CHAPTER 1: Il viaggio mai iniziato
Part 1
“Tuo zio Edoardo è appena partito per Zurigo per affari urgenti,” mi ha detto mia cugina Camilla lunedì mattina con un sorriso gelido.
Meno di ventiquattro ore dopo, ho trovato il corpo privo di vita di mio zio chiuso a chiave nella cantina dei vini della nostra tenuta di famiglia.
Mio zio non era mai uscito di casa, e qualcuno aveva meticolosamente orchestrato la sua falsa partenza per appropriarsi del patrimonio Ferri.
La verità stava per travolgere l’intera aristocrazia di Lucca.
Il sole del mattino inondava la Sala Grande, disegnando strisce d’oro sul pavimento di marmo antico.
Le particelle di polvere danzavano nell’aria, indifferenti alla fredda tensione che si era creata tra me e Camilla.
Mia cugina era in piedi accanto all’imponente camino intagliato, una tazza da tè di porcellana stretta delicatamente tra le mani.
Il suo vestito di seta, del colore della lavanda appena fiorita, frusciava lievemente a ogni minimo movimento.
“Non capisco la tua espressione, Beatrice,” disse Camilla, la sua voce vellutata ma tagliente. “È andato via. Fine della storia.”
Cercai di mantenere la calma, ma il mio stomaco si contorse in una morsa.
“Ha lasciato i suoi farmaci,” risposi, la voce più ferma di quanto mi aspettassi.
Il flacone delle pillole cardiache di zio Edoardo era ancora lì, sul suo comodino, proprio dove lo mettevo io ogni singola sera.
Farmaci vitali, assolutamente insostituibili per lui.
Un lieve tic nervoso apparve all’angolo dell’occhio sinistro di Camilla. Durò solo un fugace istante, poi scomparve.
“Forse era di fretta,” replicò lei, alzando le spalle con una studiata indifferenza. “Edoardo è sempre stato un uomo d’impulso.”
Un uomo d’impulso non dimenticava mai la sua medicina salva-vita. Soprattutto non zio Edoardo, che era sempre stato meticoloso e attento alla sua salute quanto a ogni singola vigna della tenuta.
Guardai l’orologio a pendolo d’ottone che troneggiava nell’angolo della sala. Le dieci del mattino. Il tempo sembrava essersi dilatato in modo innaturale.
Avevo passato vent’anni a prendermi cura di zio Edoardo, a gestire Villa Ferri come se fosse la mia stessa casa. Conoscevo ogni sua abitudine, ogni minimo cambio d’umore.
Questo non era affatto da lui. La sensazione di disagio mi strinse lo stomaco come una morsa gelida.
“E la sua valigia?” chiesi. “Era una piccola borsa da viaggio, no? Per un viaggio di affari di giorni interi a Zurigo?”
Camilla non batté ciglio. “Era preparata dal suo assistente personale. Non sono affari nostri, Beatrice.”
Il suo tono mi gelò il sangue. L’assistente personale di zio Edoardo ero sempre stata io. Ero sempre stata io.
Mi congedai con un cenno del capo, ignorando il suo sorriso appena percettibile. Ogni fibra del mio essere gridava che qualcosa non andava.
Salii al piano superiore, dirigendomi direttamente nella suite di zio Edoardo.
Il letto era intatto, un lenzuolo di seta spiegazzato appena come se qualcuno vi si fosse disteso per un brevissimo riposo.
Sopra il comodino in legno intagliato, i farmaci brillavano sinistri sotto la luce del sole. Le sue lenti da lettura erano lì accanto, appoggiate su un pesante volume di storia romana che stava leggendo.
Nessun uomo parte per un “affare urgente” a Zurigo lasciando dietro di sé i suoi occhiali da lettura e i suoi farmaci vitali. Specialmente non un uomo della sua età e della sua tempra.
Un nodo di pura angoscia mi si formò in gola. Zio Edoardo era in qualche modo in pericolo.
Cosa poteva essere successo? Dove poteva essere?
La villa era enorme, un labirinto di stanze e corridoi che si estendevano per generazioni.
La nostra tenuta di famiglia si nascondeva tra le dolci colline lucchesi, un segreto ben custodito tra vigne e ulivi secolari.
Mi spostai con cautela, come se camminassi su vetro rotto. Ogni ombra sembrava nascondere una minaccia imminente.
La mia mente vagava senza sosta, cercando una spiegazione logica. Forse era uscito per una passeggiata? Ma la macchina era nel garage, e il suo bastone da passeggio era appoggiato all’ingresso.
