CHAPTER 1: L’ombra del grande sipario
Part 1
“Sei solo un vecchio scenografo finito, Arturo. Questo pass VIP per la prima di Cinecittà non appartiene a te.”
Il mio migliore amico da quarant’anni, Cesare Bellini, mi ha strappato di mano l’unico biglietto d’onore e lo ha regalato alla sua giovane amante ed attrice emergente.
Quando è iniziato il temporale sopra Roma, Cesare mi ha spinto fuori dal foyer del teatro sotto la pioggia battente per impedire che i fotografi vedessero le mie scarpe consumate.
Proprio mentre la lussuosa limousine del presidente del festival si fermava, tutti credevano che fossi un intruso da cacciare via.
Nessuno sapeva ancora chi fosse il vero ospite d’onore della serata.
***
Arturo Moretti strinse con orgoglio il pass laminato tra le dita nodose, il cartoncino freddo sotto il suo pollice. Il profumo intenso dei gigli e delle rose riempiva il foyer dorato del Teatro dell’Opera, un odore di lusso e di promesse.
I flash crepitavano come fuochi d’artificio, illuminando un tappeto rosso che sembrava non finire mai.
Era la serata della prima, il culmine di un lavoro che aveva richiesto anni, un capolavoro che finalmente avrebbe visto la luce. E lui, Arturo, lo aveva scritto. Lo aveva sognato, pezzo per pezzo, durante notti insonni nel suo laboratorio di Trastevere.
Si sentiva un po’ impacciato nel suo abito scuro, l’unico che possedeva, con le pieghe un po’ troppo marcate sulle maniche. Le sue scarpe, lucide sì, ma consunte da una vita di lavoro, sembravano urlare la loro storia silenziosa su quel tappeto lussuoso.
Ma il cuore gli batteva di un’emozione pura.
In mezzo a quella folla scintillante di abiti da sera e gioielli costosi, vide Cesare Bellini. Era circondato da una piccola corte di giornalisti e ammiratori, il suo sorriso perfetto che brillava sotto i riflettori.
Al suo fianco, Elena Rostagno, giovane e bellissima nella sua tuta di seta rossa, rideva sguaiatamente, i capelli biondi che le ricadevano sulle spalle nude. Cesare teneva un braccio attorno alla sua vita sottile, posando con la sicurezza di chi è nato per quel palco.
Arturo si fece strada tra la folla, ogni passo una fatica in quel mare di volti sconosciuti. Voleva condividere quel momento, quel trionfo inaspettato, con il suo amico di una vita. Quarant’anni di storia non si cancellano.
Arrivò a pochi passi da Cesare.
“Cesare, amico mio!” disse, la voce leggermente rauca per l’emozione, tendendo il pass VIP. “Per te. Per la tua grande serata. Sono così fiero di te.”
Cesare si voltò, i suoi occhi freddi lo studiarono per un istante, privi di calore. Un’ombra attraversò il suo viso, un tic quasi impercettibile. Sembrava infastidito, come se Arturo avesse rovinato una foto perfetta.
Con un movimento brusco, Cesare gli strappò il pass di mano.
Non gli disse nulla. Non lo guardò negli occhi.
Poi, con un gesto plateale e un sorriso forzato per i fotografi, porse il pass a Elena.
“Elena, cara,” disse, la sua voce suonava falsamente dolce. “Questo è per te. La vera stella della serata, no? Un omaggio alla tua ascesa.”
Elena prese il pass, un sorriso sornione sulle labbra, e fece un piccolo inchino verso Arturo, che suonava più come una derisione.
Arturo rimase impietrito. Il suo respiro si bloccò in gola. Il cuore, che fino a un attimo prima batteva con gioia, ora affondava come un sasso.
“Ma… Cesare,” mormorò, cercando di recuperare la voce. “Quello era il pass d’onore… per noi. Per celebrare il nostro lavoro.”
Cesare si voltò di nuovo verso di lui, ma questa volta il suo viso era una maschera di disprezzo. La sua voce si alzò di tono, abbastanza forte da far voltare qualche testa.
“Celebrare? Che cosa, Arturo? Le tue scenografie polverose? Il tuo finto talento da drammaturgo?”
La sua risata fu acida, penetrante.
“Sei solo un vecchio scenografo finito, Arturo. Uno scalcinato vecchiaccio da retropalco. Non hai più un posto qui, se non nelle mie tasche.”
