CHAPTER 1: Il battito sotto la pietra.
Part 1
“Devi sposare la Dama di Pietra per firmare il trattato di pace con la casata avversaria,” mi ordinò il mio patrigno, il Conte Donato Moretti.
A diciassette anni, fui costretto a inginocchiarmi davanti a una fredda statua di marmo scolpita con le sembianze di una giovane donna.
Ma durante la veglia solenne nella galleria ducale, appoggiai la mano sul petto del marmo e avvertii un debole battito cardiaco.
Poi, dalla pietra fessurata, una voce sommessa sussurrò il mio nome segreto d’infanzia, un nome che solo una persona morta quattro anni fa conosceva.
Il Salone d’Onore del palazzo ducale di Ravenna risuonava di un silenzio assordante. Era un silenzio carico, pesante, come il velluto scuro che adornava le pareti e smorzava ogni suono.
Al centro della sala, su un piedistallo di granito lucido, troneggiava la “Dama di Pietra”. Era maestosa, scolpita in marmo bianco, con lineamenti così delicati da sembrare quasi vivi.
Solo la fredda immobilità tradiva la sua vera natura.
Il mio cuore di diciassettenne batteva contro le costole, non per emozione, ma per un misto di rabbia e umiliazione.
Davanti a me, sul tavolo intarsiato, c’era la pergamena che avrebbe sancito l’atto di unione. Il sigillo del ducato, appena apposto, splendeva umido.
Mio patrigno, il Conte Donato Moretti, era in piedi al mio fianco, un’ombra alta e imponente. Il suo sguardo, come sempre, era privo di calore.
“Firma, Matteo,” disse, la sua voce bassa ma perentoria. “Il destino di Ravenna dipende da questa unione.”
Un’unione con una statua. Era l’ennesima beffa, l’ennesimo modo per Donato di ribadire il suo controllo su ogni aspetto della mia vita, e del ducato che un giorno sarebbe dovuto essere mio.
Afferrai la penna d’oca, la punta dura contro le mie dita. Il mio nome, Orsini, era già vergato con un’eleganza che non mi apparteneva più, sotto il nome della Dama.
“Ora, secondo il rito,” continuò Donato, ignorando la mia espressione, “dovrai vegliare sulla tua sposa di pietra per tutta la notte, finché il sole non sorgerà. È il simbolo della tua devozione.”
Le sue labbra si curvarono in un sorriso sottile, un ghigno che non raggiunse mai i suoi occhi.
Sapevo che era un modo per isolarmi, per togliermi dalla vista della corte, dopo questa farsa pubblica.
Mi inginocchiai davanti alla statua, il marmo freddo sotto le mie ginocchia. L’aria nel salone era densa di profumi d’incenso e cera bruciata.
Le candele di cera d’api, disposte in cerchio attorno alla Dama, proiettavano ombre danzanti sulle pareti affrescate. I bagliori dorati rendevano i lineamenti della statua quasi morbidi.
Allungai una mano, come richiesto dal rito, e la poggiai delicatamente sul petto levigato della scultura. Il marmo era, come previsto, gelido.
Era l’emblema perfetto della mia vita: una bellezza inaccessibile, un futuro freddo e prestabilito.
Rimasi lì per lunghi minuti, la mano inerte sulla pietra, il corpo rigido, la mente altrove. Il pensiero di Costanza, la mia promessa sposa creduta morta, mi tormentava.
Erano passati quattro anni. Quattro anni da quando Donato mi aveva detto che una febbre improvvisa l’aveva strappata via.
Un brivido mi percorse. Non era il freddo del marmo. Era qualcosa di diverso, una strana sensazione che si insinuava attraverso la pietra.
Un calore tenue, quasi impercettibile all’inizio, cominciò a irradiarsi dal punto in cui la mia mano toccava il petto della Dama.
Non era il calore delle candele, né il mio stesso calore corporeo. Era un tepore che proveniva dall’interno della statua, delicato e stranamente confortante.
Aggrottai la fronte. Stava forse succedendo qualcosa? Era un trucco, una delle illusioni che Donato amava orchestrare?
No, era troppo reale. Troppo intimo.
Concentrai tutti i miei sensi. E fu allora che lo sentii.
Debole, ritmico, inequivocabile. Un battito.
Tum-tum. Tum-tum.
Un cuore umano che pulsava sotto uno strato di marmo di Carrara.
La mia mano si irrigidì. Era impossibile. Il mio respiro si bloccò in gola. Il mondo intero sembrò fermarsi, inchiodato a quel suono impossibile.
