone,” rispose Elena con decisione. “Non potranno più far finta di nulla.”
Capitolo 6: L’assedio del Monte Sacro
Alle diciotto la strada provinciale che saliva verso la comunità del Monte Sacro era del tutto bloccata.
Furgoni delle emittenti televisive nazionali, auto di curiosi e decine di residenti del comprensorio avevano intasato l’incrocio.
Marco osservava la scena dal margine della carreggiata, riparandosi sotto l’ampia chioma di una quercia.
Il cancello principale della tenuta era stato rinforzato con traversine di legno e catene da cantiere.
Oltre trenta seguaci della setta si erano disposti in tre file serrate davanti all’ingresso, a braccia conserte.
Agnese Valli, 78 anni, apparve sul balcone al primo piano della villa padronale, indossando una tunica bianca impeccabile.
“Questa è una terra sacra consacrata al culto!” gridò la donna attraverso un amplificatore portatile.
“Nessuna forza profana calpesterà le nostre pietre per dare seguito alle calunnie di un vecchio demente!”
La folla ai cancelli ripose con urla di protesta, mentre i cineoperatori puntavano gli obbiettivi sulle barricate.
Due gazzelle dei Carabinieri arrivarono a sirene spiegate, ma i militari rimasero ai margini della carreggiata senza intervenire.
“Manca l’autorizzazione scritta del magistrato d’urgenza,” spiegò un maresciallo ai giornalisti che lo pressavano.
Marco vide suo figlio Stefano posizionarsi in prima fila sulla barricata umana, tenendo per mano altri due fanatici.
Il Notaio Bellini era al suo fianco, intento a mostrare ai fari delle telecamere un faldone di documenti legali.
Capitolo 7: Il mandato di perquisizione
A mezzanotte in punto, un’auto blu con la targa della Procura della Repubblica di Perugia tagliò la folla degli stazionanti.
Un funzionario in abito scuro scese dal veicolo e consegnò una cartella sigillata al Comandante Provinciale dei Carabinieri.
La diretta streaming di Elena Rossi e la pressione mediatica avevano spinto il Procuratore Capo a firmare un mandato d’ispezione urgente per sospetto occultamento di minore.
“Abbattete i cancelli,” ordinò il Comandante rivolgendosi alla squadra dei Vigili del Fuoco.
Un camion della squadra di soccorso avanzò a lenta velocità, azionando la fresa meccanica e le cesoie idrauliche sulle catene di ferro.
I seguaci della setta cercarono di opporre resistenza spingendo contro la grata, ma vennero rapidamente scortati ai lati dagli agenti in tenuta antisommossa.
Agnese rimase immobile sul balcone, fissando il vuoto con gli occhi sgranati e le labbra serrate.
Marco seguì le forze dell’ordine nel cortile interno, sfuggendo al controllo dei militari nella confusione generale.
“Marco, resti fuori dal raggio d’azione!” gridò un carabiniere, ma l’anziano continuò a camminare verso la porta principale.
La porta di ingresso venne sfondata con un ariete manuale in pochi secondi.
Il legno massiccio crollò verso l’interno con un boato che rimbombò in tutto l’edificio.
Capitolo 8: La botola di ferro
I Vigili del Fuoco salirono al primo piano guidati da Marco, entrando direttamente nella camera da letto di Agnese.
La stanza profumava d’incenso bruciato e cera d’api recente.
Un imponente armadio di quercia a quattro ante ostruiva interamente la parete di fondo.
“L’ingresso è lì dietro,” disse Marco indicando la struttura di legno duro.
Tre vigili agganciarono le cinghie di sollevamento al perimetro dell’armadio e lo trascinarono di lato con una leva di ferro.
Sul pavimento in cotto apparve un riquadro di assi di rovere lavorato di fresco, sigillato lungo i bordi con pece scura.
Al centro del rettangolo spuntavano due grossi chiavistelli in ferro battuto bloccati da un lucchetto a combinazione.
Un pompiere azionò una tranciatrice idraulica portatile, spezzando l’archetto del lucchetto con uno schiocco secco.
I fermi vennero fatti scorrere indietro, rivelando un anello d’acciaio incassato nel legno.
Due uomini tirarono l’anello verso l’alto, sollevando la pesante botola sigillata.
Una zaffata d’aria immobile, impregnata di umidità e di un freddo innaturale, risalì immediatamente dall’apertura buia.
Marco si affacciò sul primo scalino di pietra con la torcia accesa, sentendo il cuore battergli forte contro le costole.
Capitolo 9: Il messale delle ombre
La scala di pietra scendeva per tre metri fino al pavimento di terra battuta della cripta.
I fari dei Vigili del Fuoco illuminarono la cella sotterranea: le pareti in pietra nuda erano coperte da una patina di brina bianca.
La temperatura all’interno del locale era sotto lo zero.
Al centro della cella non c’era nessuno.
Sopra un leggio di pietra grezza posizionato nell’angolo est era appoggiato un grande messale liturgico con la copertina in pelle nera.