Il foyer vibrò di un silenzio improvviso, pesante. Le risate si spensero, i flash rallentarono. Gli sguardi si posarono su Arturo, ora non più di curiosità, ma di imbarazzo e giudizio.
Il volto di Arturo si infiammò. Sentì il sangue ritirarsi dalle membra, lasciandolo freddo e tremante.
Cesare si avvicinò, il suo alito sapeva di champagne e sigari costosi. Si chinò leggermente, così che solo Arturo potesse sentire le sue prossime parole, ma la crudeltà nella sua voce risuonava chiara come un martello.
“Non capisci, vecchio? Ho messo al sicuro il nostro… no, il *mio* futuro. Quella storia che hai scritto… i diritti sono miei. Firmati. Un milione e duecentomila euro per la *mia* opera, Arturo.”
Arturo sentì il mondo girargli attorno. Le parole di Cesare lo colpirono come macigni. Un milione e duecentomila euro. La sua opera. Firmata da Cesare.
Il tradimento era così vasto, così spietato, che gli mancò l’aria. Era un inganno che andava ben oltre un pass VIP.
Due uomini della sicurezza, grandi e imponenti nelle loro uniformi nere, si avvicinarono rapidamente. Cesare si raddrizzò, lanciò uno sguardo sprezzante a Arturo e fece un cenno con la testa ai vigilanti.
“Portatelo via,” ordinò Cesare con la sua voce più fredda, rivolgendosi agli uomini. “Sta creando disturbo. Un intruso.”
I due energumeni lo afferrarono per le braccia, le loro mani salde e implacabili. Arturo non oppose resistenza. Era come se le sue gambe non rispondessero più, come se il suo corpo fosse diventato un involucro vuoto.
Fu spinto, quasi trascinato, attraverso il foyer, via dalle luci, via dai sorrisi, via da quello che credeva fosse il suo trionfo. Le voci, i suoni, i profumi, tutto si confuse in un ronzio distante.
Una fitta allo stomaco lo fece sussultare.
Proprio in quel momento, un brivido freddo percorse l’aria.
Una goccia. Poi un’altra.
Un boato lontano.
Il temporale sopra Roma era iniziato.
Le prime, pesanti gocce di pioggia iniziarono a cadere, scurendo il tappeto rosso all’esterno del teatro. I fotografi mormorarono, coprendo le loro attrezzature.
Arturo fu spinto con forza attraverso le porte girevoli, fuori dal caldo, secco lusso del foyer, e catapultato direttamente nell’acquazzone. Il vento gli schiaffeggiò il viso, e l’acqua gelida inzuppò immediatamente il suo vestito, le scarpe, ogni fibra del suo essere.
Si ritrovò solo sul marciapiede bagnato, fradicio e tremante, mentre le luci del Teatro dell’Opera gli sembravano lontane anni luce.
Part 2
Arturo si strinse nel suo abito ormai pesante d’acqua, ogni muscolo indolenzito dal freddo e dall’umiliazione. Le gocce gli scivolavano sul viso, confondendosi forse con qualche lacrima inespressa. Roma, la sua Roma, sembrava volerlo annegare in quella tempesta improvvisa. Alzò lo sguardo verso il teatro, una fortezza dorata che si chiudeva dietro di lui, lasciandolo fuori, escluso. I flash dei fotografi, ora più rari e coperti, sembravano proiettare ombre spettrali.
Proprio in quel momento, un rombo sordo ruppe il silenzio della pioggia.
Un’auto, una berlina nera lucida e imponente, si avvicinò lentamente, fendendo l’acqua che si accumulava sull’asfalto. Non era una delle solite macchine di servizio o un taxi che cercava riparo. Questa era un’ammiraglia, di quelle che si vedono solo ai grandi eventi, con i vetri oscurati e un’eleganza quasi minacciosa. Frenò bruscamente, non davanti all’ingresso principale del teatro, ma proprio di fronte a dove Arturo tremava sotto il cornicione.
La portiera posteriore si aprì, e da essa emerse un uomo imponente, protetto da due ombrelli tenuti da assistenti in livrea. Era Silvano Vanni, il Direttore del Gran Galà, una leggenda vivente del cinema italiano, noto per la sua severità e il suo impeccabile senso del dovere. I suoi capelli argentati brillavano anche nella scarsa luce.