Edoardo era molto geloso della sua privacy. C’erano poche aree della villa dove si ritirava per stare completamente solo.
La biblioteca. Il suo studio. E la cantina.
La cantina dei vini. Un luogo dove pochi osavano avventurarsi senza il suo espresso permesso. Un luogo fresco, buio, dove le bottiglie secolari riposavano in silenzio.
Era anche un luogo blindato. Un vero e proprio caveau, con una porta in ferro pesante e una combinazione che solo zio Edoardo, e da qualche anno anch’io, conosceva a memoria.
Scesi le scale di pietra che portavano ai sotterranei. L’aria si fece immediatamente più fredda, un odore di terra umida e vino invecchiato mi riempì le narici.
I miei passi rimbombavano sul pavimento in cotto. Ogni scricchiolio, ogni sussurro del vento proveniente dalle grate, amplificava la mia ansia crescente.
Attraversai il corridoio principale, fiancheggiato da vecchie botti e rastrelliere polverose. La luce fioca delle lampadine appese al soffitto diroccato creava lunghe ombre danzanti e inquietanti.
Arrivai davanti all’imponente porta di ferro della cantina blindata. Il pesante chiavistello era ben serrato.
Era impossibile che si fosse chiuso dentro accidentalmente. La porta aveva una maniglia interna e un sistema di sblocco d’emergenza.
Digitai la combinazione che mi aveva insegnato anni fa, le dita tremanti per l’apprensione. Cinque numeri. Poi un giro secco del pomello metallico.
Il metallo cigolò sinistramente mentre la porta si apriva lentamente, rivelando un’oscurità più profonda.
Non c’era una sola lampadina accesa all’interno. L’aria era immobile, densa, quasi irrespirabile.
Feci un passo avanti, la mano che cercava l’interruttore della luce. I miei occhi si stavano abituando al buio.
C’era una pila di casse di legno vuote ammassate contro la parete più lontana, una scena insolita per l’ordine maniacale di zio Edoardo.
La luce che filtrava dalla porta aperta faticava a raggiungere quell’angolo remoto.
Accesi l’interruttore. La luce fioca di una singola lampadina a incandescenza illuminò a malapena la scena.
C’era uno strano odore. Non di vino, non di terra. Qualcosa di pungente e metallico, che non riuscivo a identificare.
Poi lo vidi.
Dietro quelle casse accatastate in modo così casuale, contro il muro di pietra fredda, c’era una forma inanimata e immobile.
Una mano spuntava da dietro le casse. Una mano con l’anello dei Ferri, che riconoscevo all’istante.
Il cuore mi balzò in gola con violenza. Mi avvicinai, il respiro bloccato in gola dalla paura.
Scostai una delle casse con un calcio, poi un’altra. La vista mi fece mancare completamente il fiato.
Lì, inerme, accasciato sul pavimento di terra battuta, con gli occhi vitrei fissi nel vuoto, c’era mio zio Edoardo.
Il suo volto era cereo, la pelle quasi trasparente. Una macchia scura si allargava sul petto della sua camicia.
Era completamente immobile. Freddo.
Era morto.
Zio Edoardo non era mai andato a Zurigo. Era rimasto qui, nella sua villa, nella sua cantina.
E qualcuno lo aveva nascosto qui.
Part 2
Il mondo mi girò intorno, mentre il pavimento di terra battuta sembrava inghiottirmi.
Il respiro mi si bloccò in gola, e un grido strozzato rimase intrappolato nel petto.
Zio Edoardo era morto.
Non un malore, non una caduta accidentale. La sua posizione, il modo in cui era stato nascosto… era opera di qualcuno.
E quel qualcuno mi aveva detto, meno di un’ora fa, che lui era partito per Zurigo.
La rabbia mi diede una forza inaspettata. Uscii barcollando dalla cantina, la luce del corridoio sotterraneo che mi feriva gli occhi.
Risalii le scale di pietra, due gradini alla volta, con una furia che non credevo di possedere.
La Sala Grande era ancora inondata di sole, come se nulla di terribile fosse accaduto.
Camilla era lì, seduta sul divano ricamato, che sorseggiava il suo tè con una calma innaturale.
Alzò lo sguardo quando mi vide, un velo di irritazione che le attraversava gli occhi.
“Ma insomma, Beatrice, hai trovato quello che cercavi nei sotterranei?” chiese, la voce priva di qualsiasi emozione.
