CHAPTER 1: Il cancello di ruggine e nebbia
Part 1
Questa proprietà appartiene alla famiglia Moretti ora, non hai più alcun diritto di mettere piede qui. L’imprenditore Matteo Bellini è tornato nella sua dimora d’infanzia sulle colline di Volterra dopo nove anni di abbandono, con l’intento di venderla. L’elettricità era stata staccata nel 2015, eppure le finestre del piano superiore emanavano una luce calda e sul viale c’erano giocattoli di legno recenti dispersi nell’erba alta. Quando ha bussato al portone di legno massiccio, la porta si è aperta lentamente. Sulla soglia è apparsa sua moglie Elena, dichiarata morta nove anni prima in un incidente stradale, insieme a un bambino di otto anni che lo fissava in silenzio. Ma quando Matteo ha fatto un passo avanti, la figura della donna si è incrinata come un riflesso sull’acqua, mentre un uomo sconosciuto è emerso dall’ombra impugnano un documento notarile.
La gomma della sua Alfa Romeo sfrigolò sulla ghiaia bagnata. Matteo fermò l’auto davanti al cancello di ferro battuto, arrugginito e quasi inghiottito dall’edera selvatica. Nove anni.
Nove anni da quando aveva lasciato quel posto, non volgendosi nemmeno indietro.
Il vento freddo di Volterra sferzava gli ulivi, facendoli fremere come spettri. Gli alberi secolari, un tempo maestosi e curati, ora erano rami contorti, graffianti nel cielo plumbeo.
Un brivido gli corse lungo la schiena, non per il freddo.
Scivolò fuori dall’auto, il rumore della portiera che si chiudeva un’eco assordante nel silenzio rotto solo dal fruscio delle foglie. La vecchia villa Bellini, che un tempo risuonava di risate e promesse, ora sembrava una carcassa vuota, abbandonata.
Eppure, qualcosa non quadrava.
Nonostante l’erba alta che ricopriva il vialetto, c’erano piccoli giocattoli di legno, scolpiti con cura, sparsi qua e là. Un cavallino dondolo, una trottola. Erano troppo nuovi per essere stati lì per anni.
Lo stomaco di Matteo si strinse. L’elettricità era stata staccata nel 2015. Lo sapeva per certo, era stata una delle sue ultime disposizioni prima di partire.
Nonostante ciò, una luce calda, quasi dorata, filtrava dalle finestre del primo piano, illuminando le persiane sverniciate. Non era un riflesso del sole, il cielo era troppo coperto.
Era una luce vera.
Matteo sentì un nodo alla gola. Si avvicinò al portone di legno massiccio, il cuore che gli batteva all’impazzata contro le costole. La targa d’ottone, annerita dal tempo, recava ancora il nome “Villa Bellini”.
Sollevò la mano e bussò. Tre colpi secchi che risuonarono come un rintocco funebre.
Il legno scricchiolò. Lentamente, la porta cominciò ad aprirsi, rivelando un’oscurità più profonda all’interno. Matteo si mosse in avanti, il respiro bloccato in gola.
Poi la vide.
Sulla soglia, illuminata dalla luce interna che sembrava provenire da dietro di lei, c’era Elena. La sua Elena. Stessi occhi scuri, stessi capelli castani sciolti sulle spalle, stesso sorriso malinconico che ricordava così bene.
Era identica.
Il tempo non l’aveva sfiorata. Indossava un semplice vestito di cotone, familiare.
Accanto a lei, mano nella mano, c’era un bambino. Avrà avuto otto anni, forse nove. Occhi grandi, curiosi, fissi su di lui senza una parola. Aveva i capelli castani, proprio come i suoi.
Il sangue si gelò nelle vene di Matteo. Elena era morta. Dichiarata morta nove anni prima in un incidente stradale. Non poteva essere lei.
E il bambino… un bambino che non aveva mai avuto, mai conosciuto.
