CHAPTER 1: Il buio delle tre e quattordici
Part 1
Alle 3:14 del mattino, nel silenzio gelido del Collegio San Bernardo sulle Alpi valdostane, mia figlia Emma di 13 anni mi ha piantato le unghie nel polso sinistro con così tanta forza da farmi uscire il sangue. «Mamma, non fare un solo rumore,» mi ha sussurrato a un millimetro dall’orecchio, mentre il riscaldamento dell’edificio si spegneva di colpo. Mi ha messo in mano la cartella rossa contenente l’archivio segreto sulla Confraternita del Silenzio e ha aggiunto: «Gli uomini con i cappotti neri stanno salendo le scale. Dobbiamo scendere nei condotti sotterranei della caldaia adesso, prima che quello con la tosse secca ti spari al petto come ha fatto l’altra volta.»
Il bruciore acuto al polso mi attraversò la carne, un dolore improvviso e inaspettato che mi fece sussultare.
Una goccia rossa spuntò sulla pelle, riflettendo la flebile luce del display del mio telefono, fermo sulle 3:14 esatte.
L’aria nella stanza si fece istantaneamente più fredda, un gelo che saliva dal pavimento di pietra del mio piccolo appartamento di servizio, immerso nel secolare Collegio San Bernardo.
Il rumore del riscaldamento che si spegneva di colpo aveva lasciato dietro di sé un silenzio innaturale, spesso.
Solo il mio respiro affannoso e quello incredibilmente calmo di Emma.
Le unghie di mia figlia Emma, solitamente curate e cortissime, avevano lasciato un segno profondo. La sua presa era forte, quasi disperata.
I suoi occhi, di solito così vivaci, erano scuri e fissi, privi di ogni traccia del sonno appena interrotto.
Mi misi a sedere di scatto nel letto, il cuore che mi batteva all’impazzata contro le costole. L’odore ferroso del mio stesso sangue mi riempiva le narici.
La cartella rossa, un oggetto così ordinario poche ore prima, ora pesava tra le mie mani come un blocco di piombo. Le ricerche di una vita intera sulla Confraternita del Silenzio, una setta accademica di cui avevo scoperto prove di corruzione e frode.
«Mamma, ascoltami,» sussurrò Emma di nuovo, la sua voce appena un soffio, ma con un’autorità che non le avevo mai sentito. «Non possiamo restare qui.»
La sua mano esile si sollevò e puntò verso la porta d’ingresso.
In quel momento, un rumore metallico e stridente provenne proprio da lì, seguito da un leggero scricchiolio del legno. Non erano bussate, ma il suono inconfondibile di una serratura forzata con un piede di porco.
Due sagome scure si stagliarono controluce sotto la porta, allungandosi sul pavimento della nostra modesta sala.
Erano uomini.
Uomini con cappotti neri, proprio come aveva detto Emma. La sua precisione, i dettagli di ciò che stava accadendo, mi gelarono il sangue nelle vene più del freddo artico che stava rapidamente invadendo la stanza.
«Chi è?» la mia voce era un sussurro gutturale, quasi inudibile.
Emma scosse la testa.
«Non c’è tempo. Il custode Saverio Belli cambia turno alle tre e trenta, è ancora quello vecchio del piano di sopra. Nessuno ci sentirà.»
I suoi occhi guizzarono verso la piccola finestrella della cucina, un quadrato di vetro opaco che dava sul cortile posteriore.
«E il mazzo di chiavi passe-partout del custode Saverio è stato rubato dalla sua scrivania vuota esattamente due ore fa, alle una e quattordici.»
L’accuratezza di Emma, il suo sapere cose che non avrebbe mai potuto conoscere, mi fece tremare. Come faceva a sapere queste cose? Sembrava che stesse leggendo un copione, uno che io non avevo mai ricevuto.
Il rumore si intensificò. Un colpo secco e poi un gemito del legno che cedeva.
La porta si stava aprendo.
Emma mi afferrò la mano con una forza sorprendente e mi trascinò fuori dal letto.
«Via di qui!»
Non mi diede il tempo di elaborare, di protestare. Ero come un burattino nelle sue mani. Il mio corpo, ancora intorpidito dal sonno e scosso dal dolore, le obbediva senza pensare.
Attraversammo la piccola cucina. La luce lunare che filtrava dalla finestra illuminava a malapena le piastrelle fredde.