Le sue parole mi risuonarono come un martello nella testa. Quello che cercavo.
“Zio Edoardo è nella cantina,” dissi, la voce che mi usciva rauca, quasi irriconoscibile. “È morto, Camilla.”
Il sorriso di Camilla vacillò per un istante. Un battito di ciglia. Poi il suo volto tornò impassibile.
Posò la tazza sul tavolino di cristallo con delicatezza studiata. “Cosa stai dicendo?” La sua voce era bassa, un sibilo freddo. “Edoardo è a Zurigo.”
“No!” urlai, la voce che si spezzava. “È qui! Qualcuno lo ha ucciso e lo ha nascosto. Tu lo sapevi, vero?”
Camilla si alzò lentamente, il suo sguardo era come ghiaccio. “Sii più rispettosa, Beatrice,” disse, i denti stretti. “Stai insinuando delle assurdità.”
Ma mentre parlava, la sua mano scivolò dentro la tasca del suo vestito di seta.
Ne estrasse una pergamena arrotolata, la ripiegò con un gesto secco e la sbatté sul tavolino.
Un documento ufficiale, sigillato con un timbro notarile.
“Mio zio aveva i suoi motivi per non volere che la notizia trapelasse subito,” disse Camilla, la voce ora intrisa di un tono di superiorità. “Ecco qui.”
Lo spinsi verso di me. Era una procura generale d’urgenza.
Un documento che conferiva a Camilla Ferri, con effetto immediato, il controllo totale su ogni singolo bene, proprietà e conto corrente della famiglia Ferri.
Era firmato dal Conte Edoardo, e datato “lunedì mattina”. Poche ore prima che il suo corpo fosse ritrovato senza vita.
CAPITOLO 2: Il passaporto nell’armadio
I passi pesanti degli agenti della Polizia di Stato rimbombavano nell’atrio principale al piano terra di Villa Ferri.
Mentre l’ispettore Marco Santoro raccoglieva le prime dichiarazioni sommarie nel salone affrescato, sono salita senza fare rumore lungo la scala di servizio.
La suite degli ospiti al primo piano profumava del solito aroma pungente di vaniglia e tabacco costoso che accompagnava sempre mia cugina Camilla.
La porta era socchiusa. Ho spinto il battente di legno massiccio ed sono entrata, richiudendo la serratura alle mie spalle con un colpo secco.
Al centro del letto matrimoniale giaceva una grande valigia di pelle marrone con le cifre dorate di Camilla incise sul manico.
Ho sollevato il coperchio ed ho iniziato a scavare tra i cappotti di cashmere, le sciarpe di seta e i beauty case di marca.
Sul fondo rigido della borsa, avvolto in un maglione di lana nera, c’era un involucro rigido.
Ho estratto l’oggetto. Era il passaporto italiano di mio zio, il Conte Edoardo Ferri.
Accanto al documento d’identità giaceva il suo cellulare personale, un vecchio modello a conchiglia da cui lo zio non si separava mai.
Sullo schermo del telefono lampeggiava ancora la spia verde della batteria con tre chiamate perse risalenti alla sera precedente.
Camilla aveva sostenuto con fermezza davanti a tutti che mio zio era salito su un volo privato per Zurigo alle sette del mattino.
Il passaporto era lì tra le mie mani, a meno di venti metri dal luogo in cui il suo corpo giaceva ormai freddo.
Le nocche della mia mano destra si sono sbiancate mentre stringevo il libretto di pelle blu.
Dall’estremità del corridoio si è sentito il picchiettare ritmico dei tacchi a spillo di Camilla che si avvicinavano alla suite.
CAPITOLO 3: La mossa del notaio
Ho infilato il passaporto ed il telefono nella tasca interna del mio grembiule prima che la maniglia della camera ruotasse.
Camilla è entrata nella stanza con le braccia incrociate e il mento sollevato.
“Che cosa ci fai ancora nella mia suite, Beatrice?” ha chiesto, senza battere ciglio. “Non hai delle mansioni da sbrigare con la servitù?”
Non ho fatto in tempo a rispondere. Un suono acuto dal cancello principale ha annunciato l’arrivo di un’automobile nera.
Un uomo in completo grigio con una valigetta di pelle rigida è salito a passi rapidi lungo la scalinata d’ingresso.
Era l’ufficiale giudiziario del Tribunale di Lucca, accompagnato da un assistente di studio.