Mi avvicinai ancora di più, il mio viso a pochi centimetri dalla superficie levigata. Cercai una spiegazione, un inganno, qualsiasi cosa.
Ma il battito continuava, costante, vivo.
Il marmo sembrava pulsare sotto la mia pelle.
Poi, un suono sottile, quasi un fruscio, attirò la mia attenzione. Era un suono che proveniva dal collo della statua.
Una micro-fessura, sottilissima come un capello, si stava lentamente aprendo sulla superficie. Sembrava che la pietra stessa stesse cedendo sotto una pressione interna.
Il piccolo crepaccio si allungò di pochi millimetri, quasi impercettibile a occhio nudo.
Ma nel profondo della fessura, in quel piccolo spiraglio che si era appena formato, intravidi qualcosa.
Un lembo di stoffa scura. Non era marmo.
Era seta.
Part 2
La mia mano si ritrasse leggermente, poi tornò ad accarezzare la fessura. Il battito, sotto, era sempre più forte, più chiaro. Non era un’illusione. Era vivo.
Mi chinai ancora di più, l’orecchio quasi appoggiato al freddo marmo. Il profumo d’incenso ora mi sembrava più dolce, come un ricordo lontano.
E poi la sentii. Una voce.
Un sussurro flebile, quasi inudibile, ma limpido come l’acqua di sorgente.
“Leo…”
Il fiato mi morì in gola. Leo. Era il nome che solo lei usava. Il soprannome che Costanza mi aveva dato da bambino, un segreto che avevamo condiviso, un gioco tra noi.
Nessun altro lo conosceva. Nessuno l’aveva più pronunciato da quattro lunghi anni.
Costanza. La mia Costanza. Quella che Donato mi aveva detto essere morta di febbre.
Non era una statua. Era lei. Era sempre stata lei.
Una vertigine mi colpì. Tutto quello che credevo di sapere si sgretolò in un istante.
La sua scomparsa, la febbre improvvisa, il dolore. Erano tutte bugie, un castello di menzogne costruito dal mio patrigno.
L’aveva ingannata, l’aveva intrappolata in quella stasi calcarica.
Perché? La sua eredità. Le sue proprietà. Le cave di marmo, forse.
Il sangue mi pulsava nelle vene. Rabbia, orrore, una gioia folle e disperata si mescolavano dentro di me. Era viva. Ma in quale stato?
Tentai di sussurrare il suo nome, di farle sapere che ero lì. Di dirle che l’avevo trovata.
Ma prima che una parola potesse lasciare le mie labbra, la pesante porta della galleria si aprì con un cigolio sinistro.
Il suono mi fece sobbalzare, strappandomi via dalla mia incredibile scoperta.
Donato. Era lui. In piedi sulla soglia, la sua figura alta proiettava un’ombra lunga e minacciosa sul pavimento di marmo.
Accanto a lui, due guardie ducali, con le alabarde in resta, i loro volti inespressivi alla luce tremolante delle candele.
I suoi occhi gelidi si posarono su di me, inginocchiato davanti alla statua.
“Matteo,” disse Donato, la sua voce risuonò nella sala come un colpo secco. “La veglia è finita. È ora di riposare.”
CAPITOLO 2: Il lapicida spaventato
Il giorno dopo, la galleria ducale era silenziosa, illuminata da un sole pallido che non riusciva a scaldare il marmo. Il battito che avevo sentito, il sussurro di Costanza, bruciavano nella mia mente.
Donato non doveva saperlo. Non ancora.
Dovevo trovare Mastro Guglielmo, il lapicida di corte.
Lo trovai nel suo laboratorio, circondato da polvere di marmo e attrezzi affilati. L’aria sapeva di calce e vecchi metalli. Stava lucidando un piccolo busto, la sua fronte rugosa corrucciata per la concentrazione.
“Mastro Guglielmo,” dissi, cercando di mantenere un tono casuale.
Lui alzò lo sguardo, gli occhi piccoli e scuri. “Mio signore. Avete bisogno di qualcosa?”
“Sono qui per comprendere meglio la ‘Dama di Pietra’,” spiegai. “Il trattato con Montefiore è imminente, e voglio assicurarmi di conoscerne ogni aspetto, inclusa la composizione geologica.”
Guglielmo annuì, lusingato. “Una saggia decisione, principe. La nostra maestria è ineguagliabile.”
