“Mio figlio politico ha costruito la sua carriera pubblica sulla mia reputazione, mentre nella penombra distruggeva mia figlia.”

CHAPTER 1: Il Brindisi Spezzato a Frascati

Part 1

“Mio figlio politico ha costruito la sua carriera pubblica sulla mia reputazione, mentre nella penombra distruggeva mia figlia.”

Alla festa per il trentaquattresimo compleanno di mia figlia Giulia nella nostra villa a Frascati, sei carabinieri sono entrati interrompendo il brindisi del mio genere, il vicesindaco Matteo Lombardi.

I militari hanno notificato un ordine di sequestro giudiziario per truffa aggravata ai danni della Regione Lazio, appropriazione indebita di €480.000 e sostituzione di persona.

Quando gli agenti gli hanno bloccato i polsi, il vestito da sera di Giulia si è lacerato sulla spalla, rivelando a me e ai venticinque ospiti presenti i vistosi ematomi scuri che celava da mesi.

Mentre la casa cadeva nel caos, la nostra domestica è stata sorpreso a nascondere una borsa di pelle nera contenente passaporti falsi e lettere di minaccia dirette a mia figlia.

Quella notte ho capito che la trappola era stata progettata fin dal primo giorno nelle stanze del potere politico romano.

Il flute di prosecco era ancora a mezz’aria, la sua superficie increspata dal rintocco delle campane di Frascati che salutavano la sera. I venticinque invitati, tutti volti noti del circolo politico e sociale dei Castelli Romani, sorridevano in attesa.

Matteo Lombardi, il mio genere e vicesindaco, teneva il microfono con l’eleganza che lo distingueva. La sua voce risuonava chiara, un perfetto mix di gravitas e affetto familiare.

Parlava di Giulia, del suo talento come architetto, della loro unione che per lui era stata “il coronamento di un sogno”.

Giulia era al suo fianco, in un abito da sera di seta blu notte che le scivolava addosso con grazia. Un sorriso forzato le increspava le labbra, ma i suoi occhi cercavano i miei con una punta di apprensione.

Un brivido freddo mi aveva percorso la schiena. Erano mesi che notavo la sua stanchezza, la sua ritrosia, ma avevo attribuito tutto allo stress del lavoro.

Poi, sei figure in divisa sono comparse sulla soglia del salone principale. Erano Carabinieri, e la loro presenza era come una scarica elettrica che ha attraversato l’aria festosa.

Il ronzio delle conversazioni si è spento.

I calici sono stati abbassati silenziosamente.

Ogni sguardo si è rivolto verso gli uomini in divisa, poi verso Matteo, la cui espressione era passata dalla spavalderia a una perplessa incredulità.

Un maresciallo, con un volto serio e inespressivo, si è fatto avanti. Due agenti si sono posizionati ai lati del salone, bloccando l’accesso. Gli altri tre hanno formato una mezza luna intorno al tavolo del buffet, un muro immobile tra gli invitati e l’uscita.

Matteo ha abbassato il microfono. Un lieve fischio ha striduto nell’ambiente.

“Signor vicesindaco Matteo Lombardi?” ha chiesto il maresciallo con voce ferma, ignorando la sua posizione e il suo titolo.

“Sono io,” ha risposto Matteo, la sua consueta sicurezza appena incrinata da un filo di irritazione. “C’è qualche problema, Maresciallo?”

Il maresciallo ha estratto un plico di fogli. “Siamo qui per notificare un ordine di sequestro giudiziario e un mandato d’arresto.”

Un mormorio si è levato tra gli ospiti. Erano persone abituate ai giochi di potere, ma non a una scena del genere, non a una festa privata.

“Accuse di truffa aggravata ai danni della Regione Lazio,” ha continuato il maresciallo, leggendo da un documento. “Appropriazione indebita di fondi pubblici per un ammontare di quattrocentottantamila euro.”

La somma è risuonata nel silenzio, pesante e scandalosa.

