“Se non muore entro domattina, chiamatemi solo per firmare i documenti della custodia.”

CHAPTER 1: Il sussurro nel corridoio della clinica

Part 1

“Se non muore entro domattina, chiamatemi solo per firmare i documenti della custodia.”

Mia suocera, Donna Agnese, ha pronunciato queste parole con voce ferma davanti al corridoio della clinica di Sansepolcro.

Ero stesa nel letto con tre costole fratturate e un trauma cranico dopo che i freni della mia auto avevano ceduto sul tornante della tenuta.

Credeva che fossi incosciente, ma sentivo ogni singola parola.

Tre settimane prima, il vecchio fondatore della comunità mi aveva avvertito in segreto: la mia famiglia acquisita voleva solo la mia eredità immobiliare da 1.200.000 euro.

Il profumo asettico del disinfettante pungeva le narici, un odore persistente di pulito e di malattia insieme. Sotto di me, le lenzuola della clinica privata di Sansepolcro erano fredde, nonostante il calore soffocante di una giornata di inizio agosto.

Un brivido mi attraversò la schiena, non per il freddo, ma per il dolore sordo che pulsava dietro gli occhi e lungo il costato, dove tre costole fratturate cercavano ancora di ricomporsi.

La testa mi girava leggermente, un residuo del trauma. Il mondo era un indistinto sfocato di voci e luci fioche, ma la mia mente, stranamente, era lucida.

Ero supina, gli occhi chiusi, il corpo immobile. Le infermiere erano entrate e uscite più volte, parlando a bassa voce, convinte che il sonnifero somministratomi mi avesse immersa in un sonno profondo e privo di sogni.

Loro, e a quanto pare, anche i miei parenti acquisiti.

La porta della stanza era solo socchiusa, lasciando un sottile spiraglio sul corridoio ovattato. Di tanto in tanto, un carrello cigolava o un’altra porta si chiudeva con un tonfo sommesso, ma per lo più regnava un silenzio che sembrava amplificare ogni suono.

Fu così che le voci iniziarono a filtrare attraverso la fessura. Due voci distinte.

Una, riconoscibile, era quella di Donna Agnese Moretti, mia suocera. La matriarca della comunità della Beata Provvidenza. Il suo tono, come sempre, era misurato, quasi calmo, ma con una nota d’acciaio che rivelava la sua autorità inappellabile.

L’altra voce, più grave e leggermente servile, apparteneva a Corrado Bellini, il notaio del paese. Avevo avuto modo di incontrarlo diverse volte da quando ero entrata a far parte della comunità, sempre per questioni burocratiche o piccole donazioni che Agnese spingeva gli adepti a fare.

Si erano avvicinati, le loro figure indistinte oltre la fessura, ma le loro parole ora erano nitide e taglienti come schegge di vetro.

“Dottoressa Fabbri dice che le sue condizioni sono ancora… critiche,” disse il notaio Bellini, la sua voce incerta. “Il trauma cranico è serio, Donna Agnese.”

Donna Agnese emise un sospiro leggero, quasi annoiato.

“Le condizioni di Elena Rossi sono rilevanti solo nella misura in cui non mi facciano perdere tempo, Notaio. Lei ha in mano la procura per la gestione dei beni. Ci pensi a quello.”

Il mio cuore iniziò a battere con una violenza improvvisa, una tamburata sorda nel petto che mi faceva quasi male alle costole rotte.

Beni. La mia eredità. La tenuta agricola che valeva 1.200.000 euro, quella che avevo ereditato dai miei nonni paterni.

“Certo, certo,” rispose Bellini. “Ma l’atto di tutela dei beni, come sa, richiede la sua piena incapacità di intendere o, nel peggiore dei casi, che non ci sia più… nessuno a firmare.”

Ci fu una pausa. Un silenzio carico di significato. Sentii il leggero fruscio di stoffa, come se Agnese avesse aggiustato il proprio abito di lana.

“Notaio Bellini,” la voce di Agnese era diventata più affilata, quasi un sibilo, “Non voglio perdere altro tempo prezioso con formalità inutili. Se entro domattina non ci saranno notizie certe, e intendo *certe*, della sua dipartita, allora mi contatti. E solo per firmare i documenti per la tutela.”

Un freddo gelido mi avvolse, più intenso di qualsiasi brivido di febbre o dolore fisico. Mi sentii il sangue congelarsi nelle vene.