“Elena?” sussurrò, la voce roca, quasi spezzata. Fece un passo incerto in avanti, allungando una mano come per afferrare un miraggio.
In quel momento, la figura di Elena tremolò. Non un movimento fisico, ma come se la sua immagine fosse proiettata su una superficie d’acqua che si increspava. Un’incrinatura sottile, dolorosa, come un vetro che si scheggiava lentamente.
Il sorriso di lei svanì, sostituito da un’espressione di profonda tristezza, quasi un addio.
Poi, dall’ombra del corridoio dietro Elena, emerse un uomo. Era robusto, sulla cinquantina, con un viso duro e occhi piccoli, astuti. Lo conosceva. Corrado Moretti.
Corrado si fece avanti, spingendo con una mano la figura tremolante di Elena, che svanì leggermente, come un fumo che si disperde, prima di ricomporsi accanto al bambino. Il bambino non si mosse, ma i suoi occhi ora erano spalancati, pieni di una paura muta.
Nelle mani dell’uomo sconosciuto c’era un documento. Lo agitò nell’aria con un gesto sprezzante. Era un foglio spesso, con sigilli e timbri.
Matteo riconobbe lo stemma notarile. Era un atto.
“Questa proprietà appartiene alla famiglia Moretti ora,” disse Corrado, la voce rauca, intrisa di una fredda autorità che non ammetteva repliche. “Non hai più alcun diritto di mettere piede qui.”
Part 2
La figura della donna si incrinò di nuovo, più velocemente questa volta. Il sorriso di Elena si sciolse in un’espressione di desolazione. Poi, il bambino. I suoi occhi grandi e curiosi si spalancarono un’ultima volta, pieni di una tristezza profonda, quasi un addio. Matteo allungò la mano, ignorando le parole di Corrado, volendo solo toccare, accertarsi che fossero lì. Che fosse reale.
Le sue dita sfiorarono il braccio del piccolo. La pelle non era calda e viva, ma gelida, come marmo. Un freddo innaturale, penetrante, che gli trapassò le ossa e gli fece serrare i denti. Ritirò la mano di scatto, sentendo un bruciore acuto. Sulla sua pelle, dove il bambino l’aveva toccato, apparve una macchia rossa, come un livido da freddo intenso, che iniziò a pulsare.
In quell’istante, l’intera visione si dissolse. Elena, il bambino, la luce calda che li avvolgeva – tutto svanì come fumo in un lampo, lasciando solo l’oscurità del corridoio spalancato dietro la porta. Il rumore del vento che fischiava tra gli ulivi sembrava l’unico suono rimasto.
Corrado Moretti avanzò, riempiendo il vuoto lasciato dalla loro assenza. La sua presenza era massiccia, reale, innegabile. Teneva in mano il documento, un rotolo di carta spessa con timbri notarili ben visibili. “Questo è un contratto di locazione decennale,” disse, la sua voce bassa e minacciosa, senza alcuna emozione. “Firmato e registrato. Con una clausola di usucapione imminente. Questa proprietà è mia. Non hai più alcun diritto.”
Matteo barcollò all’indietro, la testa che gli girava. Il bruciore sulla mano era reale, un segno vivido della presenza e della successiva, dolorosa assenza di ciò che aveva appena visto. “Non è possibile,” sussurrò, cercando di superare Corrado, di guardare di nuovo dentro la casa che ora sembrava fredda e vuota, un guscio senza vita.
Ma Corrado non glielo permise. Gli afferrò il braccio con una forza inaspettata, spingendolo indietro sulla ghiaia del viale. La porta si chiuse con un tonfo sordo dietro di loro, tagliando fuori ogni residua luce dall’interno, gettando tutto nell’ombra della sera che calava.
Corrado scortò Matteo fuori dalla porta principale, tenendo in mano il documento come un trofeo.