Cesare ed Elena, che lo avevano visto arrivare, si affrettarono ad andargli incontro, i loro sorrisi forzati pronti per i saluti di rito. “Direttore Vanni, che onore averla qui personalmente!” esclamò Cesare, tendendo la mano. Elena annuì con entusiasmo, un’espressione civettuola sul volto.
Ma Silvano Vanni li ignorò completamente. I suoi occhi, penetranti e attenti, non si posarono nemmeno per un istante sui due. Fece un cenno ai suoi assistenti di seguirlo, e con passo fermo e deciso, si diresse dritto verso Arturo, sfidando la pioggia battente che ormai aveva trasformato il marciapiede in un piccolo fiume.
Gli assistenti si mossero rapidamente, posizionando gli ombrelli sopra la testa di Arturo, che alzò lo sguardo, confuso e quasi spaventato. Il direttore Vanni, senza una parola, si chinò leggermente in un gesto di profondo rispetto, quasi una riverenza.
“Signor Moretti,” disse Vanni, la sua voce risuonava chiara e forte sopra il frastuono della pioggia, una voce che non ammetteva repliche. “La serata non può iniziare senza di lei.”
Cesare ed Elena si bloccarono a pochi metri di distanza, i loro sorrisi svaniti. I fotografi, incuriositi, abbassarono i loro obiettivi verso la scena inaspettata.
“Noi siamo qui per il vero vincitore del Premio alla Carriera,” continuò Vanni, gli occhi fissi su Arturo. “L’autore segreto e geniale del capolavoro di questa stagione.”
CAPITOLO 2: Il prezzo della menzogna
Il brusio nel foyer del Teatro dell’Opera tagliò l’aria bagnata della sera.
I fotografi abbassarono le macchine fotografiche, lasciando che il flash si spegnesse del tutto.
Cesare Bellini cercò di ricomporsi, sfoderando un sorriso tirato di fronte alle telecamere.
“Silvano, caro amico, stai facendo un malinteso,” disse Cesare, ridacchiando con voce troppo acuta. “Arturo è un vecchio amico, ma purtroppo non sta bene. Ha cinquant’anni di carriera alle spalle e la mente gli gioca brutti scherzi.”
Elena Rostagno si strinse alla giacca di velluto di Cesare, guardando le mie scarpe ancora bagnate di pioggia.
“È vero, Direttore,” mormorò Elena con labbra tremanti. “Quel pover’uomo farnetica. La sceneggiatura è del maestro Bellini.”
Silvano Vanni non guardò nemmeno l’attrice.
Dalla tasca interna del suo soprabito estratse una cartellina rigida di colore blu, sigillata con il timbro del Ministero della Cultura.
“Ho qui la delibera ufficiale depositata nel 1988,” disse Vanni, la voce ferma che rimbombava nel foyer. “Il nome di Arturo Moretti figura come unico ed esclusivo creatore dell’opera originale.”
Cesare impallidì, muovendo le dita attorno al nodo della cravatta.
“Quel documento è superato,” balbettò Cesare. “Ho acquistato i diritti di adattamento sei mesi fa.”
“I diritti non si acquistano senza la firma dell’autore in calce,” rispose Vanni, mostrando il foglio aperto. “E questa firma non è mai stata apposta.”
Elena fece un passo indietro, staccando il braccio da quello di Cesare.
“Cesare,” disse la ragazza a bassa voce. “Mi avevi promesso che la licenza era pulita per la distribuzione internazionale.”
“Stai zitta, Elena,” ringhiò Cesare tra i denti.
“Se la licenza è contesa,” intervenne Vanni guardando dritto negli occhi il produttore, “la proiezione di questa sera viene sospesa e la piattaforma estera annullerà il contratto da un milione e duecentomila euro.”
Un mormorio si diffuse tra i giornalisti presenti.
Cesare mi fissò con gli occhi sbarrati dalla rabbia, le mascelle contratte mentre la pioggia continuava a battere sui vetri del teatro.
CAPITOLO 3: Falsi certificati nella notte
L’orologio a pendolo nello studio privato di Cesare in Via Veneto segnava le tre del mattino.
Il fumo del sigaro riempiva la stanza mentre il produttore camminava avanti e indietro sul tappeto persiano.
“Devi scriverlo e basta, Roberto,” gridò Cesare nel ricevitore del telefono. “Un certificato di incapacità di intendere e di volere retrodatato di due anni.”