Le parole risuonavano nella mia mente, chiare e orribili: “Se non muore entro domattina”. Non una preoccupazione per la mia salute, non un barlume di affetto. Solo un calcolo freddo, una scadenze per la firma di documenti.

Sentii Bellini tossire, un suono secco e imbarazzato.

“Ma Donna Agnese, sarebbe opportuno attendere il decesso con un minimo di… decoro. Se dovesse riprendersi…”

La voce di Agnese si fece ancora più bassa, più letale.

“Se Elena Rossi si riprenderà, Notaio, allora avremo altre procedure da attivare. Ma per ora, lei deve solo essere pronto a incamerare quella tenuta di 1.200.000 euro per la Beata Provvidenza. Ha capito?”

Un sospiro mi sfuggì, così flebile che quasi non lo sentii io stessa. Il mio respiro si fece affannoso, il petto si contraeva per il panico.

Stavano aspettando che morissi. Lo stavano dicendo ad alta voce, a pochi metri da me, in una clinica, con il loro avvocato, pronti a firmare le carte che avrebbero trasferito ogni mio avere.

Ero stesa lì, inerme, il corpo spezzato. E sentivo ogni singola parola.

Non ero solo una nuora per Donna Agnese. Ero un ostacolo. Ero un mero contenitore di un’eredità. E la mia vita, o la mia morte, era solo una questione di tempistica per incamerare la mia fortuna.

Part 2

Ma non era la prima volta che un presagio oscuro mi avvolgeva. Tre settimane prima di questo incidente, una figura inattesa era apparsa alla tenuta.

Il vecchio Padre Anselmo, l’ex fondatore della comunità. Era anziano, curvo, e la sua voce era poco più di un sussurro. Era stato messo da parte da Agnese anni fa, relegato a una piccola stanza lontano dal cuore della Beata Provvidenza.

Mi aveva cercato in segreto, un pomeriggio, mentre tutti erano a messa. Mi aveva fatto cenno di seguirlo nel vecchio orto dietro il refettorio, dove nessuno avrebbe potuto sentirci.

Il suo sguardo era stanco, ma c’era una strana urgenza nei suoi occhi velati. Aveva tossito, si era guardato attorno, poi aveva afferrato la mia mano, le sue dita secche e ossute.

“Elena,” aveva mormorato, la voce tremante, “devi stare attenta. Questa comunità non è ciò che sembra. E il tuo matrimonio… il tuo matrimonio non è stato amore, per Agnese.”

Ricordo di averlo guardato confusa, quasi offesa. “Padre, cosa dice? Io e Matteo ci amiamo.”

Lui aveva scosso la testa lentamente. “Tu ami Matteo, lo so. Ma per Agnese, il tuo arrivo, la tua unione con suo figlio… è sempre stato un mezzo. Un mezzo per la proprietà. La tua eredità, Elena. I tuoi campi, la tenuta dei tuoi nonni.”

Aveva parlato della mia fortuna da 1.200.000 euro, dei terreni agricoli che avevo ereditato. Aveva detto che Agnese aveva orchestrato tutto, fin dall’inizio, per farli confluire nella cassa della Beata Provvidenza.

Avevo riso, all’epoca. Una risata nervosa, incredula. “Padre Anselmo, non è possibile. Matteo non permetterebbe mai una cosa del genere. E Agnese… è la matriarca della nostra famiglia spirituale.”

Ma lui aveva insistito, i suoi occhi fissi nei miei, pieni di una disperazione genuina. “È così, Elena. È sempre stato così. Il tuo matrimonio era il suo piano. Voleva i tuoi beni per sé, per la comunità, come dice lei. E tu… tu eri solo un tassello in quel grande disegno.”

Le sue parole, allora, mi erano sembrate assurde. Una follia di un vecchio ormai senile. Non potevo credere che il mio amore per Matteo, la mia vita qui, fosse solo una fredda macchinazione.

Ora, nel letto d’ospedale, con le parole di Donna Agnese che mi trafiggevano come aghi, la verità mi colpì con la forza di uno schiaffo. Non erano solo i miei beni a essere a rischio ora che ero quasi morta. Il mio intero matrimonio, l’amore della mia vita, era stato una menzogna, un piano per incamerare la mia eredità da 1.200.000 euro nella cassa della Beata Provvidenza.

CAPITOLO 2: Il sigillo dell’officina

Il taxi mi lasciò davanti al cancello in ferro battuto della tenuta della Beata Provvidenza.