Capitolo 2: Il sigillo del notaio
Corrado Moretti era un muro di carne e arroganza. Bloccava la soglia, il sorriso tirato e gli occhi piccoli che mi trafiggevano.
“Non c’è niente da vedere, signor Bellini,” disse, la voce roca e spavalda.
Un gesto della sua mano grassa mi intimò di arretrare.
“Questa è proprietà privata.”
Sentivo l’eco della sua voce nella gola secca. Non riuscivo a togliere gli occhi dalla porta dove Elena e Davide erano svaniti.
“È la mia proprietà,” risposi, la voce più ferma di quanto mi aspettassi. “Sono Matteo Bellini.”
Corrado ridacchiò, un suono sgradevole.
Srotolò un documento ripiegato, la carta spessa e ingiallita. Me lo sventolò davanti.
“Questo dice il contrario.”
Il mio sguardo cadde sul documento: un contratto d’affitto decennale. In cima, la data, nove anni prima, e la firma inequivocabile del Notaio Giancarlo Rossi.
Lo riconobbi subito. Era lo stesso notaio che aveva gestito le pratiche di mio padre.
“Stipulato con me,” aggiunse Corrado, picchiettando il suo nome stampato. “E con una bella clausola di usucapione imminente, se non le dispiace.”
Il sangue mi ronzava nelle orecchie. Usucapione. Acquisto di diritto per possesso prolungato.
Era un tentativo, chiaro come il sole, di rubarmi la villa. Mentre io ero all’estero, a scappare dal dolore, loro avevano architettato tutto.
Feci un passo avanti, cercando di afferrare il foglio. Corrado lo strinse al petto, i suoi occhi che mi sfidavano.
“Lei non ha alcun diritto qui,” continuò Corrado, il suo fiato pesante. “Non ha messo piede in questa casa per quasi un decennio. Ora è troppo tardi.”
Riuscii a cogliere alcuni numeri di serie a lato del foglio. Erano sballati. Non corrispondevano a nessun registro notarile ufficiale.
Una frode. Una truffa architettata nei minimi dettagli.
Il volto del Notaio Rossi, che mi sembrava così affidabile, mi si presentò nella mente. Un uomo distinto, sempre impeccabile. Ma evidentemente, anche lui aveva un prezzo.
Corrado mi spinse leggermente all’indietro con un gomito, il suo sorriso beffardo.
“Adesso vada, signor Bellini. Prima che debba chiamare la polizia per violazione di proprietà.”
Mi fissò come se fossi un insetto. Ma l’immagine di Elena e Davide, e la consapevolezza della frode, mi accendevano una scintilla.
Non sarei andato da nessuna parte.
Capitolo 3: Il cellulare nella cantina
Corrado mi aveva scortato fino al cancello di ferro battuto, assicurandosi che uscissi e poi richiudendolo a chiave con un sonoro cigolio.
Ma non avevo intenzione di restare fuori. Conoscevo ogni fessura di questa casa.
Aggirai la villa, l’erba alta mi frustava i polpacci. Sotto il salone principale, sul lato ovest, c’era un vecchio passaggio di servizio per la cantina. Era stato usato in guerra.
La porta era nascosta da un edera fitta e da alcune tavole marce. Le scostai con un calcio, sentendo il legno sbriciolarsi.
L’aria all’interno era ferma, fredda, con un odore pungente di terra e muffa. La cantina era un labirinto di volte in pietra.
Mentre mi muovevo nel buio, il mio piede urtò qualcosa di duro.
Una parete di mattoni recenti. Il cemento era ancora troppo liscio. Sembrava messa lì da non molto tempo.
Mi inginocchiai, tastando i mattoni. Dietro, sentivo un’eco sorda, come di uno spazio vuoto.
Poi notai un piccolo bagliore, un punto di luce bluastra che pulsava debolmente tra le fessure dei mattoni. Era debole, ma inconfondibile nel buio pesto.