Dall’altro capo del filo la voce del medico fu rapida ed esitante.
“È un reato penale, Cesare. Se qualcuno controlla la perizia rischiamo entrambi la prigione.”
“Ti pago il triplo del tuo orario abituale,” tagliò corto Cesare. “Arturo deve risultare infermo di mente prima della firma del contratto di cessione.”
Nell’ufficio adiacente, Beatrice Conti manteneva gli occhi fissi sullo schermo del computer aziendale.
Le sue dita scivolavano veloci sulla tastiera mentre accedeva all’archivio digitale protetto.
Sullo schermo comparvero le scansioni dei contratti del 2014.
Sotto la luce fredda del monitor, Beatrice notò chiaramente le righe aggiunte a penna nera e il timbro di Arturo sovrapposto con un programma di fotoritocco.
“È un falso totale,” sussurrò Beatrice a se stessa.
Estrasse il cellulare dalla tasca e iniziò a fotografare ogni singola pagina dell’archivio contabile.
I passi pesanti di Cesare rimbombarono nel corridoio in parquet.
Beatrice chiuse la finestra del programma a frazioni di secondo prima che la porta dello studio si spalancasse.
“Cosa fai ancora qui a quest’ora?” domandò Cesare, con gli occhi arrossati dal sonno e dall’alcol.
“Sistemavo le rassegne stampa per domattina, Dottore,” rispose Beatrice senza far tremare la voce.
Cesare la fissò per cinque lunghi secondi, poi le lanciò una cartella sulla scrivania.
“Domani mattina voglio questo comunicato su tutti i quotidiani romani. Dobbiamo distruggere la credibilità di quel vecchio prima del gala.”
CAPITOLO 4: L’ombra su Via Veneto
Il vapore della macchina del caffè riempiva il piccolo bar di piazza San Cosimato a Trastevere.
Siedevo al tavolino di legno consumato, stringendo tra le mani la tazza bollente per scaldare le dita ancora rigide.
Il barista poggiò il quotidiano locale sul banco.
In prima pagina svettava un articolo firmato a caratteri cubitali: *’L’ombra della demenza sul Gran Galà: l’ex scenografo tenta l’estorsione al cinema italiano’*.
“Un articolo spietato, Don Arturo,” disse il barista scuotendo la testa. “Dicono che chiedi soldi per invidia.”
Lessi le parole scritte da Cesare: venivo descritto come un vecchio risentito, incapace di accettare il successo dei colleghi e affetto da gravi turbe mentali.
Quarant’anni di fratellanza cancellati in poche righe stampate sulla carta economica.
Non provavo rabbia, ma un freddo pesante che mi scendeva lungo la schiena.
Il cellulare squillò sul tavolo metallico.
era Silvano Vanni.
“Arturo, hai letto i giornali?” chiese il direttore del festival.
“Ho appena finito,” risposi con voce calma. “Ha usato ogni mezzo.”
“Non crederci neanche per un secondo,” disse Vanni. “Il ministero ha già bloccato i trasferimenti dei diritti. Ma Cesare ha inviato quel certificato medico fasullo alla commissione.”
“Ha una risposta per tutto,” mormorai osservando il Tevere in fondo alla via.
“Non per tutto,” replicò Vanni. “Qualcuno vuole parlarti. Si trova al riparo dagli sguardi inquisitori.”
CAPITOLO 5: Il libro contabile di Don Matteo
L’interno della chiesa sconsacrata vicino a Campo de’ Fiori odorava di incenso spento e muffa vecchia.
Beatrice Conti era seduta su una panca di legno, con una borsa di pelle nera stretta tra le ginocchia.
Quando i miei passi risuonarono sulle mattonelle di terracotta, la ragazza si alzò di scatto.
“Maestro Moretti,” disse Beatrice, porgendomi una chiave USB e un faldone di fogli stampati.
“Perché fai questo, signorina Conti?” le chiesi osservando i documenti. “Rischi il tuo lavoro con Cesare.”
“Lavoro con lui da cinque anni, Maestro,” rispose lei con gli occhi lucidi. “Ho visto come tratta le persone, ma rubare la vita di un uomo è troppo. Guarda a pagina dodici.”
Sfogliai i fogli contabili sotto la luce che filtrava dal rosone rotto.
