CHAPTER 1: Il segnale sulla frequenza proibita
Part 1
«Riconsegna immediatamente quel microfono, Maya, o chiamo i Carabinieri!» ha urlato la professoressa Eleonora Valenti davanti a oltre trecento genitori nell’aula magna del Liceo Parini di Milano. Era la cerimonia di assegnazione della borsa di studio da venticinquemila euro, e io sarei dovuta rimanere al mio posto in terza fila a guardare l’ennesima ingiustizia. Invece sono corsa sul palco, ho allungato la mano e ho strappato la parrucca bionda della docente davanti agli occhi sconvolti di tutti. Quando il parrucchino è caduto, un auricolare microscopico con un LED rosso lampeggiante è rimbalzato sul legno del palco, finendo proprio contro la base del microfono. «Questa non è un’aggressione,» ho detto al microfono mentre un segnale radio sibilava negli altoparlanti. «È la prova che la professoressa dettava le risposte del concorso in tempo reale.»
Un mormorio di incredulità si diffuse tra la folla, denso e pesante come il fumo di un incendio.
Oltre trecento paia di occhi erano fissi su di me, alcuni sconvolti, altri curiosi, molti semplicemente attoniti.
La professoressa Valenti, senza la sua perfetta acconciatura bionda, mostrava una fronte imperlata di sudore e un’espressione di puro terrore. I capelli castano scuro, leggermente radi, le si appiccicavano alle tempie. Sembrava più piccola, più fragile, ma la rabbia le accendeva gli occhi.
L’auricolare da tre millimetri, ora un minuscolo oggetto metallico e plastico, continuava a sibilare vicino al microfono, catturando e amplificando il rumore statico dell’aula magna.
Poi, all’improvviso, lo stridio si interruppe.
Un suono diverso, distorto ma inconfondibile, riempì gli altoparlanti. Una voce maschile, flebile ma chiara, cominciò a recitare, come se stesse leggendo.
«…Autore: Alessandro Manzoni. Titolo: I Promessi Sposi. Personaggi principali: Renzo Tramaglino, Lucia Mondella, Don Abbondio…»
Era la voce di Edoardo Ferri.
Non solo l’avevo sentita centinaia di volte in classe, ma riconoscevo anche l’intonazione monotona che usava quando leggeva ad alta voce dal libro, sempre troppo pigro per studiare davvero.
Una donna in prima fila lasciò cadere a terra una tazza di caffè. Il fragore della ceramica sul marmo fu coperto solo dalla voce di Edoardo che continuava a snocciolare nozioni di letteratura italiana.
Un uomo con un abito scuro, il Dottor Umberto Ferri, padre di Edoardo, si alzò di scatto dal suo posto nella fila VIP, la mascella contratta in una smorfia furiosa.
I miei occhi corsero al primo banco, dove Edoardo era seduto. La sua faccia era pallida, gli occhi sbarrati. Il libro di testo era aperto davanti a lui, e le sue labbra si muovevano leggermente, a ritmo con la voce che usciva dagli altoparlanti.
Indicai con un gesto deciso la sua direzione.
«Guardate!»
In quel momento, tirai fuori dalla tasca della gonna il piccolo scanner di frequenze portatile che Dario, il bidello, mi aveva prestato. Lo accesi con un pollice.
Il display si illuminò, mostrando un picco ben definito esattamente sulla banda dei 433.92 MHz.
Era la prova definitiva, tangibile, inconfutabile.
«Questo è un trasmettitore, un ponte radio! Sta dettando le risposte della borsa di studio! E la professoressa Valenti è la complice!» La mia voce risuonò forte e chiara.
La professoressa Valenti, che fino a quel momento era rimasta bloccata in un’immobilità da shock, si gettò sul microfono, afferrandolo con entrambe le mani. La sua espressione non era più solo di terrore, ma di rabbia furibonda.
«Basta! Questa è follia!» urlò, il suo volto distorto dalla collera.
«Siete tutti testimoni di un’aggressione brutale! Questa ragazza è fuori di sé! Soffre di demenza senile precoce, ve lo assicuro! Chiamate immediatamente i Carabinieri!»