“E,” ha aggiunto, facendo una pausa teatrale, “sostituzione di persona.”

Matteo ha riso, una risata amara e incredula. “Questa è un’assurdità! Un errore, un’incomprensione. Sono il vicesindaco, ho un’immunità…”

“Non esiste immunità per questi reati, signor Lombardi,” ha replicato il maresciallo, senza battere ciglio. “Ci segua al comando.”

Due carabinieri si sono mossi rapidamente verso Matteo. Uno gli ha afferrato il braccio destro, l’altro quello sinistro, per bloccarlo.

Matteo ha tentato di divincolarsi. “State sbagliando! Conoscete la mia posizione! Questa è una diffamazione, un attacco politico!”

La presa degli agenti era ferma. Giulia, che era rimasta immobile in un silenzio attonito, ha fatto un passo indietro, inciampando leggermente sulla coda del suo vestito.

Nel tentativo di riequilibrarsi, si è aggrappata al braccio di Matteo.

In quello stesso istante, uno degli agenti ha forzato il polso di Matteo all’indietro per applicare le manette.

La seta del vestito di Giulia ha ceduto con uno strappo violento. Il rumore è stato secco, quasi uno schianto nel silenzio tombale che aveva avvolto la sala.

Il tessuto si è squarciato sulla spalla sinistra di mia figlia.

Sotto la preziosa stoffa blu notte, si è rivelato uno spettacolo agghiacciante. Un livido violaceo, grande quasi quanto un pugno, spiccava sulla sua pelle pallida, estendendosi fino al collo.

Altri ematomi, più piccoli ma ugualmente scuri, erano visibili lungo l’attaccatura della spalla, come macchie d’inchiostro secco. Erano vistosi, inequivocabili. Non potevano essere il risultato di una caduta accidentale.

Non erano ferite fresche. Quelle macchie scure, quasi nere, parlavano di violenze subite mesi prima, abilmente nascoste sotto abiti impeccabili e sorrisi di circostanza.

Un sussurro collettivo ha percorso la stanza. Venti paia d’occhi si sono spalancati sul corpo di Giulia, poi su Matteo, poi su di me.

La confusione ha ceduto il posto a un orrore palpabile.

Mia figlia ha portato una mano alla spalla lacerata, tentando invano di coprire l’orrore. Il suo viso era un misto di vergogna e terrore, i suoi occhi lucidi di lacrime represse.

Il rumore di un bicchiere che cadeva e si frantumava sul pavimento di marmo ha squarciato il silenzio. Era caduto dalle mani della signora Rossi, la moglie del prefetto.

L’ordine si è frantumato. Le persone hanno cominciato a parlottare, alcune a muoversi, altre a sussurrare con orrore.

La villa, solitamente un’oasi di calma e discrezione, è caduta nel caos.

Ho visto Teresa Mancini, la nostra domestica di cinquantadue anni, solitamente così riservata e silenziosa, tentare di mimetizzarsi tra gli invitati. Era diretta verso una piccola porta di servizio, quasi strisciando contro il muro.

La sua mano stringeva una borsa di pelle nera, di quelle da ufficio, spessa e rigida. Non l’avevo mai vista con una borsa del genere.

La sua andatura era furtiva, i suoi occhi spalancati, come quelli di un animale spaventato. Il luccichio di qualcosa di metallico all’interno della borsa, che si muoveva in modo disordinato, ha attirato la mia attenzione.

Un carabiniere, probabilmente insospettito dal suo comportamento insolito, le ha bloccato il passaggio proprio mentre stava per raggiungere la porta.

“Signora, per favore,” ha detto l’agente, con tono cortese ma fermo. “Dovremmo controllare anche lei.”

Teresa ha tremato, il suo viso si è fatto cenere. Ha provato a nascondere la borsa dietro la schiena, ma era troppo tardi.