“La patina, in particolare,” continuai, indicando un piccolo frammento di pietra che giaceva su un tavolo. “È insolitamente resistente. Quale minerale, o forse, quale procedimento, le conferisce tale durezza?”
Il lapicida si avvicinò, prendendo in mano il frammento. “Ah, questa non è solo pietra. C’è una soluzione speciale. Una miscela che ho perfezionato.”
I suoi occhi brillarono di orgoglio professionale.
“Per anni,” continuò, senza che gli fosse chiesto, “ho studiato le proprietà della stasi calcarica. Una vera sfida alchemica.”
Fece una pausa, guardandomi come se fossi il suo più attento allievo.
“Una formula che il Conte Donato in persona mi commissionò tre mesi prima della… della scomparsa di quella povera Costanza,” disse, quasi un mormorio. Poi si bloccò, come se si fosse reso conto di aver detto troppo.
Un nodo mi strinse lo stomaco. Tre mesi prima.
Non quattro anni fa, come la sua presunta morte. Donato aveva pianificato tutto.
Guglielmo tossì, imbarazzato, rimettendo a posto il frammento di pietra.
“Per un campione organico, disse all’epoca,” aggiunse velocemente, cercando di minimizzare. “Un esperimento botanico… una rarità.”
Ma i suoi occhi fuggivano i miei. Non era un esperimento botanico. Non lo era mai stato. Costanza era stata la “rarità” da preservare, da nascondere. Il complotto era più antico e freddo del marmo stesso.
CAPITOLO 3: Il cerchio dei Moretti
Il palazzo era diventato una prigione silenziosa. Il mio girovagare nei vecchi archivi ducali, cercando tracce delle proprietà Barone e dei dazi minerari, non era passato inosservato.
Le voci delle mie “allucinazioni” dovute al dolore per Costanza iniziavano a circolare. Donato era bravo a seminare dubbi.
Una sera, fui convocato nel salone di rappresentanza. Le candele tremolavano, proiettando ombre lunghe sulle pareti affrescate.
Donato era seduto al centro, un sorriso mellifluo sul volto. Ai suoi lati, Jacopo, suo fratello e mio zio, un uomo dal collo taurino e lo sguardo aggressivo, e Filippo, mio cugino, un ombra sottile con un sorrisetto perenne. Erano il “cerchio dei Moretti”.
“Matteo, caro figliastro,” esordì Donato, la voce untuosa. “Abbiamo notato la tua… fragilità. Dopo la cerimonia simbolica, il tuo animo è turbato.”
Jacopo annuì vigorosamente, il suo anello ducale che brillava alla luce delle candele. “Sì, nipote. Sei pallido. I doveri di corte ti affaticano.”
Sentii il sangue ribollire. “Sono in perfetta salute, zio. E i doveri di corte sono il mio diritto.”
“Diritto che per ora non puoi esercitare pienamente,” intervenne Filippo, le mani giunte. “Si vocifera che tu parli da solo, che tu veda cose che non ci sono.”
Donato alzò una mano, come per calmarmi. “Per il tuo bene, e per la stabilità del Ducato, il Consiglio di Famiglia ha deciso.”
Prese una pergamena e la srotolò con un gesto lento.
“Fino a quando la tua mente non sarà tornata chiara, la tua firma sugli atti di corte è revocata. Sarai dispensato da ogni incarico. E rimarrai confinato nelle tue stanze, sotto la sorveglianza di Jacopo.”
Jacopo si mosse appena, un’ombra di soddisfazione sul volto. La mia ala del palazzo era ufficialmente diventata la mia cella.
Le parole mi si bloccarono in gola. Ero un prigioniero nel mio stesso castello.
CAPITOLO 4: L’ombra dell’ex consigliera
La mia ala del palazzo sembrava ancora più vasta e vuota ora che ero confinato. Le guardie di Jacopo pattugliavano i corridoi, i loro stivali risuonavano come rintocchi a morto. Ogni mia richiesta di accedere agli archivi veniva respinta.
Il terzo giorno di reclusione, un tenue bussare alla porta mi fece sobbalzare. Non era il passo pesante di una guardia.
Aprii, e sulla soglia c’era Beatrice Loredan. I suoi capelli scuri erano tirati indietro in una treccia severa, i suoi occhi acuti mi scrutavano con una curiosità che non avevo mai visto prima. Era stata a lungo consigliera di stato, un’alleata di Donato, ma il loro rapporto si era inasprito anni prima.