Camilla si è spinta verso l’atrio principale e mi ha fatto cenno di seguirla con un gesto sbrigativo della mano.
“Signorina Beatrice Ferri?” ha domandato l’ufficiale, estraendo una cartellina bianca sigillata.
“Sono io,” ho risposto, restando al primo gradino della scalinata.
“Le notifico un atto di diffida legale con ordine di sgombero immediato per occupazione senza titolo dell’immobile denominato Villa Ferri.”
L’ufficiale mi ha teso il foglio. In calce alla prima pagina campeggiava il timbro rosso dello studio del notaio Lorenzo Bellini.
“Ha 48 ore di tempo per liberare la stanza e raccogliere i suoi effetti personali,” ha aggiunto l’uomo con voce impersonale. “La proprietà della tenuta è passata integralmente alla signorina Camilla Ferri.”
Camilla ha osservato la scena dal divano in pelle, portandosi alla bocca una tazza di porcellana con un sorriso impercettibile.
CAPITOLO 4: L’ombra di Bellini
Meno di due ore dopo, ero seduta davanti alla grande scrivania di noce dello studio del notaio Lorenzo Bellini, nel centro storico di Lucca.
Bellini si è regolato gli occhiali con la montatura d’oro ed ha appoggiato i gomiti sul sottomano di pelle verde.
“Mia cara Beatrice,” ha esordito con un tono di falsa condiscendenza. “Comprendo il suo stato emotivo, ma i documenti parla chiaro.”
“Mio zio non avrebbe mai firmato una procura generale a favore di Camilla,” ho detto mantenendo la voce ferma. “Soprattutto non la mattina prima di partire per un presunto viaggio.”
“Il Conte Edoardo si è presentato personalmente in questo studio ieri mattina alle ore otto e trenta,” ha risposto Bellini sfogliando un fascicolo. “Ha apposto la sua firma in presenza mia e dei miei testimoni.”
Il notaio ha girato il registro cartaceo degli atti verso di me per mostrarmi la riga d’iscrizione.
Sulla riga numero 412 figuravano il nome di mio zio e la sua firma abituale, stilata con l’inchiostro stilografico blu che usava da sempre.
Ho avvicinato il viso alla pagina stampata per guardare da vicino.
Il numero di protocollo della pagina mostrava una leggerissima sbavatura nell’angolo superiore destro, dove la cifratura a timbro era stata sovrapposta a una cancellatura a secco.
La carta in quel punto era più sottile e ruvida rispetto alle altre pagine del registro.
“Questo numero di serie è stato modificato a mano,” ho detto indicando il foglio.
Bellini ha richiuso il registro con un colpo secco che ha fatto risuonare la stanza.
“Le sue supposizioni rasentano la calunnia, Beatrice,” ha detto riprendendosi il faldone. “La invito ad uscire dal mio studio prima che sia costretto a chiamare i carabinieri.”
CAPITOLO 5: Il veleno nel calice
Il telefono nella mia borsa ha vibrato mentre camminavo lungo via Fillungo. Era l’ispettore Marco Santoro.
“Signorina Ferri, può raggiungermi immediatamente in commissariato?” la sua voce era priva dell’abituale distacco formale. “Abbiamo i primi riscontri della medicina legale.”
Venti minuti dopo, ero seduta nell’ufficio dell’ispettore al secondo piano della questura.
Santoro ha aperto una busta trasparente contenente una bottiglia di cristallo e due bicchieri lavorati presi dalla cantina di Villa Ferri.
“L’autopsia preliminare ha chiarito le cause del decesso di suo zio,” ha detto Santoro guardandomi negli occhi. “Non si è trattato di un attacco cardiaco naturale.”
Il medico legale aveva riscontrato nei tessuti gastrici del Conte la presenza di una dose massiccia di aconitina, un alcaloide vegetale estremamente tossico.
“È una sostanza inodore e insapore se mescolata a distillati ad alta gradazione,” ha spiegato l’ispettore. “L’ora della morte è stata fissata tra le ventidue e le ventitré di domenica notte.”
Quella finestra temporale risaliva a diciotto ore prima del momento in cui Camilla aveva dichiarato che lo zio era salito sull’auto per la Svizzera.
“Mio zio è stato ucciso la sera prima del presunto viaggio,” ho affermato mettendogli davanti il passaporto ed il cellulare trovati nella valigia di mia cugina.
Santoro ha osservato il documento, poi ha preso appunti su un blocco giallo.