L’agente, con un movimento deciso ma delicato, le ha sfilato la borsa dalle mani. L’ha aperta.

All’interno, ho visto chiaramente il bordo di due passaporti, con le copertine scure. Accanto, una pila di fogli piegati. Il titolo di uno sporgeva leggermente: “Lettere di minaccia a De Santis G.”

Le parole hanno fluttuato nell’aria come schegge di vetro.

Il mio sguardo ha incrociato quello di Matteo, che veniva scortato fuori, le manette ormai strette ai polsi. Un sorriso freddo, quasi gelido, gli è apparso sul volto.

Non era un sorriso di rassegnazione. Era un sorriso di sfida, di spavalderia.

Quella notte, mentre la mia casa si trasformava in una scena del crimine e il futuro di mia figlia crollava davanti ai miei occhi, ho capito. Non era un semplice scandalo. Non era un errore.

Quella trappola era stata progettata fin dal primo giorno nelle stanze del potere politico romano.

Part 2

Matteo si è avvicinato a me, scortato dai carabinieri, i suoi occhi ancora fissi nei miei.

Ha piegato leggermente la testa, la sua voce ridotta a un sibilo quasi impercettibile nel frastuono della festa ormai rovinata.

“Non credere che questo sia la fine, Aurelio,” ha sussurrato, il suo fiato freddo sul mio orecchio. “Conosco i tuoi punti deboli. E so come la politica funziona.”

Ho sentito la rabbia ribollire dentro di me. La sua arroganza era intollerabile.

Nel frattempo, il carabiniere che aveva preso la borsa di Teresa aveva estratto un fascicolo.

Non erano solo passaporti falsi. Erano annotazioni dettagliate, scritte con la calligrafia ordinata di Matteo, che descrivevano come isolare Giulia.

C’erano date, orari di telefonate “perse”, istruzioni per intercettare la posta, persino l’ordine di bloccare le sue carte di credito in modo che non potesse fuggire.

Era un piano metodico, una prigione invisibile costruita attorno a mia figlia.

Teresa era in lacrime, le mani tremanti, implorando silenziosamente con lo sguardo il perdono.

Ora capivo. Non era la domestica la mente di questa macchinazione. Era una pedina, spaventata, usata da Matteo per i suoi scopi.

Ma la sua paura non annullava il mio sgomento. Lei era stata complice, pur se costretta.

Matteo, ancora a pochi passi da me, ha incrociato di nuovo il mio sguardo.

Il maresciallo lo stava spingendo verso l’uscita, ma lui ha trovato un ultimo momento per la sua bravata.

“Aurelio,” ha detto con un sorriso ancora più gelido, “questa notte non è ancora finita. Prima dell’alba, scoprirai quanto sono intoccabile.”

CAPITOLO 2: L’Ombra del Questore

Alle ore 02:15 di notte, i neon della caserma dei Carabinieri proiettavano un’luce fredda sulle piastrelle sbeccate del corridoio.

Il Questore Silvestri uscì dall’ufficio del comandante di compagnia con una carpetta gialla sottobraccio. Non mi guardò negli occhi.

“C’è stato un vizio formale nella notifica dell’atto,” disse Silvestri, fermandosi a un metro da me senza estrarre le mani dalle tasche. “Il fermo di Matteo Lombardi non è convalidabile.”

“È una truffa da 480.000 euro ai danni della Regione,” risposi, mantenendo la voce ferma nonostante la rabbia. “E mia figlia è coperta di lividi.”

“L’aspetto sanitario non è di mia competenza stasera, Aurelio,” mormorò il Questore con tono piatto. “Il vicesindaco torna a casa.”

Dietro di lui, Matteo varcò la porta in vetro satinato. Si sistemò i polsini della giacca scura, incrociando il mio sguardo con un sorriso appena accennato.

Portai Giulia fuori dalla caserma tenendola per un braccio. Il suo vestito da sera strappato era coperto dal mio soprabito pesante.