“Principe Matteo,” sussurrò, i suoi occhi che si muovevano rapidi per assicurarsi che nessuno la stesse seguendo. “Devo parlarvi. È urgente.”
Feci un cenno e lei entrò, chiudendo la porta con un tocco leggero. L’aria si fece più tesa, più densa di segreti.
“Per anni,” iniziò Beatrice, la voce quasi un sibilo, “ho assistito agli intrighi del Conte Donato. Ma ciò che ha fatto a Costanza… questo non posso più tollerarlo.”
Si avvicinò, estraendo dal suo mantello una busta sigillata.
“Costanza non è mai morta di febbre, Matteo. Non è stata nemmeno malata. Donato l’ha fatta rapire e la fece rinchiudere in quello stato di stasi. Tutto per le cave di Montefiore.”
Mi porse i documenti. Le mie mani tremavano mentre li aprivo. Erano registri contabili, ricevute di spedizione, tutti firmati con il sigillo di Donato. Dimostravano che la tenuta di Costanza e le sue preziose cave di marmo erano state vendute e i fondi trasferiti sul conto dei Moretti. Le firme erano chiaramente quelle di Donato, come amministratore dei beni “vacanti” di Costanza.
“Questi dimostrano che la sua falsa morte gli ha permesso di rilevare le sue proprietà senza guerra o rivendicazioni,” disse Beatrice. “È stato un colpo amministrativo, non una morte naturale.”
La rabbia mi bruciò. Ma sotto la rabbia, la speranza si accese. Costanza era stata inghiottita non dalla terra, ma da un complotto oscuro, da un atto di cupidigia. Avevo la prova.
CAPITOLO 5: L’ordine di trasferimento
La notte dopo la visita di Beatrice, il sonno era impossibile. Tenevo stretti i documenti che mi aveva dato. Ogni cifra, ogni data, ogni sigillo era un chiodo nella bara della reputazione di Donato.
Il giorno seguente, Beatrice mi inviò un breve messaggio, recapitatomi tramite un servo fedele: “Allerta. La Dama di Pietra sarà spostata.”
Un brivido mi percorse la schiena. Dove?
Poco dopo, sentii il trambusto nel cortile principale. Voci concitate, lo sferragliare di catene. Mi avvicinai alla finestra della mia stanza, nascosto dietro le tende pesanti.
Vidi i servi di Donato che si affrettavano a preparare un carro robusto, con funi spesse. Poi, notai la presenza di Mastro Guglielmo, con un’espressione confusa e spaventata, che supervisionava una squadra di operai.
Donato stesso, con la sua solita aria autorevole, firmava una pergamena con un gesto deciso. Lo vidi consegnarla a un capitano delle guardie.
Era l’ordine di trasferimento. La “Dama di Pietra” doveva essere portata nelle cripte sotterranee, con la scusa di un “restauro conservativo urgente”. Donato temeva che la patina si stesse sgretolando troppo velocemente, minacciando la sua macchinazione.
Ma capii subito la sua vera intenzione. Nella cripta, nel buio e nell’isolamento, Costanza sarebbe stata distrutta. La sua unica testimonianza, la sua stessa esistenza, cancellata per sempre.
Non potevo permetterlo.
Le guardie di Jacopo mi sorvegliavano, ma non avrebbero impedito la verità. Dovevo agire. Dovevo rischiare tutto.
CAPITOLO 6: La sfida del regolamento
I carri pesanti erano già nel cortile principale, le ruote che scricchiolavano sul lastricato. La grande cassa di legno che conteneva la “Dama di Pietra” era stata faticosamente calata su uno di essi. Il rombo dei cavalli impazienti riempiva l’aria.
Donato era lì, in piedi con le braccia incrociate, un’espressione di soddisfazione sul volto. Jacopo e Filippo erano ai suoi fianchi, le loro guardie pronte a scortare il convoglio.
Un manipolo di cortigiani curiosi si era radunato, osservando la scena. Questo era il mio momento.
Senza esitare, mi feci strada tra le guardie di Jacopo, spingendo via i muscoli del mio zio che cercò di bloccarmi.
“Fermo!” gridai, la mia voce sorprendentemente ferma, mentre il lapicida Guglielmo mi guardava atterrito.
Mi piantai davanti al carro, bloccando la sua avanzata. Dietro di me, quasi dal nulla, apparve Beatrice Loredan, seguita da due uomini in abiti da cerimonia con il sigillo della corporazione dei lapicidi. Erano i messi ufficiali.