Mi avvicinai e capii cosa fosse. Un vecchio Nokia, uno di quelli indistruttibili. Era il cellulare di Elena.
Come poteva essere acceso? La corrente era staccata dal 2015.
Lo presi in mano. Il telefono era gelido, ma lo schermo si illuminò con una luce spettrale, la batteria inspiegabilmente carica.
Un messaggio era aperto, un SMS.
Sembrava un thread di conversazione. Scorrendo all’indietro, vidi i nomi dei partecipanti: “Corrado” e “Notaio Rossi”.
Le date erano tutte del 2015. Aprile, Maggio, Giugno. Proprio l’anno in cui Elena era morta.
Lessi in fretta, il cuore che mi batteva nel petto. “Hai ripulito? Nessuna traccia, vero?” scriveva Corrado.
“Copertura perfetta,” rispondeva il Notaio Rossi. “La tua parte è assicurata. E la sua anche.”
“La sua?” pensai. Di chi stavano parlando?
Le dita mi tremavano mentre scorrevo ancora. Ogni messaggio era una pugnalata. Una fitta al cuore che mi faceva mancare l’aria.
“E il documento? Lo hai fatto come si deve?”
“Come da accordi. Usucapione quasi garantita. Nessuno la disturberà per anni.”
Il piano era stato architettato nove anni fa, quando io ero lontano, a piangere quella che credevo una tragedia.
Capitolo 4: L’assedio dei Moretti
Avevo passato la notte nella cantina, dormendo a intermittenza su un cumulo di sacchi di iuta, con il cellulare di Elena stretto tra le mani.
La mattina, la luce filtrava dalle piccole grate in alto, rivelando una polvere densa che danzava nell’aria. Il viale era silenzioso.
Mi arrischiai a uscire, risalendo il passaggio di servizio. Il sole era alto, ma un’atmosfera tesa mi avvolgeva.
Mentre mi avvicinavo al cancello principale, sentii il rumore di motori. Due fuoristrada scuri apparvero all’orizzonte, sollevando nuvole di polvere.
Frenarono bruscamente davanti al cancello, bloccando l’intero viale. Ne scesero tre uomini.
Corrado era tra loro, i suoi occhi che brillavano di rabbia.
“Non hai capito, Bellini?” urlò, la sua voce risuonava nella quiete del mattino. “Devi andartene!”
Gli altri due uomini erano più giovani, muscolosi. Riconobbi Giacomo, il fratello di Corrado, e Stefano, il cugino. Il primo teneva in mano una doppietta.
“La proprietà è nostra,” aggiunse Giacomo, stringendo il calcio del fucile.
Stefano tirò fuori una tronchese enorme dalla parte posteriore del fuoristrada. Si diresse verso un piccolo traliccio arrugginito vicino al bosco.
Era il ripetitore del segnale cellulare locale. In pochi secondi, sentii il rumore metallico dei fili recisi.
Il mio telefono, che avevo in tasca, perse subito il segnale. Erano determinati. Volevano isolarmi completamente.
Corrado mi fece un cenno brusco. “Firmerai quella rinuncia, o non uscirai mai da qui.”
“Firmare cosa?” chiesi, cercando di mantenere la calma.
“La rinuncia formale agli atti della villa. Una semplice liberatoria,” spiegò Corrado con un sorriso sdentato. “Giusto per evitare altri problemi.”
Stefano tornò verso i fratelli, la tronchese ancora in mano. I tre si disposero a semicerchio, bloccando ogni via di fuga.
Il mio sguardo cadde sulla doppietta di Giacomo. I loro occhi erano freddi, determinati.
Ero circondato. La casa era diventata una prigione.
Capitolo 5: Le pietre nascoste
Ero tornato nella cantina, i loro sguardi minacciosi ancora addosso. La luce spettrale del vecchio cellulare di Elena era la mia unica compagna.
Mi sentivo braccato, ma anche più determinato. Non potevo permettere che vincessero.