Part 2
Poi, un click secco e distinto tagliò la voce di Edoardo. La statica cambiò, non un sibilo, ma un ronzio basso. Il mio cuore martellava. Questo non doveva succedere.
Dagli altoparlanti, una nuova voce. Non era Edoardo. Era più profonda, più matura, e suonava decisamente registrata, come se provenisse da una conversazione privata di giorni prima. La mia mente faticava a elaborare.
«…dunque, la prima posizione in graduatoria… sì, confermato. Quindicimila euro, come pattuito. La consegna, direi, tra tre giorni. Alle quattordici e venti, al Caffè della Scala. Contanti, mi raccomando.»
Il respiro mi si bloccò in gola. Era la voce del Dottor Umberto Ferri. Chiunque nella sala che avesse avuto a che fare con lui, e a Milano erano in molti, l’avrebbe riconosciuta. Il contenuto poi, era una bomba. Quindicimila euro. Caffè della Scala. Contanti.
Un silenzio di tomba calò nell’aula magna. Non era più solo lo scandalo delle risposte dettate. Era qualcosa di molto più grande, qualcosa che coinvolgeva soldi, corruzione. La professoressa Valenti impallidì visibilmente, se possibile, ancora di più. I suoi occhi saettavano disperatamente.
Improvvisamente, l’aula magna piombò nel buio più totale.
Un urlo collettivo si levò dalla platea, seguito da un coro di esclamazioni e sedie che sbattevano. Il Preside Santini, che fino a quel momento era rimasto immobile dietro il leggio, doveva aver fatto disattivare l’impianto elettrico generale per fermare l’audio compromettente.
Il caos regnava sovrano. Le torce dei telefoni si accesero qua e là, creando lame di luce tremolanti che tagliavano l’oscurità.
Nel buio fitto, sentii un movimento frenetico sul palco. Un fruscio di stoffa, un suono sordo. Sapevo esattamente cosa stava succedendo. La Valenti, approfittando della confusione, si stava liberando delle prove.
Quando, dopo quelli che parvero secoli, le luci di emergenza si accesero con un ronzio sommesso, l’auricolare e la parrucca erano spariti dal palco. La professoressa Valenti era di nuovo vicino al microfono, i capelli castani in disordine, ma con una nuova, teatrale indignazione sul volto.
«Guardatela!» urlò, indicandomi con un dito tremante. «Ha diffuso un file audio manipolato! L’ha caricato su una chiavetta USB per sabotare la mia reputazione e quella di questo istituto!»
CAPITOLO 2: Il tranello del cyber-sabotaggio
Alle ore 08:30 precise di martedì mattina, le porte in mogano della presidenza del Liceo Parini si sono chiuse alle mie spalle con un colpo secco.
Il Preside Aurelio Santini sedeva dietro la scrivania, le mani giunte sopra un faldone di plastica nera. Accanto a lui, la professoressa Eleonora Valenti indossava un foulard di seta stretto attorno al collo per coprire i segni rossi della sera precedente.
Un uomo in abito grigio scuro ha picchiettato sullo schermo di un personal computer.
“Questa è una perizia informatica preliminare commissionata d’urgenza dalla famiglia Ferri,” ha detto il Preside Santini senza guardarmi negli occhi. “Un’analisi tecnica inconfutabile.”
La professoressa Valenti si è sporta in avanti, appoggiando le nocche sul legno lucido.
“Sul tuo telefono è stata rilevata un’applicazione SDR per l’analisi delle frequenze,” ha pronunciato la professoressa Valenti con voce ferma. “Hai utilizzato un generatore di frequenze e un programma di intelligenza artificiale per diffondere una falsa traccia audio registrata e sabotare l’istituto.”
Ho fatto un passo verso la scrivania.
“Quel segnale proveniva da un auricolare caduto sul palco,” ho risposto, indicando il faldone. “Avete analizzato i residui biologici sul micro-dispositivo?”
L’uomo in abito grigio ha chiuso il computer portatile con un raschio metallico.
“Sei sospesa con effetto immediato per quindici giorni, Maya Conti,” ha dichiarato il Preside Santini, firmando un modulo preprinted. “Senza riammissione agli esami di qualifica.”