“Donato Moretti,” dissi, la mia voce che risuonava nel cortile, “invoco l’articolo 14 del Codice Commerciale di Ravenna!”
Donato mi fissò, il suo sorriso svanito, sostituito da un’espressione di puro sdegno. “Che cosa stai blaterando, ragazzo? Torna nelle tue stanze!”
“L’articolo 14,” continuai, “proibisce il movimento di beni oggetto di trattato senza l’approvazione formale e completa del Consiglio Corporativo e la verifica dei messi!”
I messi dei lapicidi, guidati dalla presenza di Beatrice, si fecero avanti, le loro pergamene dispiegate.
“Il Principe Matteo ha ragione, Conte,” disse uno di loro, la voce grave. “Questa statua è oggetto di un trattato solenne. Un trasferimento urgente richiede l’ispezione immediata del Consiglio.”
Donato sbiancò. “Questa è follia! È un restauro interno, un’urgenza del palazzo!”
Ma i cortigiani mormoravano. Avevano sentito. Avevano visto. Il vecchio codice era sacro. Non poteva ignorarlo senza perdere la faccia davanti a tutti, e soprattutto, davanti agli imminenti ambasciatori di Montefiore che sarebbero arrivati il giorno dopo.
CAPITOLO 7: L’ispezione della discordia
La Sala dei Marmi, solitamente usata per le feste più sfarzose, era ora un campo di battaglia silenzioso. Il grande tavolo centrale era circondato dal Consiglio dei Sindaci Corporativi, i loro volti seri e inamovibili. Gli ambasciatori di Montefiore, arrivati in anticipo a causa della notizia del trambusto, sedevano composti, osservando ogni cosa.
La cassa di legno con la “Dama di Pietra” era stata portata al centro della sala.
Donato, con un’aria di falsa calma, tentava di minimizzare. “Siamo qui per una semplice disfunzione amministrativa, miei signori. Mio figliastro, purtroppo, è incline a crisi isteriche dovute al trauma passato.”
Si rivolse a me, un sorriso forzato. “Matteo, ti prego. Non è il momento per le tue fantasie.”
“Non sono fantasie,” ribattei, la voce ferma. “Chiedo un’ispezione formale della statua, qui e ora.”
Beatrice mi stava accanto, le mani strette. I documenti che mi aveva dato riposavano sul tavolo, visibili a tutti. La loro presenza era una minaccia silenziosa.
“Cosa proponete, Principe?” chiese uno dei Sindaci, il suo sguardo penetrante.
“Chiedo che Mastro Guglielmo, sotto giuramento, applichi il solvente di reidratazione neutrale che lui stesso ha creato, per verificare la stabilità della patina minerale,” dichiarai. “Se è un semplice restauro, il solvente non farà che rafforzarla.”
Gli occhi di Guglielmo si spalancarono per il terrore. Sapeva cosa avrei scoperto.
Donato fece un passo avanti, la sua voce tremava. “Questo è… un insulto all’arte! La statua potrebbe essere danneggiata!”
“O forse, Conte,” disse Beatrice, la sua voce acuta, “temete che riveli qualcosa che avete cercato di tenere nascosto?”
Un silenzio pesante calò nella sala. Gli sguardi si spostarono tra Donato e me, tra i documenti di Beatrice e la statua. Il gioco era iniziato.
CAPITOLO 8: Il guscio spezzato
Mastro Guglielmo, le mani tremanti, si avvicinò alla statua. Aveva un flacone di vetro in mano, pieno di un liquido limpido e quasi iridescente. Ogni movimento era lento, esitante. Donato lo fissava, gli occhi stretti in minaccia, ma il lapicida non osò disobbedire al Consiglio.
Con un sospiro profondo, Guglielmo applicò il solvente sulle fessure che avevo notato per primo, quelle sottili linee che rivelavano una superficie più morbida sotto la fredda pietra.
Per un momento, non successe nulla. Poi, un crepitio secco riempì la sala. Il suono era piccolo, ma nell’assoluto silenzio risuonò come un tuono.
Piccoli frammenti di calce e quarzo iniziarono a staccarsi, rivelando una superficie più liscia, più calda. Non marmo. Carne.
Poi, una fessura si allargò, mostrando un pezzo di spalla. E un occhio.
Gli ambasciatori di Montefiore si alzarono di scatto. I Sindaci Corporativi si portarono le mani alla bocca. Donato indietreggiò, il suo volto cenere.