Entrammo nella mia auto e ci dirigemmo verso la sua villa a Frascati per recuperare i suoi effetti personali di prima necessità.

Nel piazzale d’ingresso l’oscurità era totale. Avvicinandomi al pannello di controllo della sicurezza nel corridoio principale, notai una spia rossa spenta.

Controllai il registro digitale del sistema di videosorveglianza. Le telecamere esterne ed interne risultavano disattivate da esattamente novanta giorni.

“Chi le ha spente?” chiesi a Giulia.

Mia figlia si rannicchiò sul divano del salone, tremando senza emettere alcun suono.

“Matteo ha detto che le telecamere violavano la sua privacy politica,” sussurrò con un filo di voce. “Ha staccato i cavi a novembre.”

CAPITOLO 3: Il Ricatto dei Dossier

Alle 09:00 del mattino successivo, il silenzio del mio studio privato a Frascati fu interrotto da due colpi secchi sulla porta in legno massello.

Matteo entrò senza attendere invito. Indossava un abito grigio e portava una borsa da lavoro in pelle rigida.

Appoggiò sul mio tavolo di noce un faldone di carte ingiallite dal tempo, contrassegnate dalla data dell’ottobre 2012.

“Sei stato un ottimo consigliere regionale, Aurelio,” disse Matteo, facendosi avanti fino a piantare i palmi sul legno. “Ma hai lasciato delle firme azzardate sulle varianti urbanistiche di dieci anni fa.”

Esaminai il primo foglio. La mia firma in calce era evidente, ma l’inclinazione delle lettere non corrispondeva al mio tratto abituale.

“È una falsificazione goffa,” dissi alzando lo sguardo.

“È una falsificazione che la procura di Velletri impiegherà due anni a smentire,” ribatté Matteo con voce gelida. “Nel frattempo la tua reputazione sarà distrutta.”

Si sporse verso di me, abbassando il tono di voce.

“Giulia deve firmare una dichiarazione pubblica di riconciliazione entro quarantaquattro ore,” aggiunse. “Direte che gli ematomi sono stati causati da un incidente domestico.”

“Non ti permetterò di toccarla mai più,” dissi senza alzarmi dalla sedia.

Matteo sorrise, recuperò la borsa e si avviò verso l’uscita.

“Hai tempo fino a stasera per pensarci,” disse prima di chiudere la porta.

CAPITOLO 4: L’Incontro alla Stazione di Tivoli

Per evitare i controlli della polizia locale, lasciai il mio telefono cellulare a casa e guidai verso est lungo la Tiburtina.

Alle 14:30 mi fermai all’area di servizio di Tivoli Nord. Il piazzale era semideserto, sferzato da un vento freddo.

Nel bar dell’area di rifornimento un uomo anziano leggeva un quotidiano al bancone. Indossava un impermeabile beige e occhiali da vista con la montatura in metallo.

Era il Dottor Valerio Neri, un ex revisore dei conti della Corte dei Conti incontrato anni prima durante una commissione d’inchiesta.

Mi sedetti al suo tavolo e appoggiai il mio tablet sul formica. Sullo schermo erano aperti i bilanci comunali di Frascati scaricati la notte stessa.

Neri estrasse una penna dal taschino e picchiettò tre volte sul vetro dello schermo.

“Guarda qui, Aurelio,” disse con voce rauca ma lucidissima. “Questa cifra si ripete identica su quattro delibere di spesa straordinaria.”

“Tre bonifici da 160.000 euro,” osservai.

“Esatto,” confermò Neri. “Inviati a tre società a responsabilità limitata registrate a La Valletta, Malta.”

Il Dottor Neri estrasse un piccolo taccuino di pelle nera e annotò i codici identificativi delle transazioni finanziarie.

“Il sistema è semplice,” spiegò Neri. “Matteo spostava i fondi regionali destinati all’edilizia scolastica su conti esteri prima dell’approvazione del bilancio consuntivo.”