Le ruote della sedia a rotelle stridevano sul ghiaione umido. Il freddo delle colline umbre mi penetrava nella carne ferita.

Sotto la coperta sulle mie gambe nascondevo una torcia tascabile.

Aspettai che la guardia all’ingresso si allontanasse per il giro di pattuglia delle ventuno. Poi spinsi le ruote verso il capanno dei mezzi tecnici, in fondo al secondo cortile.

L’aria dentro l’officina puzza di olio minerale e gasolio stantio.

Vecchi trattori rugginosi occupavano la campata centrale. Nell’angolo a sinistra, sollevata sui martinetti idraulici, c’era la mia auto aziendale.

Un’ombra si mosse dietro un bancone da lavoro. Era Gianfranco, il vecchio meccanico della comunità, con la tuta unta e le mani tremanti.

“Signora Elena,” mormorò, guardandosi alle spalle. “Non dovrebbe essere qui. Se la matriarca lo sa…”

“Mostrami i freni, Gianfranco,” dissi a bassa voce. “Lo so che l’hai controllata tu dopo l’incidente.”

Il vecchio esitò, poi prese la torcia dalla mia mano e puntò il fascio di luce sotto il pianale della macchina.

Il tubo della cavità del fluido dei freni non era usurato. Era tagliato di netto, con un’incisione netta e diagonale fatta da una cesoia da metallo.

“È stato un lavoro pulito,” disse Gianfranco con la voce spezzata. “Non è stato un guasto.”

Infilò la mano nella tasca della tuta ed estrasse un foglio di carta unto d’olio.

“Questo è l’ordine di servizio interno per la manutenzione straordinaria,” disse consegnandomelo. “È arrivato due ore prima che lei prendesse il tornante.”

Sulla riga del responsabile c’era una firma a inchiostro blu.

Non era la firma di mio marito Matteo. Era la grafia spigolosa e inconfondibile di Donna Agnese Moretti.

CAPITOLO 3: La debolezza del sangue

Spinsi la sedia a rotelle fino alla nostra stanza nell’ala est della tenuta.

Matteo era seduto sul bordo del letto, con la testa tra le mani. La luce fioca della lampada sul comodino illuminava le sue spalle magre.

Entrai e chiusi la porta a chiave dietro di me.

Lanciai il foglio unto d’olio sulle sue ginocchia.

“Tua madre ha ordinato di tagliare i freni della mia auto,” dissi. La mia voce era priva di tremore.

Matteo sussultò. Prese il foglio con le mani tremanti e lo lesse sotto la luce.

“Elena… io…” farfugliò, senza riuscire a guardarmi negli occhi.

“Tu lo sapevi,” dissi, facendo un passo avanti e lasciando andare i braccioli della sedia a rotelle.

Matteo alzò lo sguardo, sconvolto nel vedermi in piedi.

“Sapevi che sarei finita contro quel muro di pietra?” chiesi.

Il mio marito crollò in ginocchio sul pavimento di cotto, afferrando l’orlo del mio maglione.

“L’ho vista uscire dall’officina quella mattina,” confessò piangendo. “Sono andato da lei… le ho chiesto cosa stesse facendo.”

“E lei cosa ti ha detto?”

“Mi ha detto che se avessi parlato mi avrebbe fatto scomunicare dal rito,” disse con il fiato corto. “Mi avrebbe fatto chiudere nella cella sotterranea come un apostata. Mi ha detto che eri un demone venuto a rubare le terre della Beata Provvidenza.”

“E tu hai preferito lasciarmi morire?”

“Avevo paura, Elena!” urlò con la voce soffocata dal pianto. “Lei controlla tutto! Controlla la mia anima, controlla la mia vita! Io ti amo, ma non so come fermarla!”

Lo guardai dall’alto in basso. L’uomo che avevo sposato a Firenze tre anni prima era soltanto un guscio vuoto girato dalle mani di sua madre.

CAPITOLO 4: Il prezzo di un notaio

Il mattino seguente rimasi a letto, fingendo di non riuscire a muovere le gambe.

Attraverso le persiane socchiuse della camera padronale vidi arrivare una Berlina nera con i vetri oscurati.

Ne discese il notaio Corrado Bellini, accompagnato da un uomo con la fascia tricolore ben visibile sotto il cappotto: il sindaco del comune locale.