“Questo cambia il quadro,” ha ammesso l’ispettore. “Ma la procura notarile del dottor Bellini resta un atto pubblico fino a querela di falso.”
“Bellini sta mentendo,” ho risposto. “E qualcuno nell’entourage di mia cugina sa esattamente come sono andate le cose.”
CAPITOLO 6: La crepa nel muro
Alle otto di sera ho ricevuto un messaggio di testo da un numero non salvato in rubrica.
L’SMS conteneva soltanto un indirizzo: vico del Campanile, una traversa buia dietro la cattedrale di San Martino.
Ho raggiunto il punto d’incontro camminando al riparo sotto i portici.
Matteo Rossi, il giovane contabile personale di Camilla, era in piedi sotto un lampione spento, con il colletto del cappotto alzato fino al mento.
I suoi occhi si muovevano nervosamente da una parte all’altra della strada.
“Beatrice, grazie di essere venuta,” ha detto con voce tremante non appena mi sono avvicinata. “Camilla mi vuole distruggere.”
“Di cosa stai parlando, Matteo?” ho chiesto posando una mano sulla sua spalla.
“Nel pomeriggio ha convocato il revisore dei conti dello studio,” ha spiegato il ragazzo facendo un passo indietro. “Sta preparando la documentazione per addebitare a me tutti gli ammanchi societari delle sue holding.”
Matteo ha estratto una chiavetta USB nera dalla tasca della giacca.
“Mi ha promesso che non mi avrebbe denunciato solo se avessi firmato delle dichiarazioni contabili false retrodatate,” ha continuato. “Ma io non voglio finire in prigione per coprire i suoi crimini.”
“Che cosa hai su di lei?” ho domandato.
“Le credenziali d’accesso ai conti cifrati in Svizzera e i registri dei trasferimenti telematici riservati,” ha risposto Matteo. “So cosa è successo esattamente la notte di domenica.”
CAPITOLO 7: L’estratto conto
Siamo entrati nel retrobottega di un piccolo laboratorio fotografico gestito da un amico di Matteo.
Il ragazzo ha inserito la chiavetta USB nel computer ed ha aperto un file protetto da password.
Sullo schermo è apparsa la copia digitale di un estratto conto bancario emesso da un istituto di credito di Zurigo.
Il documento riportava l’intestazione personale del Conte Edoardo Ferri.
La riga evidenziata in rosso mostrava un bonifico in uscita dell’importo esatto di 2.500.000 euro.
Il beneficiario era una società di comodo denominata Helios Investments, con sede legale a Panama.
Ma la cifra e il destinatario non erano l’elemento più sconvolgente della schermata.
La data e l’ora di esecuzione dell’operazione telematica erano registrate alle ore 03:15 del lunedì mattina.
Il bonifico da due milioni e mezzo di euro era stato inviato dal sistema bancario tre ore dopo l’ora della morte di mio zio accertata dal medico legale.
“Mio zio era già morto nella cantina quando questo denaro è stato trasferito,” ho detto indicando l’orario stampato a margine.
“Le chiavi di sicurezza dell’home banking le aveva soltanto Camilla,” ha confermato Matteo con la voce ridotta a un sussurro. “Ha usato il lettore di carte personale dello zio subito dopo averlo chiuso a chiave nei sotterranei.”
“Abbiamo la prova del movente,” ho affermato guardando il monitor.
“Non basta,” ha replicato Matteo. “Camilla ha coperto le sue spalle con debiti ancora più grandi.”
CAPITOLO 8: I debiti del casinò
Matteo ha aperto una seconda cartella contenente file finanziari riservati e solleciti di pagamento contrassegnati con il sigillo di uno studio legale internazionale.
I documenti mostravano la situazione patrimoniale reale di Camilla Ferri dietro la facciata di facoltosa ereditiera.
Negli ultimi tre anni mia cugina aveva accumulato un debito complessivo di oltre 4.000.000 di euro presso diverse case da gioco di Montecarlo e club privati di Ginevra.
Per far fronte ai creditori più aggressivi, Camilla aveva costituito la società fantasma a Panama ed aveva iniziato a svendere di nascosto i dipinti di valore della tenuta.
“Il Conte Edoardo se ne era accorto tre giorni fa,” ha spiegato Matteo mostrando un’e-mail di protesta del vecchio conte. “Aveva scoperto la sparizione di due quadri del Seicento dalla galleria privata della villa.”