Un carabiniere della Scientifica si avvicinò con i guanti di lattice e aprì il volume, scoprendo che le pagine interne erano state scavate al centro.
Dentro la cavità giaceva una lettera piegata in quattro, scritta a mano con inchiostro nero.
Il Capitano dei Carabinieri spiegò il foglio e lesse le righe autografe ad alta voce davanti alle telecamere d’ispezione.
La scrittura apparteneva chiaramente ad Agnese Valli.
La lettera rivelava che quattordici giorni prima Stefano aveva preteso di sottoporre il figlio Matteo a un rito di purificazione estrema senza cibo né acqua per espiare le colpe del nonno Marco.
Per impedire che il bambino morisse sotto il rito del padre fanaticamente plagiato, Agnese lo aveva nascosto di nascosto nella cripta segreta.
Ma per evitare che Stefano trovasse il piccolo, la donna aveva sigillato i condotti dell’aria e le assi del pavimento con la pece d’api.
Agnese aveva poi perso la chiave d’accesso per due giorni durante i controlli della polizia.
Quando era riuscita a riaprire la botola in segreto due settimane prima, il piccolo Matteo di sette anni era già morto congelato per l’ipotermia e il freddo della cella isolata.
Agnese aveva poi portato via il corpo nella notte per seppellirlo nel bosco retrostante, lasciando le assi sigillate per nascondere le tracce al resto della comunità.
Marco si accasciò contro la parete di pietra gelato, portandosi le mani al volto mentre la torcia gli scivolava dalle dita.
Capitolo 10: Il prezzo delle manette
L’uscita dalla tenuta del Monte Sacro avvenne sotto i riflettori di decine di emittenti televisive arrivate da tutto il Paese.
Stefano Moretti venne fatto uscire dalla villa con le mani manettate dietro la schiena, scortato da quattro Carabinieri.
Il suo volto era completamente impassibile, gli occhi fissi sul vuoto mentre i cronisti gli urlavano domande a pochi centimetri dal viso.
Agnese Valli venne caricata su un’ambulanza militare sotto custodia cautelare, incriminata per omicidio colposo e occultamento di cadavere.
Contemporaneamente, due pattuglie della Guardia di Finanza bloccavano la berlina del Notaio Giacomo Bellini mentre tentava di allontanarsi dal paese.
Nel bagagliaio del notaio vennero rinvenuti due faldoni bruciati a metà e gli atti di proprietà falsificati che avevano permesso di sottrarre la tenuta alla madre biologica di Marco trent’anni prima.
Bellini venne ammanettato direttamente sul ciglio della strada provinciale davanti agli abitanti di San Giuliano.
Marco rimase seduto sul muretto all’ingresso del casale, fissando le auto della polizia che portavano via suo figlio e sua matrigna.
Elena Rossi si avvicinò lentamente, posandogli una mano sulla spalla senza dire una parola.
La piccola Chiara era addormentata all’interno dell’auto del servizio sociale, avvolta in una coperta di lana azzurra.
La comunità del Monte Sacro era stata posta sotto sequestro giudiziario e tutti i suoi membri vennero identificati e scortati fuori dalla proprietà.
Capitolo 11: Macerie sotto la pioggia
Due settimane dopo la tragedia, una pioggia battente e ininterrotta flagellava le montagne dell’Appennino umbro.
Marco camminò da solo lungo il viale d’ingresso della tenuta del Monte Sacro, ricoperto di fango e foglie marcite.
Il cancello principale era sigillato con i nastri rossi e bianchi della Magistratura e i cartelli di sequestro penale.
L’intero perimetro era desertificato; gli arredi della comunità erano stati catastati sotto i portici e coperti da teli di plastica squarciati dal vento.
Marco salì le scale ed entrò nella camera da letto di Agnese, spinta dalla porta scardinata dai Vigili del Fuoco.
La botola di rovere era rimasta spalancata sul pavimento, un buco nero e gelato che mostrava la scala di pietra sottostante.
L’acqua della pioggia penetrava dal tetto danneggiato, gocciolando con un suono ritmo costante dentro la cavità della cripta.
Marco si avvicinò al bordo dell’apertura, guardando il punto esatto in cui suo nipote aveva picchiato le mani nel buio nel tentativo di salvarsi.
Suo figlio Stefano si trovava nel carcere di Perugia in attesa di giudizio per sequestro di persona e concorso in maltrattamenti.
Agnese era ricoverata nel reparto psichiatrico giudiziario, distrutta dal crollo del suo stesso culto.
La piccola Chiara gli era stata riaffidata, ma la bambina non parlava più e passava le giornate a fissare le finestre della loro casa in paese.
Marco toccò il legno scheggiato del bordo della botola con i polpastrelli induriti dal lavoro da falegname.
Ho preteso che il buio venisse squarciato dalla luce, senza capire che la luce avrebbe mostrato le ceneri di tutto ciò che avevo amato.
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