I suoi occhi erano fissi su una griglia metallica incassata nel pavimento del corridoio, solitamente coperta da un vecchio tappeto persiano sfilacciato.
La griglia di calpestio. L’ingresso ai condotti sotterranei della caldaia, un labirinto di tubi di rame e mattoni che avevo esplorato per curiosità solo una volta, molti anni prima.
Il rumore della serratura della porta d’ingresso che cedeva del tutto riempì il piccolo appartamento. Una folata gelida di aria mi colpì la schiena.
«Presto, mamma!»
Emma si era già inginocchiata, sollevando la griglia con uno sforzo notevole per una bambina della sua età.
Da dietro la porta, udii un tintinnio metallico, come se qualcuno avesse urtato un secchio. Poi un brusio di voci, basse, gutturali.
«L’appartamento è vuoto,» disse una voce profonda.
Poi, un altro rumore. Un fruscio.
Una moneta.
Una moneta da €2 lanciata da Emma con un gesto rapido del polso.
La moneta rullò sul linoleum e andò a sbattere contro la parete del salotto, producendo un suono chiaro, udibile anche oltre la porta socchiusa.
Le voci si interruppero.
Udii dei passi pesanti dirigersi verso il suono. Poi un fruscio di stoffa e un rantolo.
Un rantolo secco, rauco, inconfondibile.
Lo conoscevo fin troppo bene.
Un colpo di tosse che per anni avevo sentito riecheggiare nei corridoi dell’università, durante le lezioni, alle riunioni dipartimentali.
Jacopo.
Jacopo Rossi. Il dottorando del Rettore Moretti.
Part 2
Jacopo Rossi. Il dottorando del Rettore Moretti.
Emma non mi diede tempo di elaborare il pensiero. Mi spinse con forza verso l’apertura scura della griglia, quasi buttandomi giù. L’odore di polvere e metallo mi riempì i polmoni mentre mi calavo nel buco, i piedi che cercavano appigli inesistenti. Il mio corpo reagiva per istinto, un mix di shock e adrenalina. Sentii le sue piccole mani spingermi da dietro, aiutandomi a scendere. Poi anche lei si lasciò cadere, chiudendo la griglia con un tonfo metallico sordo che sperai non avessero sentito.
Eravamo in un dedalo di condotti sotterranei. L’aria era gelida, solo quattro gradi, e il freddo umido mi penetrava le ossa attraverso i vestiti leggeri. Strisciavamo carponi, tra tubi di rame che emanavano un calore appena percepibile e mura di mattoni vecchi, scivolosi. La luce del display del mio telefono, che ancora tenevo stretto, illuminava a malapena il nostro percorso, un fascio tremolante nel buio opprimente.
Emma era davanti, muovendosi con una sicurezza disarmante. Sembrava conoscere ogni curva, ogni svolta, ogni ostacolo in quel labirinto. Io la seguivo, il cuore in gola, le mani che mi facevano male per lo sforzo di tenermi in equilibrio, cercando di non fare rumore, terrorizzata all’idea di inciampare o di far cadere qualcosa.
Dopo un tempo che mi parve infinito, forse solo pochi minuti, raggiungemmo un bivio nel blocco C, un punto dove i condotti si diramavano in tre direzioni diverse. Davanti a noi c’era una porta blindata, di metallo spesso, con una tastiera numerica sulla parete. Una porta di sicurezza, di quelle che si usano solo in caso di emergenza.
Emma si fermò, si avvicinò alla tastiera. Senza la minima esitazione, le sue piccole dita premettero una sequenza di tasti. Un codice di sei cifre. Bip, bip, bip, bip, bip, bip. Il rumore risuonò forte nel silenzio, facendomi sobbalzare. Un clic sordo indicò che la serratura si era sbloccata.
Rimasi senza fiato. Quel codice… era riservato solo al personale direttivo, e non me l’avevano mai rivelato. Come poteva Emma conoscerlo? Come faceva mia figlia, una ragazzina di tredici anni, a sapere una cosa del genere?
La porta si aprì con uno stridio metallico, rivelando l’interno di una sala macchine, ora completamente buia e silenziosa. Entrammo, richiudendo la porta dietro di noi. Il buio era così denso che sembrava quasi fisico. Fuori, sopra le nostre teste, sentii dei passi pesanti. Erano sopra di noi, si muovevano. E poi, un debole segnale acustico, un “bip-bip” ritmico e metallico, che si avvicinava, sempre più forte, inesorabilmente.