“Ho bisogno delle prove ufficiali per la Procura di Roma,” dissi.

“L’estratto conto madre si trova nel sistema informativo centrale del comune,” rispose Neri. “O nella cassaforte privata di chi ha orchestrato l’operazione.”

CAPITOLO 5: Il Referto di Viterbo

Lasciai Tivoli alle 18:00 e percorro la statale verso nord fino a raggiungere l’ospedale Belcolle di Viterbo.

L’edificio era silenzioso. Un vecchio funzionario dell’archivio clinico mi condusse nei sotterranei, tra file interminabili di scaffali metallici.

Il capo archivista estrasse una cartella bianca contrassegnata dalla data del 14 marzo dell’anno precedente.

Aprii il fascicolo sotto la luce neon del corridoio sotterraneo. Il referto di pronto soccorso riportava l’ora d’ingresso: 22:40.

La diagnosi firmata dal medico di guardia recitava: lesioni ecchimotiche multiple alla regione scapolare e toracica, compatibili con aggressione fisica diretta. Prognosi di giorni trenta.

“La versione ufficiale rilasciata ai giornali parlava di una caduta da cavallo,” dissi stringendo il foglio.

“La signora De Santis fu accompagnata da un uomo in abito scuro che insistette per non fare referto interno,” spiegò l’archivista. “Ma il medico di turno registrò comunque l’accesso formale.”

Fotografai ogni singola pagina con la fotocamera del telefono portatile che avevo recuperato in auto.

L’archivista stampò una copia conforme con timbro a secco e me la consegnò in una busta sigillata.

Uscii dall’ospedale con la certezza che la copertura usata da Matteo era crollata definitivamente.

CAPITOLO 6: Il Sequestro della Polizia

Quando rientrai nel mio studio a Frascati alle 21:15, trovai la porta d’ingresso spalancata e le luci accese.

Due agenti in divisa della polizia locale stavano inserendo i miei faldoni personali dentro scatole di cartone rigido.

Il Questore Silvestri era in piedi accanto alla mia scrivania di noce, con le mani incrociate dietro la schiena.

“Stiamo eseguendo un decreto di perquisizione e sequestro,” disse Silvestri mostrandomi un foglio firmato da lui stesso.

“Con quale accusa?” chiesi rimanendo sulla soglia.

“Violazione della privacy e sottrazione di atti pubblici riservati,” rispose il Questore con tono freddo. “Abbiamo la notizia di reato.”

Un agente staccò il cavo di alimentazione del mio computer fisso e portò via il disco rigido esterno.

In quel momento il mio telefono cellulare all’interno della giacca vibrò. Estrassi l’apparecchio e visualizzai un messaggio di testo da un numero non memorizzato.

“Hai tempo fino a stasera. Dopo non potrai più salvare tua figlia,” recitava il testo inviato da Matteo.

Nella stanza adiacente, sentii Giulia piangere in silenzio mentre un agente controllava i suoi cassetti personali.

CAPITOLO 7: La Chiave del Caveau

Alle 23:00, dopo che gli agenti della polizia locale se ne furono andati con le scatole dei miei documenti, mi sedetti in cucina con Giulia.

La casa era a Soppalco, immersa in un silenzio pesante. Mia figlia tenne le mani attorno a una tazza di tisaneria calda per dieci minuti senza parlare.

All’improvviso si alzò e camminò verso la libreria del salotto principale.

Estrasse dal terzo ripiano un grosso volume rilegato in pelle verde, intitolato *Trattato di Architettura Rinascimentale*.

Aprì il libro a metà. Le pagine interne erano state intagliate con precisione per creare una cavità rettangolare.

All’interno risplendeva una pesante chiave meccanica in ottone dorato, dotata di cinque scanalature laterali.

“Matteo pensava che non sapessi dove la teneva,” disse Giulia guardandomi con gli occhi arrossati.