In quel momento, una leggera foschia bianca cominciò a danzare nell’angolo più profondo della cantina. Si condensò, formando una piccola sagoma.
Era Davide. Il bambino spettrale, un’ombra luminosa e silenziosa.
Mi tese la mano, poi la agitò leggermente, indicando la parete di mattoni che avevo notato prima. Quella con la malta ancora fresca.
Il cuore mi balzò in gola. Il bambino mi stava guidando.
Mi avvicinai al muro, i mattoni erano posati alla buona. Non erano parte della struttura originale della cantina.
Davide mi fece cenno di toccare. Posai le mani sulla malta fredda. Era ancora morbida, nonostante gli anni.
Con un po’ di forza, riuscii a smuovere alcuni mattoni. Non erano legati bene.
Si staccarono facilmente, rivelando una nicchia buia, uno spazio profondo dietro il muro. L’odore era acre, di benzina e ruggine.
Dentro, nascoste tra le ragnatele e la polvere, c’erano le targhe dell’automobile di Elena. Le riconobbi all’istante: la “FIAT Punto” e il numero.
Non potevo credere ai miei occhi.
Poi, più in profondità, intravidi una forma scura. Tirai fuori con delicatezza una borsa.
Era la borsa di Elena. Quella che aveva con sé il giorno dell’incidente. Era macchiata e rovinata, ma non c’erano dubbi.
C’era il suo portafoglio, ancora con qualche lira e documenti ormai scaduti. E una piccola foto di noi due, scattata il giorno del nostro matrimonio.
Il clan Moretti aveva conservato tutto questo. Come un macabro trofeo.
Il respiro mi si bloccò in gola. Non era stato un incidente. Non poteva essere. Tutto quello che credevo di sapere, la storia che mi avevano raccontato, era una menzogna.
Davide mi guardò, la sua piccola figura luminosa vibrò leggermente. La verità era sepolta qui, con Elena.
Capitolo 6: La confessione di Beatrice
Il rumore delle auto dei Moretti che pattugliavano il viale non mi dava tregua. I miei occhi erano puntati sulle targhe di Elena.
Avevo bisogno di un piano. Avevo bisogno di aiuto.
Mi intrufolai nella stalla abbandonata, un edificio scuro e fatiscente che mio nonno usava per le sue mucche. Speravo di trovare un modo per uscire o almeno un altro telefono.
L’aria era pesante, impregnata dell’odore di fieno vecchio e polvere. Poi sentii un sussulto.
Una figura si mosse nell’ombra, spaventata quasi quanto me.
Era Beatrice Moretti, la nipote di Corrado. I suoi occhi erano grandi, pieni di terrore.
“Tu sei Matteo, vero?” mi chiese, la voce un sussurro appena udibile.
Annuii. I suoi capelli scuri le coprivano parte del viso, sembrava sul punto di piangere.
“Devi andartene,” disse, guardandosi intorno nervosamente. “Mio zio e i suoi… sono pericolosi.”
“Non posso andarmene,” risposi. “So cosa è successo a Elena. So della frode.”
Beatrice strinse le labbra. Poi, con un gesto repentino, estrasse qualcosa dalla tasca.
Era una chiavetta USB. Me la porse, le sue mani tremavano.
“Ho paura,” confessò. “Le luci. I passi. Ogni notte si riaccendono da sole nella villa. Sento i bambini che piangono, ma non ci sono bambini.”
I suoi occhi si posarono sulle mie spalle, come se ci fosse qualcuno dietro di me.
“Questo è il registro digitale del notaio Rossi,” continuò. “Ho… l’ho copiato. Mio zio l’ha lasciato sul computer.”
“Perché lo fai?” chiesi, incredulo.
“Non voglio far parte di questo,” rispose, la sua voce ora un singhiozzo represso. “Sono spaventata. Troppo spaventata.”
I suoi occhi erano pieni di un orrore autentico. Era il terrore delle presenze nella casa.