CAPITOLO 2: Il segreto cucito nel giubbotto
Estrassi il cellulare dalla tasca dei pantaloni con le mani che tremavano per la condensa gelata del sotterraneo. Lo schermo rimase completamente nero, del tutto privo di carica residua.
«Non stanno tracciando il tuo telefono, mamma,» disse Emma a bassa voce, sfiorando il cemento grezzo della parete.
La ragazzina si sfilò rapida il giubbotto rosso d’oca. Fece scivolare le dita lungo la cucitura interna della fodera posteriore, fino a fermarsi su un piccolo rilievo rigido.
Con uno strappo secco e preciso, lacerò il tessuto sintetico. Tra le sue dita comparve un piccolo dischetto metallico di dodici millimetri, con una sottile antenna nera incastonata al centro.
«Lo hanno messo tre giorni fa, durante la festa d’inverno dell’istituto,» sussurrò Emma senza guardarmi negli occhi. «Il segnale acustico invia la nostra posizione ogni dieci secondi.»
Guardai il microcircuito con il fiato sospeso. Il ronzio metallico del tracciatore lampeggiava con una debole luce verde intermittente.
Emma afferrò una pinza da cantiere lasciata su un carrello di servizio. Agganciò la microspia al braccio metallico del carrello robotizzato della biancheria, programmato per la corsa automatica verso il settore opposto dell’edificio.
Premette il pulsante di avvio. Il carrello sferragliò sui binari affondando nel buio del tunnel secondario verso le cucine dell’ala est.
I passi pesanti sopra le nostre teste si fermarono di colpo. Poi, un rumore frenetico di scarponi iniziò a correre lungo il soffitto, allontanandosi nella direzione sbagliata.
«Ci darà ventidue minuti di vantaggio,» disse mia figlia, pulendosi le mani coperte di polvere sui jeans. «Dobbiamo raggiungere l’archivio cartaceo prima che Jacopo capisca di essere stato ingannato.»
Un’esplosione distorta di urla e piatti infranti risuonò lontana nell’ala est, confermando che gli aggressori erano cascati nel tranello.
CAPITOLO 3: La fondazione dei due milioni
Ci rifugiammo nel vecchio archivio cartaceo sotterraneo, una stanza cieca schermata da pareti di pietra spesse ottanta centimetri. L’aria sapeva di carta ammuffita e ferro ossidato.
Poggiai la cartella rossa sul ripiano di un vecchio schedario di metallo. La luce della torcia di emergenza illuminava i fogli protocollo timbrati con lo stemma del Collegio San Bernardo.
I primi bilanci contabili risalivano al 1984. Le cifre riportate sui documenti societari non corrispondevano alle entrate delle rette scolastiche.
«Questa non è una semplice associazione goliardica studentesca,» disse la mia voce nel silenzio dell’archivio.
I codici IBAN indicavano trasferimenti sistematici verso conti bancari offshore situati in Svizzera e nelle Isole Cayman. Il nome in calce a ogni autorizzazione di spesa era sempre lo stesso: Rettore Vittorio Moretti.
Emma fece scorrere un dito sulla parte inferiore di una ricevuta di deposito. «Guarda la seconda firma, mamma.»
In basso a destra, accanto al timbro della Confraternita del Silenzio, spiccava la grafia minuta e angolosa del Vice-Direttore Matteo De Luca.
Un totale complessivo di due milioni e quattrocentomila euro era stato movimentato nell’arco di quattro decenni attraverso fondi neri mascherati da donazioni accademiche.
L’intero consiglio d’amministrazione del convitto era complice della rete finanziaria. La mia ricerca storiografica sui registri d’epoca aveva inavvertitamente intercettato la prova regina del loro riciclaggio.
Dall’angolo buio vicino alla condotta dell’acqua arrivò un lamento soffocato e ritmico.
CAPITOLO 4: Il testimone nella centrale termica
Superammo la fila di schedari avanzando verso la zona dei serbatoi di condensazione. Un’ombra si muoveva a terra, incastrata tra due tubi ad alta pressione.
La luce della torcia illuminò il volto del vecchio custode, Saverio Belli. Aveva i polsi legati dietro la schiena con fascette elettriche e un nastro adesivo da imballaggio sulla bocca.