“A cosa serve questa chiave?” chiesi prendendo l’oggetto metallico tra le dita.

“È la chiave della porta corazzata nel caveau sotterraneo della nostra villa a Frascati,” spiegò Giulia. “Lì dentro conserva le scritture private delle società di Malta e i titoli al portatore.”

“Qual è la combinazione della tastiera elettronica accoppiata alla serratura?” chiesi.

Giulia fece un respiro profondo e mi guardò dritta negli occhi.

“La data di nascita di mamma,” rispose. “Usa sempre le date che ritiene di poter controllare.”

CAPITOLO 8: L’Addensarsi della Tempesta

Alle 18:00 del giorno successivo mi avvicinai alla villa di Frascati al volante della mia vettura.

Il cielo sopra i Castelli Romani era diventato di un colore viola scuro, quasi nero, e la pressione atmosferica era crollata improvvisamente.

Al cancello d’ingresso della proprietà erano parcheggiate due berline scure appartenenti alla scorta privata di Matteo.

Due uomini in giubbotto di pelle piantonavano il viale, ma la pioggia battente li costrinse a rifugiarsi all’interno delle loro vetture.

Un fulmine squarciò il cielo verso nord, seguito da un tuono così forte da far tremare i vetri dell’automobile.

L’acqua piovana iniziò a scendere a secchi, trasformando il viale d’accesso in un canale di fango denso.

Scesi dall’auto protetto da una giacca impermeabile scura e sfruttai la scarsa visibilità per aggirare il perimetro della casa.

Raggiunsi la porta di servizio posteriore che conduceva direttamente ai locali lavanderia e alle scale del seminterrato.

Inserii la chiave meccanica nella toppa dell’ingresso di servizio e la girai due volte in senso orario.

La serratura scattò con un rumore metallico sordo mentre la tempesta sopra la villa raddoppiava di violenza.

CAPITOLO 9: L’Ispetto della Natura

Scesi i gradini in cemento armato verso il sotterraneo mentre il rumore della pioggia diventava un rombo sordo e costante.

Alle 19:15 un bagliore violento illuminò le finestre a bocca di lupo del seminterrato, seguito immediatamente da un’esplosione secca.

Un fulmine colpì la centralina elettrica principale situata nel giardino esterno della villa.

Tutte le luci della casa si spensero all’istante, lasciando il sotterraneo nell’oscurità più assoluta.

Sentii il suono metallico e pesante delle paratie di sicurezza che scattavano in chiusura automatica a causa dell’interruzione della corrente.

A pochi metri da me, nel corridoio buio, una figura sussultò imprecando ad alta voce.

Accesi la mia torcia a manovella, puntando il fascio di luce bianca verso il fondo della corsia.

Matteo era in piedi davanti al portone d’acciaio del caveau con una valigetta in mano.

Dietro di lui, un mucchio di terra e detriti ceduto dal terrapieno esterno aveva ostruito completamente l’unica scala di risalita verso il piano terra.

“Aurelio?” gridò Matteo, coprendosi gli occhi dalla luce della torcia. “Che cosa ci fai qui?”

“Siamo bloccati dentro, Matteo,” dissi avanzando di un passo.

CAPITOLO 10: Nel Buio del Sotterraneo

L’acqua piovana cominciò a filtrare con forza dalle fenditure del soffitto, raccogliendosi sul pavimento in cemento.

Matteo si scagliò contro l’inferriata di sicurezza, sferrando calci violenti contro la struttura d’acciaio che non cedette di un millimetro.

“Apri questa maledetta porta!” urlò Matteo con la voce alterata e il respiro affannato. “Silvestri! Chiamate la scorta!”

“I telefoni non hanno campo qui sotto,” dissi mantenendo un tono di voce calmo e distaccato. “E la pioggia ha fatto crollare il muro di contenimento all’esterno.”

L’acqua raggiunse rapidamente l’altezza delle nostre caviglie, fredda e torbida.