“È aperta una procedura per violazione di domicilio informatico e diffamazione a mezzo stampa,” ha aggiunto la professoressa Valenti, sfiorandosi il foulard. “I Carabinieri riceveranno il fascicolo prima di mezzogiorno.”
Non ho risposto. Ho preso il foglio di sospensione dalla scrivania e sono uscita nel corridoio centrale dell’istituto.
Mentre camminavo verso le scale della palazzina B, una mano ruvida ha sfiorato la manica del mio giubbotto.
Il bidello Dario Bressan fingeva di passare lo straccio sul pavimento di marmo.
Senza fermarsi, ha fatto scivolare un pezzetto di carta piegato nella tasca della mia giacca.
Sopra c’era scritto un orario e un luogo presi a matita: *14:30, locale caldaie*.
CAPITOLO 3: Le prove piantate nell’armadietto 42
Alle ore 11:00, prima che potessi varcare i cancelli di marmo del cortile, la voce della Vicepresidenza è risuonata dagli altoparlanti di circolare.
“La studentessa Maya Conti è pregata di presentarsi immediatamente davanti al suo armadietto al piano terra.”
Quando sono arrivata nel corridoio dei laboratori, una folla di trenta studenti si era già radunata in cerchio. Il Vicepreside teneva in mano un mazzo di chiavi passe-partout in ottone.
La professoressa Valenti era accanto a lui, scortata dai due rappresentanti d’istituto della quinta A.
“Abbiamo il dovere morale di bonificare l’istituto prima dell’arrivo delle forze dell’ordine,” ha annunciato il Vicepreside a voce alta, inserendo la chiave nella serratura dell’armadietto numero 42.
L’anta di metallo grigio si è aperta con un cigolio acuto.
Il Vicepreside ha allungato la mano dentro il vano superiore, facendo scivolare via due libri di fisica atomica.
Dall’interno è caduta una busta di carta di riso spessa, sigillata con nastro adesivo trasparente.
Il Vicepreside ha strappato il bordo della busta davanti agli occhi di tutti.
Dalla carta sono scivolate quattro mazzette di banconote da cinquanta euro, ciascuna legata con un elastico rosso per un totale di 4.000 euro in contanti. Assieme ai soldi sono cadute dieci copie fotostatiche con il timbro a inchiostro rosso “Riservato – Ministero dell’Istruzione”.
Erano i testi completi delle prove di maturità dell’anno successivo.
“Ecco la fonte delle sue intuizioni scolastiche,” ha detto la professoressa Valenti, rivolgendosi ai rappresentanti degli studenti. “Un traffico capillare di esami rubati e venduti ai ragazzi del biennio.”
Ho fissato la serratura dell’armadietto.
I graffi freschi intorno al cilindro di plastica mostravano i segni evidenti di un accesso forzato dall’esterno con una matrice non originale.
“Non ho mai posseduto quella busta,” ho detto a voce chiara. “Quella serratura è stata forzata un’ora fa.”
“Richiederemo la tua espulsione definitiva da tutti gli istituti della Regione Lombardia,” ha risposto la professoressa Valenti, raccogliendo le mazzette da terra.
CAPITOLO 4: Il fantasma della sala caldaie
Alle 14:30 precise ho spinto la porta d’acciaio antincendio che conduceva ai sotterranei del Parini.
L’aria nel seminterrato era densa di vapore e odorava di nafta e polvere accumulata.
Dario Bressan mi aspettava nell’angolo più buio, seduto su una cassa di legno davanti alla condotta d’aria principale dell’edificio.
“Lavoro qui dentro da trentun anni,” ha detto Dario, tirando su con il naso mentre puliva le lenti degli occhiali con la tuta da lavoro. “Prima di fare il bidello ero radiotecnico di secondo livello al centro di produzione RAI di Corso Sempione.”
Ha fatto luce con una torcia alogena dietro un blocco di isolante termico staccato.
Nascosto nell’intercapedine di cemento c’era un ricevitore di frequenze industriale di colore verde militare, dotato di un trasformatore a dodici volt collegato direttamente alla rete di emergenza della scuola.
Un cavo coassiale ad alta schermatura usciva dalla parte posteriore del dispositivo, salendo verticale dentro la condotta d’aria.