Una cifra era cerchiata in rosso: 800.000 euro.
“È un prestito privato,” spiegò Beatrice a bassa voce. “Cesare ha perso quasi un milione di euro al casinò di Sanremo l’anno scorso. Per coprire i debiti si è rivolto a Don Matteo Barone.”
Rimanesti immobile a fissare quel nome.
“Don Matteo?” chiesi.
“Sì,” continuò Beatrice. “E come garanzia per restituire quegli 800.000 euro entro la fine del festival, Cesare ha ipotecato i diritti d’autore della sua opera. Dichiara di esserne l’unico titolare.”
“Ha usato il mio lavoro per pagare un debito d’azzardo con la malavita,” mormorai.
“Se Don Matteo scopre che le garanzie sono false,” disse Beatrice guardando verso l’uscita, “Cesare è finito. Ma Don Matteo non perdona neanche chi viene ingannato.”
CAPITOLO 6: Una visita inaspettata a Trastevere
Il crepuscolo dipingeva di rosso le pareti di mattoni della mia bottega a Trastevere.
Lavoravo su una sagoma di legno con lo scalpello quando il motore ruggente di una berlina scura si fermò davanti alla porta aperta.
Due uomini in abito scuro scesero per primi, posizionandosi ai lati dell’ingresso.
Dall’auto uscì un uomo anziano, alto, con un bastone dall’impugnatura d’argento e un cappello di feltro rigido.
Don Matteo Barone varcò la soglia della bottega, osservando le sculture in gesso disposte sui ripiani.
“Arturo Moretti,” disse la sua voce profonda e rasposa. “Speravo di non dovere entrare in questa bottega dopo tanto tempo.”
“Matteo,” risposi appoggiando lo scalpello sul banco. “Sono passati cinquant’anni dalle scuole popolari di Testaccio.”
“Cinquant’anni,” ripeté il vecchio boss, toccando la superficie liscia di un busto di legno. “Tu hai scelto l’arte, io ho scelto la strada. Ma il rispetto per il talento non cambia.”
Don Matteo tirò fuori dalla tasca un foglio piegato in quattro.
“Il signor Bellini mi ha mostrato questo contratto,” disse posandolo sul tavolo. “Dice che l’opera è sua e che la vendita alla piattaforma mi ripagherà dell’investimento con gli interessi.”
“Quel contratto è un falso, Matteo,” risposi guardandolo negli occhi. “Cesare non ha mai scritto una sola riga.”
Don Matteo rimasero in silenzio per alcuni secondi, il volto immobile come una maschera scolpita.
“Un uomo che ruba il lavoro di un amico è un miserabile,” disse infine il boss. “Ma un uomo che usa me come copertura per i suoi debiti di gioco è un morto che cammina.”
“Non voglio violenza,” dissi con fermezza. “Voglio solo la mia dignità.”
Don Matteo sorrise amaro, battendo il bastone sul pavimento.
“La dignità te la darà il festival, Arturo. Al resto ci penso io.”
CAPITOLO 7: La testimone dimenticata
La pioggia battente accompagnò il viaggio in auto verso i casali isolati vicino ad Orvieto.
Beatrice guidava con cautela lungo la strada sterrata, mentre io controllavo l’indirizzo scritto su un vecchio taccuino.
Ci fermammo davanti a una piccola casa di pietra immersa tra gli ulivi.
Quando la porta si aprì, una donna dai capelli grigi e dallo sguardo stanco ci fissò con sorpresa.
“Gianna,” dissi facendo un passo avanti.
Gianna Neri si coprì la bocca con le mani. “Arturo… cosa ci fai qui dopo dieci anni?”
Entrammo nel piccolo soggiorno riscaldato da una stufa a legna.
“So cosa ti ha fatto Cesare nel 2014,” disse Beatrice appoggiando la cartella sul tavolo. “Ti ha licenziata e ti ha minacciata per farti tacere.”
Gianna abbassò lo sguardo, stringendo le mani attorno a una tazza di tè caldo.
“Mi ha distrutto la carriera di segretaria di edizione,” disse Gianna con voce spezzata. “Mi disse che se avessi parlato della vera paternità dell’opera, mi avrebbe fatto fare la fine degli emarginati.”
“Hai ancora i nastri della prima lettura?” chiesi con dolcezza.
Gianna si alzò senza dire una parola e andò verso un vecchio armadio di quercia.