Matteo lasciò cadere la valigetta e si appoggiò alla parete con la schiena, facendo respiri corti e frenetici.

“Non riesco a respirare,” mormorò portandosi una mano al collo dell’abito. “Fammi uscire da qui, Aurelio. Ti do tutto quello che vuoi.”

“Non sei più in un consiglio comunale, Matteo,” risposi sistemando la torcia su uno scaffale metallico. “Qui non ci sono voti da comprare.”

“I documenti delle società maltesi sono criccati nel server sicuro,” disse Matteo con le labbra che tremavano per il freddo e il panico. “Ti do le chiavi d’accesso. Prendi i soldi e lasciami andare.”

“L’acqua sta salendo,” osservai guardando il livello che raggiungeva i polpacci. “Abbiamo poco tempo.”

CAPITOLO 11: Lo Scontro Privato

Estrassi dalla mia giacca impermeabile una busta di plastica trasparente perfettamente sigillata.

All’interno si vedeva chiaramente la copia conforme del referto medico rilasciato dall’ospedale di Viterbo il 14 marzo.

Puntai la luce della torcia direttamente sul documento e poi sul viso pallido di Matteo.

“Questo è il referto delle percosse a Giulia,” dissi. “Trenta giorni di prognosi. Non è stata una caduta da cavallo.”

Matteo scivolò lentamente verso il basso, con i pantaloni completamente immersi nell’acqua fangosa.

“Non volevo farle del male,” disse piangendo con le mani sul volto. “Avevo bisogno del patrimonio della tua famiglia per coprire i buchi delle società a Malta. I debiti di gioco mi stavano distruggendo.”

“Hai usato mia figlia per salvare te stesso,” dissi facendo un passo verso di lui.

“È stato un errore,” confessò Matteo tra i singhiozzi. “Ho pianificato il matrimonio solo per accedere alle tue quote azionarie e alla tenuta di Frascati.”

Indicai con la luce della torcia un punto preciso sopra la porta blindata del caveau.

Una spia rossa circolare lampeggiava a intervalli regolari, alimentata da una batteria tampone d’emergenza a lunga durata.

“Quella è la linea di registrazione antincendio della cassaforte,” dissi. “È collegata direttamente alla rete d’emergenza della Procura della Repubblica di Roma. Ogni tua parola è stata registrata su un server esterno.”

Matteo sbarrò gli occhi e si accasciò definitivamente nell’acqua senza più pronunciare una parola.

CAPITOLO 12: L’Estradizione dai Detriti

Alle 22:30 il rumore di una motosega ad alta potenza perforò la paratia metallica dell’ingresso di servizio.

I fari d’emergenza della Protezione Civile illuminarono l’interno del sotterraneo allagato con una luce bianca accecante.

Squadre di vigili del fuoco e carabinieri del Comando Provinciale di Roma fecero ingresso nel locale con le tute impermeabili.

Un Capitano dei Carabinieri scese i gradini liberati dai detriti e si avvicinò a noi con una torcia professionale.

“Aurelio De Santis?” chiese il Capitano.

“Sono io,” risposi mostrando i documenti identificativi.

Il Capitano si girò verso Matteo, che veniva sorretto da due vigili del fuoco mentre tremava per l’ipotermia.

“Matteo Lombardi,” disse il Capitano estraendo un documento ufficiale dalla giacca di servizio. “Eseguiamo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Procuratore Capo di Roma per truffa aggravata, lesioni e falso in atto pubblico.”

I carabinieri applicarono le manette ai polsi di Matteo direttamente nel sotterraneo.

Il Questore Silvestri non era presente sul posto. Il comando delle operazioni era stato assunto interamente dalla Procura statale.

Venni accompagnato all’esterno dove un’ambulanza mi prestò le prime cure per il freddo accumulato.

CAPITOLO 13: Il Rendiconto Giudiziario

Il mattino seguente, alle ore 11:00, mi presentai presso il Palazzo di Giustizia di Roma in Piazzale Clodio.