“Il contratto d’affitto… è retrodatato,” aggiunse, quasi non respirando. “L’hanno fatto dopo. Dopo l’incidente.”
La sua rivelazione fu una conferma agghiacciante. Corrado non aveva mai avuto un contratto d’affitto legale. L’avevano creato dopo la morte di Elena per giustificare il loro possesso.
“Non dire a nessuno che mi hai vista,” mi supplicò Beatrice, prima di fuggire via, scomparendo nell’oscurità della stalla.
Restai solo, con la chiavetta USB stretta nella mano. La mia unica speranza.
Capitolo 7: I messaggi di testo
Tornai nella cantina, il cuore che mi martellava. Inserii la chiavetta USB in una vecchia porta USB del cellulare di Elena. Funzionò.
Scaricai il file. Erano i registri del Notaio Rossi. Un caos di date e annotazioni.
Poi, recuperai anche tutti gli SMS dal telefono di Elena. Li lessi con calma, analizzando ogni singola parola.
Non solo i messaggi tra Corrado e il Notaio Rossi, ma anche quelli di Elena con altre persone, con me, con la sua amica.
Poi trovai un messaggio di Elena a un medico. Era datato tre settimane prima dell’incidente.
“Il test è positivo, sono di quattro mesi.”
Elena era incinta. Incinta di Davide.
La rivelazione mi stordì. Un’altra vita. Un’altra perdita. Tutto quello che mi era stato negato.
Continuai a leggere, le mani che mi tremavano. I messaggi tra Corrado e il Notaio Rossi si fecero più chiari, più espliciti.
“Abbiamo un problema,” scriveva Corrado. “La Bellini ha scoperto delle manovre sui terreni agricoli. Ha i documenti.”
“Non è un problema,” rispondeva il Notaio Rossi. “I documenti non valgono se lei non c’è più.”
Un gelo mi pervase. Corrado aveva scoperto che Elena aveva in mano le prove delle sue trame per sdemanializzare i terreni agricoli, trasformarli in edificabili e rivenderli a caro prezzo.
Poi, il messaggio più agghiacciante. Era di Corrado, al Notaio Rossi. La data: il giorno dell’incidente.
“Freni manomessi. Era da sola sulla strada di montagna. Carcassa nascosta nella cantina. Occupati del certificato di morte. Nessuno deve sapere.”
Corrado aveva tagliato i tubi dei freni dell’auto di Elena. Aveva causato l’incidente.
Il Notaio Rossi aveva occultato il certificato di morte originale, inventandone uno che parlava di “incidente stradale fatale” senza ulteriori indagini.
Le prove. Erano tutte qui. La morte di Elena non era stata una fatalità, ma un omicidio premeditato.
Per un pezzo di terra.
Capitolo 8: L’ombra sul viale
La verità era come un macigno sul mio petto. Il mondo esterno, però, non si era fermato.
Un temporale si abbatté su Volterra, un vento freddo che ululava attraverso le fessure della villa. I tuoni squarciavano il cielo, e la pioggia martellava i vetri.
Sentii il rumore di un’altra auto avvicinarsi al viale. Un’altra macchina, oltre ai fuoristrada già lì.
Mi affacciai alla finestra del piano superiore, sbirciando attraverso le persiane marce. Era la vecchia Ford Fiesta di mia zia Caterina.
Corrado era lì ad aspettarla, riparandosi sotto l’albero più grande. Mia zia Caterina era una donna dura, sempre attenta al denaro. Non mi parlava da anni, da quando avevo rifiutato di prestarle soldi per i suoi debiti di gioco.
Non faceva che confermare quello che avevo sempre saputo. Aveva sempre avuto una debolezza per il gioco e i debiti con la famiglia Moretti. Era lei che aveva dato loro le chiavi o i codici di accesso anni prima.
Corrado le aprì la portiera, poi si incamminarono verso la villa. Non capivo cosa volessero.