Ne estrasse una scatola di metallo arrugginita.
Dentro vi erano tre cassette audio analogiche datate maggio 2014.
“Qui c’è la voce di Cesare,” disse Gianna posando i nastri sul tavolo. “Ammette chiaramente di essere solo l’amministratore e che la mente di tutto sei tu, Arturo. Dice persino che non capisce nulla di teatro.”
Beatrice sorrise per la prima volta dopo giorni.
“Con questi audio,” disse la ragazza, “la campagna stampa di Cesare crolla in un istante.”
CAPITOLO 8: Mossa di copertura
La porta degli uffici di Cinecittà sbatté con un colpo violento che fece tremare i vetri.
Cesare Bellini avanzò verso la scrivania di Beatrice con gli occhi sbarrati dalla furia.
“Dove sono i file di archivio del 2014?” urlò Cesare agitando un pugno nell’aria. “Qualcuno ha effettuato un accesso non autorizzato dal tuo terminale!”
Beatrice non si mosse dalla sedia, continuando a digitare sulla tastiera.
“Li ho presi io, Cesare,” rispose con voce glaciale.
Cesare sgranò gli occhi, poi scoppiò in una risata isterica.
“Tu? Una semplice assistente da duemila euro al mese? Ti rendi conto che ti distruggo? Non lavorerai mai più in nessun set, in nessuna produzione da qui a Milano!”
“Puoi minacciarmi quanto vuoi,” disse Beatrice alzandosi in piedi e guardandolo negli occhi. “I file sono già stati inviati al comitato etico del festival e ai legali di Don Matteo Barone.”
Il volto di Cesare passò dal rosso rabbioso a un pallore spettrale.
“Cosa hai fatto con Barone?” balbettò il produttore, facendo un passo indietro.
“Gli ho mostrato che la garanzia che gli hai dato non vale nulla,” rispose Beatrice. “I diritti sono di Arturo Moretti.”
Cesare afferrò il telefono fisso sulla scrivania e lo scagliò contro la parete, riducendolo in frantumi.
“Maledetta sfacciata!” gridò con la voce spezzata dal panico.
Si voltò di scatto e corse verso il suo ufficio privato, cominciando a svuotare le casseforti e a infilare documenti in una ventiquattr’ore di pelle.
Aveva tre ore per organizzare un trasferimento di fondi verso un conto svizzero prima che i suoi beni venissero bloccati.
CAPITOLO 9: L’inganno smascherato in radio
I microfoni dello studio di una nota emittente radiofonica romana erano accesi in diretta per l’ora di punta.
Cesare Bellini, seduto di fronte al conduttore, aggiustava il microfono cercando di mostrare un atteggiamento disinvolto.
“Sì, la sceneggiatura nasce da un mio profondo travaglio interiore,” spiegava Cesare con tono solenne. “Ho dedicato anni a quest’opera, affrontando anche attacchi miserabili da chi cerca un minuto di notorietà.”
“Abbiamo una telefonata a sorpresa da un ascoltatore in linea,” interruppe il conduttore con cuffie sulle orecchie. “Prego, chi parla?”
Dall’altoparlante della radio rimbombò una voce di donna, nitida e ferma.
“Sono Gianna Neri, ex segretaria di edizione della Bellini Productions.”
Cesare irrigidì la schiena, facendo segno con la mano al regista di tagliare la comunicazione.
“Non tagliate,” proseguì la voce di Gianna. “Mando in onda tre secondi del nastro originale del diciotto maggio 2014.”
Un fruscio metallico riempì lo studio radiofonico, seguito dalla voce inequivocabile di Cesare diffusa nei radioline di tutta Roma:
*’…Arturo è il genio, io metto solo i soldi e firmo le carte perché lui non capisce un tubo di affari…’*
Il conduttore si bloccò, fissando Cesare con gli occhi spalancati.
“Signor Bellini,” disse il conduttore in diretta, “questo audio è autentico?”
Cesare balbettò parole sconnesse, si alzò di scatto facendo cadere la sedia a terra ed uscì dallo studio imprecando ad alta voce.
In meno di venti minuti, il clip audio divenne il contenuto più condiviso sui social media di tutto il settore cinematografico italiano.
CAPITOLO 10: La fuga delle comparse
La hall dell’hotel di lusso in Via Veneto era deserta quando Elena Rostagno uscì dall’ascensore trascinando due grandi valigie di pelle.