Mio zio aveva convocato Camilla domenica sera per annunciarle che la mattina seguente l’avrebbe denunciata e tagliata fuori da qualsiasi futura disposizione testamentaria.
“Egli voleva spogliarla di ogni privilegio e cacciarla dalla famiglia,” ho detto ricostruendo la sequenza degli eventi.
“Camilla sapeva che gli investitori speculativi di Monaco gli stavano dando la caccia,” ha aggiunto Matteo. “Se non avesse versato i due milioni e mezzo entro lunedì mattina, le avrebbero pignorato ogni bene a suo nome.”
Quella stessa notte la tazza di liquore alcolico di mio zio era stata avvelenata.
“Ora capisco perché ha dovuto fingere la partenza per la Svizzera,” ho detto. “Aveva bisogno di tempo prima che qualcuno trovasse il corpo.”
CAPITOLO 9: L’accusa disperata
Mercoledì mattina sono rientrata a Villa Ferri con l’intenzione di raccogliere gli ultimi indizi prima di tornare dall’ispettore Santoro.
Non appena ho varcato la soglia dell’atrio, ho trovato due carabinieri in divisa ad attendermi insieme a Camilla.
Mia cugina indossava un abito nero da lutto rigido e teneva le mani incrociate sul petto.
“Ispettore, è lei,” ha detto Camilla rivolgendosi al maresciallo presente. “Ha approfittato della mia assenza temporanea per derubare la famiglia.”
“Cosa sta succedendo?” ho chiesto fermandomi a poca distanza.
“La signorina Ferri ha sposto una denuncia formale per il furto aggravato della parure di diamanti appartenuta alla defunta Contessa,” ha spiegato il maresciallo.
“Siamo qui per dare esecuzione a un decreto di perquisizione d’urgenza sui suoi effetti personali.”
I due agenti mi hanno scortato fino alla mia piccola stanza al secondo piano.
Camilla è rimasta sulla porta con un sorriso gelido mentre i carabinieri aprivano i cassetti del mio cassettone.
Uno degli agenti ha sollevato un maglione sistemato nel guardaroba ed ha estratto un astuccio di velluto blu.
Al suo interno brillava la collana di diamanti dal valore di trecentomila euro.
“Eccola lì,” ha esclamato Camilla con voce acuta. “Ha cercato di approfittare della tragedia per arricchirsi!”
“Non ho mai visto quell’astuccio prima d’ora,” ho risposto mantenendo lo sguardo fisso su di lei. “L’hai piantato tu stamattina mentre ero fuori.”
“Maresciallo, la arresti immediatamente per furto ed appropriazione indebita,” ha preteso mia cugina con tono imperioso.
CAPITOLO 10: La voce dal passato
Il maresciallo ha preso l’astuccio di velluto con i guanti di lattice ed ha osservato attentamente la superficie lucida della scatola rigida.
“Prima di procedere con qualsiasi misura restrictiva, faremo rilievi scientifici su questo oggetto,” ha detto l’ufficiale.
Ho guardato Camilla negli occhi: le sue pupille si sono dilatate per un istante mentre si sistemava la manica della giacca.
“Se la scatola è stata toccata da me, ci saranno le mie impronte,” ho detto con calma al maresciallo. “Se invece ci sono soltanto le impronte di mia cugina, saprà chi l’ha nascosta nel mio armadio.”
Il maresciallo ha riposto l’astuccio in una busta per reperti ed ha fatto un passo indietro.
“Signorina Camilla, per il momento non ci sono gli estremi per l’arresto in flagranza,” ha dichiarato l’ufficiale. “Le parti rimarranno nella tenuta sotto custodia cautelare fino al completamento degli accertamenti.”
I carabinieri sono usciti lasciando un agente di piantone al cancello.
Rimasta sola nella stanza, ho camminato verso lo studio privato di mio zio al piano terra, eludendo la sorveglianza di Camilla.
Sulla grande scrivania di noce giaceva un vecchio orologio da tavolo in bronzo con la cassa intagliata a mano.
Ricordavo che mio zio usava quel dispositivo per registrare i suoi dettati e le sue memorie aziendali.
Ho aperto il vano posteriore dell’orologio ed ho trovato un minuscolo nastro magnetico a microcassetta ancora inserito nella meccanica.
Ho premuto il tasto di riproduzione.