Pochi minuti dopo, sentii le loro voci dal salone, salire le scale. Stavano salendo.
Si fermarono davanti alla porta della stanza di mio padre, proprio quella che Corrado mi aveva impedito di raggiungere. Sentii un dialogo.
“Qui firmeremo la deposizione,” disse Corrado, la sua voce risuonava nel silenzio della villa.
“Sono sicura di quello che ho visto, Corrado,” rispose zia Caterina, la sua voce acida. “Matteo ha sempre avuto problemi. Visioni. Allucinazioni. Fin da bambino.”
Capii subito. Stavano cercando di farmi passare per pazzo.
Volevano un’ordinanza per farmi internare, per screditare qualsiasi mia accusa. Per dichiarare che ero incapace di intendere e di volere, annullando ogni mia possibile azione legale.
L’escalation era stata calcolata. Ma io avevo le prove. Avevo il cellulare di Elena. Avevo i registri del notaio.
Erano in trappola. E lo spettro di Elena era pronto a farsi sentire.
Capitolo 9: L’ultimo freddo
Il ronzio di un generatore fuori dalla villa si fece più forte. Corrado aveva collegato l’elettricità, forse per illuminare la scena, per rendere la “deposizione” più ufficiale.
Le luci nel salone si accesero all’improvviso, un lampo accecante. Poi, con un frastuono assordante, esplosero.
Tutti i vetri delle finestre si incrinarono e la temperatura nella stanza crollò in un istante. Un freddo innaturale, che bruciava la pelle, mi avvolse.
Un urlo sovrumano riempì l’aria, un grido straziante che non era umano.
Corrado e mia zia Caterina si bloccarono, i loro volti sbiancati dal terrore.
Poi, lo vidi. Lo spettro di Elena. Non era più una figura eterea. Era solida, tangibile.
Il suo vestito bianco era ora strappato, e sul suo fianco, una ferita profonda, lacerata, da cui sembrava fuoriuscire una luce spettrale. La ferita dell’incidente.
Le sue mani si mossero, come se volesse afferrare Corrado.
Il Notaio Rossi, che avevo scoperto essere lì, a dare un’impronta legale alla messinscena, e Giacomo, che era salito a sorvegliare la zia Caterina, lasciarono cadere i documenti che tenevano.
“Maledizione!” urlò il notaio, il suo volto paonazzo di terrore.
Giacomo lasciò cadere la doppietta con un tonfo e fuggì correndo verso le scale, inciampando sui gradini.
Il Notaio Rossi lo seguì a ruota, i suoi abiti eleganti svolazzavano mentre scappava. L’udivo ansimare mentre correva verso le macchine.
Elena si voltò verso di me, i suoi occhi malinconici ora pieni di una tristezza infinita.
Mi sfiorò il viso, e sentii un freddo pungente, ma stavolta era un freddo di addio, non di dolore.
La sua forma cominciò a dissolversi, come una scia di fumo bianco che si disperde nel vento. Accanto a lei, una piccola figura luminosa, quella di Davide, si teneva alla sua mano.
Il mio piccolo Davide. Non aveva mai avuto una vita reale. Era nato dalla disperazione di Elena, dalla sua anima intrappolata tra queste mura.
La verità era emersa, spezzando il loro legame con questo mondo, la loro ragione di restare.
“No!” gridai, cercando di afferrarli.
Ma le mie mani attraversarono la foschia. Elena e Davide svanirono per sempre, portando via con sé ogni residuo di speranza.
Caddi in ginocchio, il gelo mi penetrava fino alle ossa. Il dolore che mi travolse era irreversibile, totale.
Erano andati. Per sempre.
Capitolo 10: I cancelli chiusi
L’eco degli urli di Corrado risuonava ancora nel silenzio improvviso della villa. Era rimasto solo.
I fari dei fuoristrada si mossero. Corrado era tornato al cancello principale, la sua figura scura che si stagliava contro la notte illuminata solo dai lampi lontani.