La crosta minerale crollò del tutto. Con un respiro affannoso, Costanza Barone riaprì gli occhi. Le sue labbra si mossero, un gemito debole. Era viva. Cadde in avanti, liberata dal suo guscio, e fu accolta tra le braccia scioccate dei messi di Montefiore.
L’aria nella sala era gelida. Nessuno osava parlare.
Costanza tossì, la sua voce rauca ma chiara. “Conte Donato Moretti,” disse, indicandolo con un dito tremante. “Mi avete imprigionato. Avete falsificato i registri delle mie cave per rubare la mia eredità.”
Non c’era un discorso teatrale, solo l’accusa diretta, cruda, dolorosa. Donato era impallidito, le sue labbra tremavano. Tentò di balbettare qualcosa, delle scuse confuse, parole sconnesse che nessuno capì. La sua spavalderia era svanita.
Raccolse i suoi fogli, abbandonando ogni pretesa di dignità, e si precipitò verso una piccola porta secondaria, scomparendo dalla vista. Un capitano della guardia ducale si avvicinò al suo posto vuoto, prese il sigillo di Cancelliere e lo pose sul tavolo. La carriera di Donato era finita.
CAPITOLO 9: L’illusione della vittoria
Il silenzio che seguì la fuga di Donato fu più assordante di qualsiasi urlo. La corte era attonita, i sussurri riempivano la Sala dei Marmi mentre Costanza, ancora debole ma vigile, veniva assistita dai medici.
Donato Moretti fu destituito con effetto immediato da ogni incarico pubblico, privato dei titoli corporativi e confinato nelle sue tenute di campagna. Non ci furono arresti clamorosi, nessun processo pubblico, solo la vergogna e l’isolamento. I suoi alleati, Jacopo e Filippo, persero ogni influenza a corte, le loro posizioni svuotate di potere.
La liberazione di Costanza fu una vittoria personale, ma non fu l’inizio di una favola. Il trattato di pace tra Ravenna e Montefiore, che Donato aveva tanto desiderato, crollò rovinosamente. Il tradimento era troppo profondo.
Al suo posto, un rigido ed estenuante contenzioso giudiziario ed economico prese il via, durando anni. La disputa sul controllo dei dazi minerari delle cave di Montefiore si trasformò in una guerra di scartoffie, avvocati e diplomazie fredde.
Io, a soli diciassette anni, fui nominato Cancelliere ad interim. Non ero più il ragazzo ingenuo, innamorato e pieno di illusioni. Le mie spalle si curvarono sotto il peso di responsabilità inaspettate. Avevo salvato Costanza, avevo smascherato Donato, ma il prezzo era stato la mia giovinezza e la mia innocenza.
La vittoria non aveva portato pace, ma solo una nuova forma di conflitto, più subdola e persistente. Il palazzo, un tempo un luogo di segreti, era diventato il mio ufficio, un crocevia di compromessi.
CAPITOLO 10: Il ciclo della pietra
Venticinque anni dopo.
Sono seduto dietro la stessa grande scrivania, nella stessa Sala dei Marmi dove un tempo fui costretto a inginocchiarmi. Le candele sono state sostituite da lampade a olio più efficienti, ma l’odore di vecchio legno e pergamena è rimasto lo stesso. Le mie tempie sono grigie, le spalle curve sotto il peso di decenni da Cancelliere.
La porta si apre, e mia figlia Elena entra. Ha vent’anni, i miei stessi occhi acuti e la stessa determinazione giovanile che un tempo sentii bruciare in me. Porta una fitta pila di pergamene.
“Padre,” dice, la sua voce chiara. “Il nuovo trattato di unione commerciale con Montefiore. È pronto per la tua ratifica.”
Prendo le pergamene. Sono piene di clausole complesse, termini di scambio, garanzie reciproche. I nomi delle casate sono cambiati, ma la sostanza è identica. Leggo la clausola che impone la cessione della gestione congiunta delle cave di marmo di Montefiore. Un compromesso, ancora una volta.
Elena si siede di fronte a me, la penna d’oca in mano. I suoi occhi brillano di un idealismo che ricordo bene. Poi, con un sospiro quasi impercettibile, appone la sua firma al documento. La sua espressione è la stessa rassegnata accettazione che avevo avuto io, trentadue anni prima, nella stessa sala.
Mi chino sulla scrivania, la mia penna trema leggermente. Appongo la mia firma, ratificando un ciclo che sembra non avere mai fine.
Le guerre tra casate non finiscono con i trattati di pace, ma si limitano a cambiare stanza e firmatario.
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