Cesare le parò la strada davanti alle porte a vetri.
“Elena, dove stai andando?” gridò Cesare afferrandole un braccio. “La serata di gala è stasera! Dobbiamo sfilare insieme sul tappeto rosso!”
La ragazza gli strappò il braccio con uno scatto disgustato.
“Lasciami andare, Cesare!” disse Elena a voce alta, attirando l’attenzione del concierge. “Il mio agente ha appena rescisso il contratto. Non ho intenzione di rovinare la mia carriera per stare vicina a un truffatore!”
“Sei una miserabile ingrata!” le urlando Cesare inseguendola sul marciapiede. “Ti ho fatto avere io la parte!”
“Quale parte?” replicò Elena salendo su un taxi già in attesa. “L’opera è di Arturo Moretti e la commissione ha appena ritirato il mio nome dalla candidatura. Sei finito, Cesare.”
La portiera del taxi si chiuse con un colpo secco e l’auto ripartì nella nebbia mattutina.
Cesare rimase solo sul marciapiede, con la pioggia che ricominciava a cadere sulle sue spalle.
Estrasse il cellulare per chiamare il suo direttore di banca, ma il display mostrò una notifica di sistema.
Tutte le sue linee di credito fiduciario erano state congelate a tempo indeterminato su segnalazione cautelare degli uffici finanziari della capitale.
Non aveva più una protetta, non aveva più credito e non aveva più un’uscita d’emergenza.
CAPITOLO 11: Il conto del sottosuolo
Nel parcheggio sotterraneo di Cinecittà, l’aria odorava di cemento umido e scarichi di automobili.
Cesare camminava a passi rapidi verso la sua auto d’epoca, stringendo la borsa di pelle al petto.
All’improvviso, una vettura scura tagliò la strada, bloccando l’uscita dal corsia.
Due uomini imponenti in abito scuro scesero dai sedili anteriori senza fare alcun rumore.
Uno dei due si avvicinò al finestrino di Cesare, bussando delicatamente sul vetro con un’anello d’oro.
Cesare abbassò il vetro di pochi centimetri, tremando visibilmente.
“Signor Bellini,” disse l’uomo con voce pacata e priva di emozioni. “Don Matteo la saluta e le manda questo documento.”
L’uomo infilò un foglio protocollo attraverso la fessura del vetro.
“Cos’è?” balbettò Cesare.
“È la cessione formale dei crediti,” rispose l’uomo. “Poiché la garanzia sui diritti d’autore dell’opera di Arturo Moretti era totalmente falsa, il suo debito di 800.000 euro è scaduto adesso.”
“Non ho tutti quei liquidi pronti!” gridò Cesare con la voce spezzata. “Datemi quarantotto ore!”
“Non ci sono quarantotto ore,” replicò l’uomo piantando gli occhi in quelli del produttore. “Il credito verrà coperto con le azioni totali della sua casa di produzione e con l’ipoteca immediata sulla sua villa di Frascati.”
“Mi lasciate in mezzo alla strada!” protestò Cesare con le lacrime agli occhi.
L’uomo sorrise freddamente, facendo un passo indietro.
“Le lasciamo i vestiti che indossa, Signor Bellini. È stato fin troppo fortunato.”
La berlina scura fece retromarcia e sparì nell’oscurità del garage, lasciando Cesare seduto al volante del suo veicolo destinato al sequestro.
CAPITOLO 12: La vigilia della consacrazione
Nel mio laboratorio a Trastevere, il silenzio era interrotto solo dal ticchettio costante dell’orologio da parete.
Sedevo al banco di lavoro, levigando con cura la superficie di una piccola marionetta di legno con della carta vetrata sottile.
Il telefono fisso della bottega squillò tre volte prima che decidessi di rispondere.
“Arturo… ti prego, ascoltami,” disse la voce di Cesare, unrecognizable, roca e spezzata dal pianto.
“Parla, Cesare,” dissi mantenendo la voce ferma e bassa.
“Possiamo trovare un accordo,” supplicò il mio vecchio amico. “Ti do il settanta per cento delle royalties della vendita estera. Firma solo una liberatoria formale per la commissione del festival. Mi stanno togliendo tutto, Arturo, la casa, la società… mi distruggono!”