“Questo impianto è stato montato due mesi fa,” ha spiegato Dario, puntando il fascio luminoso verso il cavo. “I tecnici della ditta edile di Umberto Ferri avevano l’appalto per il rifacimento dei condotti di ventilazione.”
“Dove porta quel cavo coassiale?” ho chiesto.
“Sale dritto per quattro piani,” ha risposto Dario. “Finisce esattamente sotto il parquet della scrivania dell’ufficio privato della professoressa Valenti.”
Dario ha aperto una valigetta metallica e ne ha estratto un vecchio analizzatore di spettro portatile marca Hewlett-Packard con lo schermo a fosfori verdi.
“Prendi questo,” ha detto il vecchio bidello, facendolo scivolare nelle mie mani. “Intercetta i segnali radio in uscita da quell’ufficio entro un raggio di cinquanta metri. È il modello con cui scoprivamo le interferenze dei ponti abusivi negli anni ottanta.”
CAPITOLO 5: La scheda di memoria del mixer
Alle ore 18:00, dopo la chiusura delle lezioni pomeridiane, mi sono intrufolata nella cabina di regia dell’aula magna insieme a Matteo Moretti.
La stanza era buia e odorava di plastica scaldata.
Matteo ha usato un cacciavite a stella per smontare il pannello posteriore del mixer digitale Yamaha a trentadue canali.
“Se l’impianto è rimasto in stand-by durante le sessioni d’esame,” ha mormorato Matteo, estraendo un supporto con le pinzette di precisione, “la scheda di memoria SD di backup ha registrato tutto.”
Ha inserito la micro-scheda di memoria nel lettore del suo tablet portatile.
Sullo schermo sono comparsi i tracciati audio digitali degli ultimi quattro mesi, salvati in formato non compresso a ventiquattro bit.
Matteo ha selezionato i file audio registrati durante le sessioni d’esame di stato di giugno e dei due concorsi precedenti.
Ha premuto il tasto di riproduzione.
Dagli altoparlanti integrati del tablet è risuonata nitida la voce della professoressa Valenti. Leggeva una serie di numeri alternati a colpi ritmici di penna sul tavolo, seguiti da una sequenza di lettere in sintesi vocale destinate all’auricolare di un candidato.
“Tre edizioni consecutive,” ha detto Matteo, analizzando l’onda sonora. “Tutte truccate con lo stesso sistema di trasmissione.”
All’improvviso le luci al neon della cabina di regia si sono accese con un ronzio violento.
Sulla soglia della porta apparve il Dottor Umberto Ferri, affiancato da due guardie giurate private in uniforme scura.
“La ricreazione è finita, ragazzi,” ha detto Umberto Ferri, sistemandosi i gemelli d’oro sui polsini della camicia.
CAPITOLO 6: La mazzetta sul tavolo di cristallo
Umberto Ferri ha fatto un cenno con la mano verso le due guardie giurate, che si sono posizionate fuori dalla porta chiusa della regia.
“Non chiamerò la polizia,” ha detto l’imprenditore, guardando l’orologio da polso. “Venite con me. Ci sono cose che si risolvono meglio in un ambiente adeguato.”
Alle ore 20:00 ci ha fatti accomodare nel suo studio privato in Via Montenapoleone, al quarto piano di un palazzo d’epoca.
Le pareti erano coperte di dipinti antichi e scaffali in noce scuro.
Umberto Ferri si è seduto dietro una scrivania in cristallo sagomato, aprendo un cassetto centrale.
Ha estratto tre blocchi di banconote da cento euro ancora sigillate dal fascione della banca, per un totale di 30.000 euro in contanti, appoggiandole al centro del tavolo.
Accanto al denaro ha collocato un foglio di carta intestata con il logo dell’Università Bocconi.
“Questa è una lettera d’ammissione formale per il corso di laurea in Economia e Finanza per il prossimo anno accademico,” ha dichiarato Ferri con tono calmo. “È già firmata dalla direzione.”
“Cosa richiede in cambio?” ho chiesto, mantenendo le mani sulle ginocchia.