Donna Agnese li accolse nel salone d’onore. Mi fece trascinare giù dalle guardie della comunità, sistemata su una poltrona con una coperta rigida sulle ginocchia.

Agnese non cercò neppure di nascondere la presenza del notaio.

“Elena non è più in grado di intendere e di volere dopo il trauma cranico,” disse la matriarca, appoggiando le mani sul tavolo di noce.

Il notaio Bellini tirò fuori dalla valigetta una risma di documenti.

“La legge richiede la firma di due testimoni e la convalida del sindaco per l’interdizione immediata,” disse Bellini con tono professionale.

Agnese aprì il cassetto della credenza antica e tirò fuori una mazzetta da ottantamila euro in banconote non tracciabili, legate con elastici rossi.

La fece scivolare al centro del tavolo, proprio accanto ai fogli d’interdizione.

Il sindaco guardò il denaro, poi guardò il notaio.

“La perizia medica della nostra clinica è già pronostica,” disse il notaio Bellini, prendendo la penna stilografica. “Elena Rossi cederà la gestione totale dei suoi terreni da 1.200.000 euro alla fondazione della Beata Provvidenza a titolo di tutela permanente.”

Agnese mi fissò con i suoi occhi grigi e freddi.

“Firma qui, piccina,” disse spingendo il foglio verso di me. “O lo farà il notaio per te tra cinque minuti.”

Finsi un tremore involontario alla mano e feci cadere la penna a terra per guadagnare tempo.

CAPITOLO 5: La testimonianza nascosta

La notte del martedì era la notte del rito di purificazione.

Tutta la comunità si riuniva nella sala capitolare sotterranea, sotto la cappella sconsacrata della tenuta.

Sapevo che Agnese usava quel momento per impartire gli ordini contabili ai quadri dirigenti della setta.

Prima che la cerimonia iniziasse, strisciai nell’oscurità del corridoio sotterraneo.

Infilai un piccolo registratore vocale digitale nella fessura del legno scolpito dell’altare principale.

Mi nascosi dietro la tenda del confessionale per ascoltare.

I passi pesanti degli adepti riempirono la sala. Poi la voce spietata di Agnese risuonò nella volta in pietra.

“La restauratrice non vedrà la primavera,” disse Agnese ai suoi fedelissimi. “Il notaio Bellini ha già incassato i suoi ottantamila euro. I terreni di Firenze saranno nostri entro la fine del mese.”

Un membro dell’ordine alzò la mano per fare una domanda.

“E per la faccenda del clan Luciani?” chiese la voce. “Chiedono la restituzione dei quattrocentocinquantamila euro presi per la compravendita dei confini agricoli.”

Agnese emise una risata fredda.

“Don Carmine Luciani non vedrà un solo centesimo,” rispose la matriarca. “Quei soldi servono per finanziare la nuova ala della tenuta. Se i suoi uomini si avvicinano ai nostri valichi, le guardie spareranno. I Luciani non hanno alcun potere dentro la Beata Provvidenza.”

Il registratore catturò ogni singola parola. La frode, il tentativo di omicidio e la sfida aperta alla criminalità locale.

CAPITOLO 6: La scelta dell’ombra

All’alba del giorno dopo recuperai il registratore dall’altare.

Sapevo che andare alla stazione dei carabinieri locale era un suicidio. Il notaio Bellini era il cugino del sindaco e le forze dell’ordine del paese rispondevano ai loro favori.

Dovevo giocare una carta diversa.

L’occasione si presentò quando il camion delle provviste varcò il cancello principale per scaricare le casse di farina.

Approfittando della confusione, scivolai fuori dall’uscita di servizio della cucina, coperta da un vecchio mantello scuro.

Camminai a piedi per tre chilometri lungo le stradine sterrate fino al bar della stazione di servizio della statale.

Lì aspettava una vettura scura con la targa coperta.

Un uomo robusto con un vestito grigio scese dal lato passeggero. Era l’emissario di Don Carmine Luciani.

“La signora Rossi?” chiese con voce ruvida.

Niente parole inutili. Tirai fuori dalla tasca la scheda di memoria estratta dal registratore e gliela porsi.

“Qui dentro c’è la confessione di Agnese Moretti,” dissi. “Ammette di avervi truffato per quattrocentocinquantamila euro e dice che vi farà sparare se vi avvicinate alla tenuta.”

L’uomo prese la scheda, la guardò e annuì lentamente.