Mi chinai immediatamente e strappai la striscia di plastica con un movimento deciso. Saverio inspirò a fondo, tossendo violentemente nel vuoto della stanza.
«Professoressa… dovete scappare subito,» mormorò il custode con le labbra coperte di sangue pesto. «Sono le due e trenta. Hanno bloccato le uscite secondarie.»
Tagliai le fascette ai polsi usando la punta di un paio di forbici trovate sul banco di lavoro. Saverio si strofinò le braccia coperte di ematomi scuri.
«Jacopo Rossi mi ha sorpreso al quadro elettrico generale,» continuò il custode, indicando il pannello dei salvavita divelto. «Volevo riattivare la corrente per darvi modo di chiamare aiuto.»
«Come facevano a sapere che stavo esaminando questi faldoni stasera?» chiesi, stringendo la cartella rossa al petto.
Saverio abbassò lo sguardo verso il pavimento di grigliato metallico. «Il Rettore Moretti è stato avvisato sei giorni fa da una spia all’interno della Procura di Aosta, non appena ha registrato la sua richiesta di accesso agli atti.»
Emma afferrò la manica della mia giacca, tirandola con forza. «I tubi della caldaia stanno vibrare. Stanno tornando indietro.»
CAPITOLO 5: Il sangue del Rettore
Saverio infilò la mano nella tasca interna del suo gilet da lavoro ed ne estrasse un mazzo di mappe catastali ingiallite datate 1980.
«Prendete queste,» disse il custode, spingendo i fogli nelle mie mani. «Mostrano il passaggio dell’acqua potabile fino alla torre della biblioteca storica. Lì la porta è di rovere e potete barricarvi.»
«Saverio, vieni con noi,» disse Emma, afferrandolo per l’avambraccio.
Il vecchio scosse la testa con lentezza. «Io non ce la faccio a correre. E devo pagare il mio debito con tuo padre.»
Mi bloccai sulla soglia del condotto di ventilazione. «Cosa c’entra il padre di Emma con questa storia?»
«Jacopo Rossi non è un semplice dottorando spaventato dal fallimento accademico,» rispose Saverio, abbassando la voce fino a un sussurro. «Jacopo è il figlio biologico non riconosciuto del Rettore Moretti.»
I pezzi del mosaico cominciarono ad incastrarsi con una nitidezza terrificante.
«Il Rettore gli ha promesso la cattedra e la gestione della fondazione in cambio del lavoro sporco,» continuò il custode. «È stato Jacopo a fare le irruzioni. È lui l’uomo con la tosse secca.»
Saverio ci spinse all’interno del tubo di metallo e rinfiancò la griglia di copertura dall’esterno.
Strisciammo per quaranta metri nel buio, guidate dal flusso tiepido delle condutture idriche, fino ad emergere attraverso la botola della torre della biblioteca.
CAPITOLO 6: La falsa chiamata al centoundici
Raggiungemmo la balaustra in legno del primo piano della biblioteca storica. La grande vetrata ad arco mostrava la vallata coperta da una neve fitta e silenziosa.
A due chilometri di distanza, lungo la strada provinciale, i fari blu di una pattuglia dei Carabinieri illuminavano a sprazzi i pini ghiacciati.
«Siamo salve, mamma,» disse Emma, appiccicando la fronte al vetro freddo. «Guarda, stanno salendo verso il convitto.»
L’auto delle forze dell’ordine rallentò al bivio, ma poi azionò la sirena, svoltò a destra e accelerò nella direzione opposta, scendendo rapida verso valle.
Emma tirò fuori dalla tasca una piccola radio portatile sottratta nella garitta del custode e ruotò la manopola delle frequenze d’emergenza.
La voce metallica dell’operatore della centrale operativa della DIGOS gracchiava attraverso l’altoparlante della ricetrasmittente.
«Tutte le unità in zona,» scandì la voce radio. «Segnalata rapina a mano armata con ostaggi presso la filiale della banca di valle, a diciotto chilometri dal Collegio San Bernardo. Priorità massima.»
I miei occhi incontrarono quelli di mia figlia nel buio della biblioteca.
«Il Vice-Direttore De Luca ha inoltrato una falsa chiamata al centoundici,» dissi, sentendo la gola stringersi in una morsa di ghiaccio. «Ha sviato le pattuglie per liberare la strada.»