“Sottoscriverai una dichiarazione di scuse ufficiali,” ha risposto Ferri. “Ammetterai di aver orchestrato uno scherzo goliardico finito male a causa di un momentaneo stato di alterazione emotiva.”
L’imprenditore ha picchiettato l’indice sulla superficie di cristallo.
“Ti concedo esattamente ventiquattro ore per firmare,” ha aggiunto Ferri. “Ti ricordo che tua madre lavora come infermiera caposala presso l’Ospedale Maggiore. L’azienda di cui sono consigliere d’amministrazione gestisce il rinnovo di tutti i contratti d’appalto del personale sanitario per i prossimi tre anni.”
CAPITOLO 7: La trappola al bar di Via Durini
Il giorno seguente, alle ore 15:00 precise, ho varcato la soglia del “Caffè Durini”, un piccolo locale elegante poco distante da San Babila.
La professoressa Eleonora Valenti sedeva in un tavolino rientrato nella saletta posteriore, sorseggiando un tazzina di caffè espresso.
Sotto il secondo bottone in tessuto scuro del mio cappotto avevo nascosto un microfono direzionale a spilla lungo sei millimetri. Il dispositivo trasmetteva la traccia audio direttamente al server cloud gestito da Matteo dal suo garage.
“Hai preso la decisione giusta, Maya,” ha detto la professoressa Valenti non appena mi sono seduta di fronte a lei. “Una ragazza intelligente capisce quando è il momento di accettare le opportunità della vita.”
“Voglio essere sicura che mia madre non subisca conseguenze,” ho detto, mantenendo la voce tremante. “E voglio sapere cosa è successo sei anni fa a mio padre.”
La professoressa Valenti ha sorriso amaramente, appoggiando la tazzina sul piattino di porcellana.
“Tuo padre era un illuso, esattamente come te,” ha mormorato la Valenti, sporgendosi verso di me. “Ha trovato le incongruenze nel bilancio della fondazione d’istituto e voleva andare in Procura per cinquemila euro di ammanchi. Ho dovuto far sparire i suoi registri e far uscire la notizia che aveva sottratto i fondi per la cancelleria.”
La professoressa ha riordinato il cucchiaino sul tavolo con gesto preciso.
“Negli ultimi quattro anni ho incassato oltre 85.000 euro complessivi da dodici famiglie della Milano bene,” ha continuato a bassa voce. “Genitori che capiscono il valore di un investimento sicuro per il futuro dei propri figli. Non permetterò a una ragazzina di rovinare un meccanismo perfetto.”
Sotto la stoffa del cappotto, il piccolo LED verde del trasmettitore ha lampeggiato due volte, confermando il caricamento del file audio sul cloud.
CAPITOLO 8: L’inganno tra i complici
Alle ore 19:30, Matteo ha isolato la sequenza audio più significativa registrata al Caffè Durini.
Attraverso un account anonimo criptato, ho inviato il file audio direttamente sullo smartphone personale di Edoardo Ferri. In quel momento il ragazzo si trovava al circolo del tennis di Via Rovereto insieme a suo padre.
Nel messaggio vocale si sentiva chiaramente la voce della professoressa Valenti spiegare la gestione dei proventi.
“Umberto Ferri pensa di controllare la commissione d’esame,” diceva la voce della docente nell’audio, “ma non sa che io trattengo l’ottanta per cento delle somme che mi versa. Ai membri della commissione spaccio poche briciole da cinquecento euro dicendo che il resto va in spese di segreteria.”
Alle ore 21:00, le telecamere di sicurezza del perimetro scolastico hanno ripreso una figura in felpa nera che si introduceva dall’uscita di sicurezza del secondo piano.
Edoardo Ferri, furioso per essere stato ingannato e truffato insieme a suo padre dalla sua stessa docente, ha forzato la porta dell’ufficio privato di Eleonora Valenti.
Utilizzando una spazzola metallica e una leva da cantiere, il ragazzo ha divelto l’anta del mobile di noce situato dietro la scrivania.
Dall’interno ha estratto una cassaforte portatile in metallo grigio contenente i registri contabili cartacei scritti a mano, due chiavi USB criptate con i testi originali degli esami e l’elenco nominativo delle dodici famiglie paganti.