“Don Carmine apprezzerà il gesto, signora,” disse prima di risalire in macchina e sparire verso il fondovalle.

CAPITOLO 7: Le porte chiuse

Quando rientrai nella tenuta prima del mezzogiorno, trovai l’inferno.

Le guardie interne correvano nel cortile centrale. Donna Agnese stava in piedi al centro del salone con lo scrittoio privato spalancato.

Si era accorta della mancanza della scheda audio.

“Chiudi i cancelli!” gridò Agnese a un sgherro. “Serrate le grate d’acciaio su ogni finestra!”

Mi vide entrare dal retro. Non portavo più la sedia a rotelle.

I nostri sguardi si incrociarono al centro della stanza.

“Sei stata tu,” disse Agnese. I suoi occhi erano due fessure d’odio. “Non sei mai stata invalida.”

“La tua commedia è finita, Agnese,” dissi facendo un passo verso di lei.

“Niente finisce qui dentro senza il mio permesso,” ringhiò la matriarca.

Con un gesto della mano ordinò alle sue due guardie personali di bloccarmi le braccia.

Vennero disattivate tutte le linee telefoniche fisse. I ripetitori del segnale cellulare della tenuta vennero spenti.

Mi trascinarono nella stanza padronale al primo piano e girarono la doppia mandata di ferro.

Ero rinchiusa in una prigione di pietra senza via d’uscita.

CAPITOLO 8: L’ultimo gesto di Matteo

La notte scese sulla tenuta come una cappa di piombo.

Attraverso le sbarre della finestra riuscivo a vedere le ombre delle guardie che pattugliavano il muro di cinta con i torchi accesi.

Verso le tre del mattino, la serratura della mia porta scattò senza rumore.

Matteo scivolò dentro la stanza. Aveva uno zaino in spalla e un mazzo di chiavi pesanti nella mano sinistra.

“Elena, svegliati,” mormorò afferrandomi per le spalle.

“Matteo? Che cosa stai facendo?”

“Ti tiro fuori di qui,” disse con le lacrime che gli rigavano il volto. “Mia madre ha chiamato il notaio per domattina alle sei. Vogliono portarti via con la forza e chiuderti nel manicomio privato di Perugia.”

Mi prese per la mano e mi guidò lungo il passaggio segreto che portava fuori dalla biblioteca.

Ci muovemmo nell’oscurità fino alla vecchia colombaia abbandonata, un torrione di pietra a trecento metri dal corpo centrale della tenuta.

“Rimani qui nascosta,” disse Matteo facendomi sedere tra le travi di legno polverose. “All’alba andrò a prendere la mia macchina e sfonderò il cancello secondario. Scapperemo insieme a Firenze.”

“Matteo, tua madre ti ucciderà se lo scopre,” dissi stringendogli le mani.

Per la prima volta nella sua vita, lo sguardo di mio marito fu fermo.

“Preferisco morire che lasciarle distruggere l’unica cosa buona che ho mai avuto,” disse prima di baciarmi sulla fronte e sparire nell’ombra.

CAPITOLO 9: L’irruzione nella sala d’armi

L’alba portò una nebbia fitta e fredda che avvolgeva tutta la valle.

I passi pesanti sui gradini in pietra della colombaia mi svegliarono di colpo.

La porta in legno massiccio venne abbattuta con un calcio.

Entrò Donna Agnese, seguita dal notaio Bellini e da due uomini armati con fucili da caccia.

Dietro di loro, spinto con violenza, c’era Matteo con il viso sanguinante.

“Pensavi davvero che tuo marito potesse ingannarmi?” disse Agnese con un sorriso gelido. “L’ho partorito io. Conosco ogni suo pensiero debole.”

Il notaio Bellini tirò fuori dalla tasca un tampone per inchiostro e i fogli di cessione coatta.

“Finiamola qui,” disse il notaio, visibilmente nervoso. “Il sindaco sta aspettando in comune.”

Agnese afferrò la mia mano con forza disumana, spingendomi il pollice verso il tampone d’inchiostro nero.

“Firma con la tua impronta, Elena,” disse la matriarca all’orecchio. “O tuo marito non uscirà vivo da questa torre.”

“Sei una truffatrice, Agnese,” urlai cercando di liberarmi dalla presa. “I Luciani sanno tutto! Sanno dei quattrocentocinquantamila euro!”