Savamo completamente isolate. Avevamo meno di tre ore prima che qualcuno si accorgesse della falsa segnalazione.
Dall’ingresso principale della biblioteca arrivò un tonfo sordo, seguito dal rumore metallico di una mazzetta da cantiere che sbatteva contro il portone di rovere.
CAPITOLO 7: Il ricordo rimosso delle settantadue ore
Ci rifugiammo nella sala di lettura al terzo piano, spingendo due pesanti scaffali di noce contro l’unica porta d’accesso.
Afferrai le spalle di mia figlia, guardandola dritta negli occhi alla luce tremolante della torcia.
«Emma, devi dirmi la verità ora,» dissi con fermezza. «Come facevi a sapere il codice di sicurezza a sei cifre? Come sapevi della microspia e della tosse di Jacopo?»
Gli occhi di Emma si riempirono improvvisamente di lacrime. Il suo corpo iniziò a tremare in modo ininterrotto.
«Non è stato un sogno premonitore, vero?» chiesi a bassa voce.
«Tre giorni fa… alle ventidue,» mormorò la ragazzina, soffocando un sobbalzo nel petto. «Ero nascosta sotto la tua scrivania in ufficio per farti una sorpresa con il disegno di storia.»
La sua voce si spezzò mentre le lacrime le bagnavano le guance fredde.
«Jacopo Rossi è entrato dalla finestra dell’archivio,» continuò Emma, stringendo le mani sul mio cappotto. «Ti ha colpita alla testa con un fermacarte d’ottone e ti ha rubato la prima cartella. Tu sei svenuta per venti minuti.»
Restai pietrificata. Ricordavo solo un forte mal di testa attribuito alla stanchezza quella sera.
«Io sono rimasta paralizzata dal terrore sotto la scrivania,» sussurrò mia figlia. «Ho visto Jacopo cucire la microspia nel mio giubbotto appeso alla sedia. Ho visto il codice che ha digitato sul suo taccuino. Quando ti sei svegliata non ricordavi nulla per la contusione, e il mio cervello ha bloccato tutto fino a questa notte.»
Il crollo della tensione elettrica alle tre e quattordici aveva riattivato la sua memoria traumatica con una precisione chirurgica.
CAPITOLO 8: L’esca nella cartella rossa
Un secondo colpo di mazzetta fece scricchiolare i cardini di ferro della porta di rovere in fondo alla sala. Le assi di legno cominciavano a cedere sotto l’impatto.
Estrassi i fogli originali con i bilanci contabili e le firme cifrate della Confraternita dalla cartella rossa.
Li infilai con cura all’interno dello scomparto segreto del mio zaino di cuoio, sostituendoli con risme di carta straccia e vecchi articoli di giornale prelevati dai cestini della sala di lettura.
Nel centro del faldone sistemai un piccolo registratore vocale digitale. Premetti il pulsante di registrazione continua e attivai il ponte radio Amatoriale d’epoca installato sulla torre dell’osservatorio.
La frequenza d’emergenza criptata iniziò a trasmettere il segnale audio in diretta direttamente ai server della Procura di Aosta.
La porta della sala crollò con un boato di schegge di legno e polvere di gesso.
Jacopo Rossi varcò la soglia tenendo una mazzetta da cantiere nella mano destra e una torcia tattica ad alta intensità nella sinistra. La sua tosse secca e catarrale rimbombò tra le volte affrescate della biblioteca.
«È finita, professoressa,» disse Jacopo, illuminando i nostri volti con il fascio di luce bianca. «Consegna la cartella e forse faremo sembrare tutto un increscioso incidente di montagna.»
Salii sul soppalco del terzo piano, spingendo Emma dietro le mie spalle.
Tenendo la cartella rossa sospesa sopra il vuoto della navata centrale, gridai: «Lascia andare mia figlia verso il cortile e ti consegno l’intero archivio del millenovecentottantaquattro!»
CAPITOLO 9: La saturazione d’azoto
I passi leggeri di un paio di scarpe eleganti in pelle risuonarono sul marmo dell’ingresso. Il Rettore Vittorio Moretti avanzò verso il centro della sala, sistemandosi il colletto del cappotto scuro.
«Non sei nella posizione di dettare condizioni, Laura,» disse il Rettore con voce pacata e glaciale. «Questa scuola esiste da tre secoli. Non permetterò a una storica di provincia di distruggere il nostro nome.»