Edoardo si è allontanato nel buio portando la valigetta sotto il braccio.
CAPITOLO 9: Il blitz dell’Ufficio Scolastico Regionale
Alle ore 09:00 della mattina seguente, la sala conferenze dell’Ufficio Scolastico Regionale di Via Polesine era affollata per la seduta straordinaria del consiglio di disciplina.
Il Preside Santini e la professoressa Valenti sedevano al centro del tavolo della commissione, pronti a formalizzare la mia espulsione definitiva.
I cancelli della sala si sono aperti all’improvviso.
Sono entrata scortata dall’Ispettrice Camilla Riva della Guardia di Finanza del Nucleo Polizia Economico-Finanziaria di Milano, seguita da quattro militari in divisa.
Un attimo prima dell’inizio delle formalità, la porta laterale della sala si è aperta di scatto.
Edoardo Ferri è entrato con la felpa sgualcita e gli occhi neri di sonno, appoggiando la cassaforte di metallo direttamente sul tavolo dell’Ispettrice Riva.
“Ci sono tutti i registri qui dentro,” ha detto Edoardo con voce spezzata, evitando lo sguardo di suo padre presente in seconda fila. “C c’è scritto ogni singolo bonifico e ogni pagamento in contanti fatto negli ultimi quattro anni.”
I militari della Guardia di Finanza hanno bloccato le uscite dell’aula.
L’Ispettrice Riva ha ordinato l’immediata perquisizione della borsa in pelle della professoressa Valenti.
Dallo scomparto interno è scivolato un contratto originale stipulato presso la “Banca Agricola di San Marino”, intestato alla società schermo “Lumina Educatio”.
La società risultava di proprietà congiunta della professoressa Eleonora Valenti e del Dottor Umberto Ferri.
CAPITOLO 10: La resa dei conti e la vera laurea
La professoressa Eleonora Valenti e il Dottor Umberto Ferri sono stati scortati fuori dall’edificio di Via Polesine dai militari della Guardia di Finanza in stato di fermo giudiziario.
Le accuse formalizzate dalla Procura di Milano hanno portato alla condanna della professoressa Valenti a tre anni e otto mesi di reclusione per truffa aggravata ai danni dello Stato e falso ideologico, con la confisca diretta di 85.000 euro giacenti sul conto estero.
Per Umberto Ferri è stata disposta una sanzione amministrativa di 120.000 euro e l’interdizione da ogni contratto con la Pubblica Amministrazione per la durata di cinque anni.
Edoardo Ferri ha subito l’espulsione immediata dal Liceo Parini e l’annullamento di tutti i titoli scolastici conseguiti nel triennio precedente.
Il Preside Aurelio Santini ha rassegnato le dimissioni irrevocabili per omessa vigilanza e grave danno d’immagine all’istituto.
Tre settimane dopo, il nuovo Consiglio d’Istituto ha deliberato all’unanimità la riabilitazione solenne alla memoria di mio padre, intitolandogli ufficialmente la grande aula magna del liceo.
Durante la cerimonia di premiazione riorganizzata nel mese di luglio, la borsa di studio “Sforza” da 25.000 euro è stata riassegnata alla mia persona con il massimo dei voti.
Sono salita sul palco dell’aula magna, mi sono avvicinata al microfono e ho guardato la targa in bronzo dedicata a mio padre posizionata sulla parete di fondo.
“Ringrazio la commissione straordinaria per questo riconoscimento,” ho detto chiaramente, con la voce che rimbombava pulita negli altoparlanti dell’aula. “Ma declino ufficialmente questo premio in denaro.”
In sala si è alzato un mormorio diffuso.
“Ho già firmato il contratto d’immatricolazione per il corso di laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso il Politecnico di Torino,” ho continuato, alzando la testa verso i banchi dei genitori. “Pagherò le tasse universitarie e l’alloggio lavorando durante i mesi estivi come tecnica di rete insieme a Dario Bressan.”
Ho appoggiato il microfono sulla base di metallo e sono scesa dai gradini del palco a passo sicuro.
Hanno provato a coprire il segnale della verità con il rumore del loro potere, dimenticando che chi conosce le frequenze giuste sa sempre come far sentire la propria voce.
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