Agnese bloccò il braccio. Per un secondo, il terrore dipinse il suo volto.

CAPITOLO 10: Il giuramento spezzato

Prima che Agnese potesse rispondere, un’esplosione tremenda fece tremare le fondamenta della colombaia.

Il cancello principale della tenuta venne abbattuto da un fuoristrada blindato.

Urla, ruggiti di motori e raffiche di armi automatiche riempirono il cortile sottostante.

“I Luciani!” gridò una delle guardie di Agnese prima di correre verso la finestra.

La porta d’ingresso della torre venne sfondata. Tre uomini vestiti di nero con i volti coperti irruppero nella stanza con le pistole spianate.

“Agnese Moretti!” urlò il caposquadra del clan Luciani. “Don Carmine ti manda i suoi saluti!”

Il caos fu istantaneo. Una guardia di Agnese fece fuoco e i mercenari del clan risposero al fuoco con una raffica devastante.

Vidi un uomo puntare l’arma direttamente verso di me.

“No!” urlò Matteo.

Mio marito si lanciò davanti a me nell’esatto istante in cui partì un colpo a bruciapelo.

Il proiettile lo colpì in pieno petto.

Matteo cadde all’indietro, tra le mie braccia, macchiando il mio maglione di un rosso caldo e denso.

“Matteo! No! Matteo!” urlai con tutto il fiato che avevo in gola.

Agnese cercò di strisciare verso l’uscita, ma gli uomini di Luciani la afferrarono per i capelli.

“I tuoi soldi non bastano più, matriarca,” disse l’uomo del clan trascinandola giù per le scale mentre lei urlava e imprecava come una demonio.

“Elena…” mormorò Matteo. Il suo respiro era un rantolo soffocato. “Ti ho… protetta…”

Gli occhi di mio marito si svuotarono di luce tra le mie mani, mentre l’eco dei colpi di pistola sfumava nella nebbia.

CAPITOLO 11: Il sangue e la cenere

Rimasi seduta sul pavimento di pietra della colombaia per ore, stringendo il corpo freddo di Matteo contro il mio petto.

Intorno a me c’era solo il silenzio della distruzione.

Gli uomini di Don Carmine Luciani perquisirono ogni stanza della tenuta, svuotando le casseforti, sequestrando i documenti e portando via ogni bene di valore per coprire il debito di quattrocentocinquantamila euro.

Vidi dalla finestra il notaio Corrado Bellini fuggire a piedi verso i boschi dietro la villa, abbandonando la sua valigetta con i documenti falsi per terra nel fango.

Non arrivò mai nessuna polizia. Nessuna ambulanza arrivò con le sirene spiegate.

La Beata Provvidenza si dissolse nell’arco di un solo mattino.

Gli adepti, terrorizzati dalla violenza del clan criminale, fuggirono nei campi abbandonando le loro tuniche sul margine della strada.

Donna Agnese Moretti venne caricata nel bagagliaio di un SUV scuro e sparì nel nulla, destinata a ripagare la sua avidità nelle prigioni sotterranee della malavita organizzata.

Ero rimasta sola.

Avevo vinto la mia battaglia contro la setta. Avevo salvato la mia vita.

Ma il prezzo posava immobile sul mio grembo, privo di respiro.

CAPITOLO 12: Le rovine di Sansepolcro

Cinque anni dopo.

La tenuta della Beata Provvidenza è ormai un cumulo di macerie sconsacrate. I tetti della villa padronale sono crollati sotto le piogge invernali e la vegetazione selvaggia ha inghiottito il cortile delle cerimonie.

Il tribunale civile di Firenze mi ha restituito la piena proprietà di tutti i terreni ereditarii da 1.200.000 euro dopo la chiusura delle pratiche fallimentari della setta.

Abitò in un piccolo casolare in pietra al margine della proprietà, lontano dalle rovine.

Non ho mai riaperto il laboratorio di restauro. Non ho mai cercato una nuova compagnia.

Ogni pomeriggio cammino fino al vecchio torrione della colombaia e mi siedo sui gradini dove Matteo ha dato la vita per me.

Non c’è stata alcuna vittoria consolatoria. Non c’è stata alcuna gioia nella fine di Agnese e dei suoi complici.

Ho riavuto le mie terre e la mia libertà, ma ogni sera il silenzio di queste colline mi ricorda che il prezzo della mia sopravvivenza è stato il cuore dell’unico uomo che abbia mai amato.