I magistrati della Direzione Distrettuale convalidarono l’arresto di Matteo Lombardi senza possibilità di concessione della cauzione.

Sulla scrivania del Pubblico Ministero figurava già la trascrizione completa dell’audio registrato durante la notte nel sotterraneo della villa.

Al Questore Silvestri venne notificato un avviso di garanzia contestuale per favoreggiamento personale e corruzione in atti giudiziari.

“Sua figlia Giulia è stata inserita in un programma di protezione per testimoni,” mi informò il magistrato firmando gli atti dell’istruttoria.

“È al sicuro ora?” chiesi.

“È in una località protetta fuori regione,” rispose il Procuratore. “Renderà la sua deposizione formale lunedì mattina.”

Uscii dal tribunale incrociando i giornalisti delle emittenti televisive regionali che affollavano la scalinata d’ingresso.

I titoli dei quotidiani pomeridiani riportavano già la notizia del crollo della rete di potere politico dei Castelli Romani.

Matteo Lombardi venne trasferito nel carcere di Regina Coeli in attesa dell’inizio del processo per direttissima.

CAPITOLO 14: Il Ritorno a Casa

Due giorni dopo tornai alla villa di Frascati per verificare i danni causati dal temporale e dal crollo del terrapieno.

Il giardino era ancora ridotto a un accumulo di fango grigio e rami spezzati.

L’impresa di ristrutturazione stava rimuovendo i detriti dall’ingresso del seminterrato con un piccolo escavatore meccanico.

Camminai tra le stanze vuote della casa, dove il silenzio aveva preso il posto delle urla e delle intimidazioni degli ultimi mesi.

Il mio segretario personale mi raggiunse nel piazzale mostrandomi lo schermo del suo telefono di servizio.

“Ci sono quarantotto chiamate perse da parte dei vertici del partito regionale,” disse il segretario con voce preoccupata.

“Vogliono sapere chi coprirà il posto vacante in consiglio,” osservai guardando la vallata verso Roma.

“Il presidente della commissione vuole incontrarla domani mattina alle nove,” aggiunse il segretario.

Giulia mi raggiunse prima di salire sull’auto della scorta che l’avrebbe condotta nella struttura protetta.

Ci abbracciammo a lungo sul viale d’ingresso senza dire una parola.

CAPITOLO 15: Nove Giorni Dopo

Esattamente nove giorni dopo la notte della tempesta, varcai la soglia del mio vecchio ufficio al Palazzo della Regione Lazio a Roma.

L’aria nella stanza sapeva di cera per mobili e carta stampata di fresco.

L’atmosfera all’interno dell’edificio era rigida, formale, priva di qualunque entusiasmo o tensione ideale.

Mi sedetti dietro la grande scrivania di noce scuro e guardai l’orologio da tasca che segnava le 10:00 spaccate.

La porta in legno dell’ufficio si aprì con un leggero scricchiolio.

Un giovane uomo di trentadue anni entrò nella stanza indossando un abito blu sartoriale perfettamente stirato.

Aveva lo stesso sorriso sicuro, la stessa camminata rapida e la stessa parlantina fluida che Matteo possedeva sei anni prima quando aveva fatto il suo ingresso in politica.

“Buongiorno, Dottor De Santis,” disse il giovane depositando una cartella in pelle sulla mia scrivania. “Sono il nuovo coordinatore nominato dalla segreteria regionale.”

Lo osservai in silenzio mentre si accomodava sulla sedia di fronte a me senza attendere un mio cenno.

“Dobbiamo riorganizzare i fondi per l’edilizia dei Castelli Romani,” aggiunse con voce persuasiva. “Ci sono grandi opportunità di sviluppo per il nostro gruppo.”

Ho salvato mia figlia dalle mani di un mostro, ma seduto di nuovo a questa scrivania so che la stanza del potere non rimane mai vuota a lungo.


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