Lanciai la cartella rossa dal soppalco. Il faldone cadde con un impatto sordo ai piedi del Rettore.
Moretti si chinò con un sorriso d’arroganza, afferrando i fogli. Ma quando aprì la copertina rigida, trovò solo risme di carta straccia e il registratore digitale che emetteva un sibilo continuo di trasmissione dati.
«Che cos’è questo?» ruggì il Rettore, guardando in alto verso il soppalco.
«È la tua confessione trasmessa in diretta alla DIGOS,» risposi.
Jacopo portò la mano alla fondina sotto la giacca, ma Emma era già scivolata lungo il corridoio laterale raggiungendo il pannello di controllo antincendio d’epoca della biblioteca.
La ragazzina tirò con entrambe le mani la leva rossa di emergenza ad azionamento manuale.
Infilammo sul volto le due maschere respiratorie ad ossigeno autonomo prelevate due ore prima nella centrale termica.
Un sibilo assordante riempì la sala mentre le valvole ad alta pressione scaricavano quintali di azoto puro nell’ambiente sigillato.
L’ossigeno nella stanza crollò dal ventuno per cento a meno del dieci per cento in soli quaranta secondi.
Jacopo lasciò cadere la pistola a terra, portandosi le mani alla gola mentre le ginocchia gli cedevano. Il Rettore Moretti tentò di fare tre passi verso l’uscita, poi crollò svenuto sul pavimento di marmo.
CAPITOLO 10: L’archivio del millenovecentottantaquattro
Le vetrate esterne della biblioteca si infransero sotto i colpi tattici degli agenti della DIGOS. La squadra speciale comandata dal Capitano Marco Riva irruppe nella sala munita di autorespiratori.
I due uomini svenuti vennero ammanettati e trascinati all’esterno sul piazzale innevato, dove tre ambulanze a sirene spiegate stavano già prestando i primi soccorsi.
L’Agente Beatrice Sarti completò l’upload di quattro gigabyte virgola due di dati criptati inviati dal mio portatile direttamente ai server della Procura di Aosta.
Il Capitano Riva si avvicinò a me e a mia figlia, portando tra le mani un faldone metallico recuperato dalla casaforte personale del Rettore.
«Professoressa Bernardi, abbiamo trovato il registro di classe originale del 1984,» disse il Capitano con tono solenne.
Sfogliai le pagine ingiallite fino a trovare la scheda personale di mio marito, il padre di Emma.
Un rapporto interno dell’epoca, firmato di suo pugno da Vittorio Moretti, confermava quello che avevo sempre temuto nel buio dei miei incubi.
Mio marito non era morto trent’anni prima per un colpo di sonno alla guida lungo i tornanti della valle.
I freni della sua autovettura erano stati manomessi nel garage dell’istituto dopo che aveva scoperto le prime irregolarità nella gestione contabile della Confraternita del Silenzio.
Emma mi strinse la mano con forza, guardando la firma di suo padre sulla carta invecchiata.
CAPITOLO 11: La luce sul Collegio San Bernardo
Le luci dei lampeggianti della Polizia coloravano la neve fresca di blu e di rosso mentre i cancelli del Collegio San Bernardo venivano sbarrati dalle catene dei sigilli giudiziari.
Il Vice-Direttore Matteo De Luca venne bloccato e ammanettato alla stazione ferroviaria di Aosta con una valigia contenente trecentocinquantamila euro in contanti.
La Procura della Repubblica dispose il sequestro preventivo di beni dell’intero consiglio d’amministrazione per un valore complessivo superiore ai due milioni e quattrocentomila euro.
Eravamo sedute sul sedile posteriore dell’auto del Capitano Riva, avvolte nelle coperte termiche dorate della protezione civile. Un vapore bianco usciva dalle nostre bocche ad ogni respiro.
Emma appoggiò la testa sulla mia spalla, chiudendo gli occhi per la prima volta dopo otto ore di terrore.
Guardai la torre della biblioteca stagliarsi contro il cielo chiaro dell’alba valdostana, un gigante di pietra finalmente privato delle sue ombre.
Le pietre antiche di questo convitto hanno custodito il buio per quarant’anni, ma l’oscurità si dissolve sempre di fronte a chi non ha paura di guardare nel passato.

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