La voce roca di mio zio Edoardo ha riempito la stanza: *”Tu sei una fallita, Camilla! Vendi le mie opere d’arte per pagare i tuoi vizi da casinò? Domani mattina il notaio Bellini straccerà ogni tua delega e ti capperò da questo patrimonio!”*
La risposta di Camilla sul nastro era fredda: *”Non arriverai a domani mattina, zio.”*
CAPITOLO 11: La firma digitale
Ho nascosto la microcassetta nella mia tasca proprio mentre il mio cellulare riceveva una chiamata criptata da Matteo Rossi.
“Beatrice, ho scoperto come Bellini ha validato la procura notarile senza che tuo zio fosse presente,” ha detto il contabile con voce concitata.
“Dimmi tutto, Matteo,” ho risposto sottovoce da dietro la tenda dello studio.
“Nel marzo dello scorso anno il Conte Edoardo aveva depositato presso lo studio del notaio Bellini un kit di firma digitale per le pratiche societarie d’emergenza,” ha spiegato il ragazzo.
Quel dispositivo pendrive conteneva il certificato crittografico ufficiale e le chiavi RSA personali dello zio.
“Bellini ha custodito il dispositivo nella cassaforte dello studio,” ha continuato Matteo. “Lunedì mattina, alle nove, Bellini ha applicato la firma digitale del Conte sul documento PDF della procura, spuntando la validazione da remoto.”
“E poi ha alterato il registro cartaceo d’ingresso per far sembrare che lo zio fosse presente di persona,” ho concluso io.
“Esatto,” ha detto Matteo. “Ho recuperato i log del server dello studio notarile con gli indirizzi IP e gli orari esatti delle marcatura temporale.”
Tutta la catena di complicità tra Camilla e il notaio corrotto era ora ricostruita nei minimi dettagli tecnici e legali.
“Matteo, ho bisogno che tu vada subito dall’ispettore Santoro a firmare la tua deposizione formale,” ho detto.
“Lo sto già facendo, Beatrice,” ha risposto il ragazzo. “Sono davanti alla questura.”
“Perfetto,” ho detto guarda fuori dalla finestra. “Adesso tocca a me chiudere la partita.”
CAPITOLO 12: La trappola nello studio
Alle quindici del pomeriggio ho inviato un messaggio di testo diretto al telefono di Camilla.
*“Ho capito che non ho speranze contro i tuoi legali. Sono nello studio dello zio. Vieni qui da sola e firmerò la rinuncia all’eredità e la riconsegna delle chiavi.”*
Tre minuti dopo, i passi veloci di Camilla hanno risuonato sul pavimento in marmo dell’atrio.
Mia cugina è entrata nello studio privato spingendo la porta con arroganza.
Indossava un abito elegante e manteneva quell’aria di superiorità che l’aveva contraddistinta per tutta la vita.
“Alla fine hai capito qual è il tuo posto, Beatrice,” ha detto facendo scorrere lo sguardo sulla stanza. “Un’umile serva non può competere con la nobiltà di questa famiglia.”
Ho camminato verso la porta d’ingresso ed ho girato la chiave nella toppa di bronzo, sfilandola dalla serratura ed infilandola nella mia tasca.
Camilla si è voltata di scatto con un’espressione sdegnata.
“Che significa questo gesto teatrale?” ha domandato alzando la voce. “Riapri immediatamente quella porta.”
Non ho risposto. Mi sono limitata ad appoggiarmi alla parte anteriore della scrivania di noce.
Sulla superficie del tavolo c’era un altoparlante Bluetooth collegato al mio cellulare personale.
“Non abbiamo niente da firmare, Camilla,” ho detto mantenendo una calma assoluta. “Sei venuta qui soltanto per ascoltare.”
Ho premuto un tasto sullo schermo dello smartphone.
Dalla cassa dell’altoparlante è iniziata la riproduzione audio in tempo reale.
CAPITOLO 13: La resa dei conti
Dall’altoparlante non è uscita una musica, ma la voce chiara e scandita dell’assistente contabile Matteo Rossi.
*”Dichiaro sotto la mia responsabilità penale che la signorina Camilla Ferri ha ordinato il bonifico di 2,5 milioni di euro verso la società offshore Helios Investments alle ore 03:15 di lunedì mattina…”*
Camilla si è bloccata a metà strada tra la porta e la scrivania. Il colore è sparito dal suo viso, lasciando una pallidezza spettrale.
La voce di Matteo ha proseguito senza pause:
*”…dichiaro altresì che il notaio Lorenzo Bellini ha utilizzato il dispositivo di firma digitale clonato del Conte Edoardo per certificare il falso atto di procura generale d’urgenza…”*
“Spegni quell’affare!” ha urlato Camilla avventandosi verso la scrivania con le mani tese.