Sentii il rumore sferragliante di una catena. Stava chiudendo i cancelli d’acciaio con un lucchetto enorme.
“Non uscirai vivo da qui, Bellini!” urlò, la sua voce distorta dalla rabbia e dalla disperazione.
“Questi terreni sono miei! Non li avrai mai!”
I Moretti rimasti, i suoi cugini e amici, erano ancora fuori, armati, e sembravano decisi a non lasciarmi andare. Il loro assedio era diventato una prigione.
La tempesta continuava a infuriare. Dovevo agire in fretta.
Mi precipitai in quello che era stato lo studio di mio padre. C’era un vecchio telefono fisso, uno di quelli con la rotella. Non era mai stato staccato, solo non funzionava.
Ma ora, con il ripristino temporaneo dell’elettricità, forse…
Afferrai la cornetta, un freddo metallico sulla guancia. Composi il numero dei Carabinieri, il cuore che mi batteva all’impazzata.
La linea suonò. E poi, finalmente, una voce.
“Carabinieri di Volterra, dica pure.”
“Sono Matteo Bellini,” dissi, la mia voce tremante. “Sono intrappolato nella mia villa. Ci sono degli uomini armati fuori, i Moretti. Hanno manomesso i freni dell’auto di mia moglie nove anni fa, hanno falsificato documenti…”
La voce dall’altra parte mi interruppe. “Signor Bellini, ho presente la situazione. Ci sono diverse segnalazioni riguardo a una disputa sulla proprietà.”
Sentii una fitta di speranza. Finalmente.
“Ma senza un’ordinanza del giudice, non possiamo intervenire direttamente in una disputa di possesso. È una questione civile,” continuò il Carabiniere, la sua voce piatta.
“C’è stato un omicidio!” urlai, la frustrazione mi stava soffocando. “Ho le prove! Hanno ucciso mia moglie e mio figlio non nato!”
“Capisco la sua preoccupazione, signore,” rispose con calma. “Ma senza un mandato o un’autorizzazione, la nostra giurisdizione è limitata. Possiamo inviare una pattuglia per ‘disturbo della quiete pubblica’ al massimo, ma non possiamo irrompere nella proprietà senza un ordine specifico.”
La cornetta mi cadde dalle mani.
I cancelli erano chiusi. L’esterno era un inferno. E la giustizia, quella che credevo di poter trovare, era chiusa fuori anche lei.
Capitolo 11: La cucina di pietra
Era la tarda serata dello stesso giorno. Il temporale si era placato, lasciando dietro di sé un’aria pesante e un silenzio assordante.
Ero seduto al tavolo di legno spoglio della vecchia cucina. Il freddo della pietra mi penetrava nelle ossa.
L’oscurità era assoluta. Non un barlume di luce, non un suono, se non il mio respiro.
Tra le mie mani stringevo l’unico oggetto reale che Elena e Davide avevano lasciato sul pavimento dopo essersi dissolti: un piccolo cavallino di legno intagliato. Era gelido, come il ghiaccio.
Lo guardavo, le sue forme semplici mi ricordavano una speranza che non c’era più. Un figlio che non avrei mai conosciuto, una moglie che non avrei mai più abbracciato.
Fuori, potevo sentire i fari dei fuoristrada dei Moretti. Continuavano a pattugliare il perimetro della villa, come lupi affamati.
Elena e Davide non sarebbero mai più tornati. La loro presenza, il loro ricordo, era ormai solo un eco nella mia mente.
Avevo cercato la verità, e l’avevo trovata. Ma la verità non mi aveva portato pace, né giustizia nel modo in cui l’avevo sperata.
Mi aveva lasciato solo, in una casa fredda e buia.
Avevo cercato la verità per nove anni credendo potesse restituirmi la vita, ma la verità era solo una stanza vuota in cui impara a stare da solo.
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