Mi sono messa tra lei e l’altoparlante, bloccandole il passaggio con il corpo.
“È la deposizione giurata che Matteo sta rilasciando in questo momento al Procuratore della Repubblica,” ho detto senza alzare la voce.
Ho fatto partire un secondo file audio: la registrazione dell’orologio da tavolo con le sue ultime parole rivolte a mio zio la sera di domenica.
*”Non arriverai a domani mattina, zio.”*
Il suono della sua stessa voce ha fatto tremare le spalle di Camilla.
“È un montaggio… è una falsificazione!” ha sibilato, tentennando sulle gambe mentre arretrava verso la libreria.
“L’estratto conto svizzero porta l’orario delle tre di notte,” ho detto indicandola. “Il passaporto di zio Edoardo era nella tua valigia. E le uniche impronte sulla scatola dei diamanti sono le tue.”
La sua maschera aristocratica si è frantumata in un secondo, rivelando soltanto il terrore di una donna travolta dai propri crimini.
CAPITOLO 14: L’irruzione della legge
Camilla si è scagliata contro i fogli d’estratto conto adagiati sulla scrivania, cercandoli di strappare con frenia cieca.
Le ho afferrato i polsi con forza, spingendola a sedere sulla sedia di pelle dietro il tavolo.
In quel preciso istante, un colpo violento ha fatto tremare la porta dello studio locked.
“Polizia di Stato! Aprite!” ha gridato la voce dell’ispettore Marco Santoro dall’esterno.
Ho estratto la chiave dalla tasca ed ho aperto il battente.
L’ispettore Santoro è entrato nella stanza seguito da tre agenti in divisa e dal maresciallo dei carabinieri.
“Camilla Ferri,” ha dichiarato Santoro mostrando un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Giudice per le Indagini Preliminari. “La dichiaro in arresto per omicidio volontario premeditato, truffa aggravata e falsificazione di atti pubblici.”
Un agente le ha bloccato i polsi dietro la schiena con le manette d’acciaio.
Camilla ha provato a dimenarsi, urlando frasi sconnesse sulla sua posizione sociale e sul nome dei Ferri.
“Una seconda pattuglia sta eseguendo in questo momento l’arresto del notaio Lorenzo Bellini nel suo studio,” ha aggiunto Santoro rivolgendosi a me.
Mentre gli agenti la scortavano fuori lungo il corridoio principale, Camilla mi ha fissato con gli occhi sbarrati dal rancore.
Ho osservato in silenzio la sua figura elegante venire spinta dentro l’auto della polizia con la sirena spiegata nel piazzale della villa.
Il cancello di ferro battuto si è richiuso alle loro spalle con un suono metallico definitivo.
CAPITOLO 15: La domenica di pace
La domenica successiva, il cielo sopra Lucca era limpido e privo di nuvole.
Il sole del mattino illuminava la grande terrazza di Villa Ferri, scaldando la pietra antica della balaustra che dava sulle colline coltivate a ulivi.
Sulla tavola da giardino in ferro battuto c’era soltanto un vassoio con una tazza di caffè fumante ed il decreto formale del Tribunale.
La sentenza del giudice mi aveva nominata Unica Curatrice ed erede legittima dell’intero patrimonio della dinastia Ferri.
I conti correnti svizzeri erano stati dissequestrati, ed i debiti speculativi di Camilla erano stati coperti mediante la vendita dei suoi beni personali pignorati.
Il notaio Bellini ed mia cugina attendevano l’inizio del processo dal carcere mandamentale di Pisa.
Ho preso la tazza di porcellana ed ho sorseggiato il caffè osservando il panorama solitario della tenuta.
Per vent’anni avevo camminato nei corridoi di quella casa in silenzio, pulendo le stanze e assistendo mio zio senza mai pretendere nulla in cambio.
Camilla e la nuova nobiltà di città avevano riso della mia dedizione, scambiando la mia pazienza per debolezza d’animo.
Ora la villa era finalmente immersa in un silenzio pulito, libero da falsità e cospirazioni di palazzo.
Ho appoggiato la tazza sul piatto di ceramica ed ho tirato un lungo sospiro d’aria fresca.
Hanno passato una vita a considerarmi un’ombra al loro servizio, dimenticando che è proprio l’ombra a vedere ogni cosa rimanendo invisibile.
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