Trattenni il respiro per un istante, ricordando le serate passate cinquant’anni prima a dividere un piatto di minestra nei teatri di periferia.
“Non si tratta di percentuale, Cesare,” risposi guardando le mie mani macchiate di pittura.
“Ti do l’ottanta per cento!” urlò lui disperato. “Tieni tutto tu, lascia solo che io figuri come co-produttore!”
“Hai rubato il mio nome,” dissi con calma. “Hai cercato di farmi passare per pazzo per coprire i tuoi debiti di gioco. La dignità di una vita non è in vendita né trattabile sul mercato.”
“Arturo, siamo amici da quarant’anni!” piagnucolò lui.
“L’amicizia è finita quando mi hai spinto sotto la pioggia per coprire le tue scarpe lucide,” risposi.
Chiusi la telefonata appoggiando lentamente la cornetta sul supporto di bachelite e tornai a lavorare sul legno solido della mia scultura.
CAPITOLO 13: Il buio sul tappeto rosso
La facciata del Teatro dell’Opera brillava sotto centinaia di proiettori bianchi e dorati.
Centinaia di persone si affollavano dietro le transenne mentre le limousine scaricavano registi, attori e critici in abito da sera.
Sul tappeto rosso, Silvano Vanni rispondeva ai giornalisti con un grande sorriso di soddisfazione.
Nel retro del teatro, lontano dai riflettori, una figura curva sgattaiolò attraverso l’ingresso degli artisti.
Cesare Bellini, con lo smoking spiegazzato e gli occhi stravolti, si infilò nei corridoi di servizio diretti verso la sala di regia.
Nella tasca della giacca stringeva una tenaglia da elettricista, intenzionato a tranciare i cavi del proiettore principale per impedire la presentazione del filmato celebrativo su di me.
“Dove sta andando, Signor Bellini?” disse una voce alle sue spalle.
Cesare si voltò di scatto, urtando contro un carrello di costumi di scena.
Beatrice Conti era in piedi all’inizio del corridoio, affiancata da due guardie di sicurezza del teatro e dai due uomini in abito scuro inviati da Don Matteo Barone.
“Togliti di mezzo, Beatrice,” disse Cesare con voce tremante, alzando la tenaglia come se fosse un’arma.
“È finita, Cesare,” rispose la ragazza senza fare un passo indietro. “Ci sono tre giornalisti proprio dietro l’angolo. Se fai un altro passo, la tua caduta diventerà uno spettacolo pubblico ancora più grande.”
Cesare si guardò intorno, con le spalle al muro e il fiato corto.
CAPITOLO 14: La resa nei camerini
Dalla sala principale del teatro giunse il rimbombo degli applausi del pubblico e la voce amplificata di Silvano Vanni.
*”…E stasera consegniamo il Premio alla Carriera al vero maestro della scenografia italiana: Arturo Moretti!”*
Nel corridoio stretto dei camerini, il contrasto era feroce.
Tre giornalisti con registratori accesi ed apparati fotografici sbucarono dall’angolo, attratti dal trambusto.
“Signor Bellini!” disse uno dei cronisti alzando la fotocamera. “È vero che la sua società è stata posta sotto sequestro cautelare?”
Cesare coprì il volto con la mano, balbettando frasi sconnesse.
“No… è un errore… stiamo chiarendo con i legali…” farfugliò con la voce che gli moriva in gola.
Beatrice lo guardò con profonda pietà, senza traccia di odio negli occhi.
“Consegni la chiave della regia, Cesare,” disse la ragazza estendendo la mano aperta.
Cesare guardò Beatrice, poi fissò gli uomini di Don Matteo che lo osservavano in silenzio con le braccia incrociate.
I flash dei tre giornalisti scattarono in rapida successione, catturando il suo volto disfatto, la cravatta storta e la tenaglia che cadeva a terra con un rumore metallico.
Senza dire un’altra parola, Cesare abbassò lo sguardo.
Non cercò neanche di giustificarsi.
Si voltò a passo rapido e umiliato, infilandosi nella porta di servizio per fuggire nell’oscurità del vicolo posteriore, mentre il suono del mio nome annunciato dal palco rimbombava fin dentro i camerini vuoti.
CAPITOLO 15: La firma sul contratto d’ombra
Mentre la platea del Teatro dell’Opera si alzava in una standing ovation per il mio ingresso sul palco, tre piani sotto, nei locali tecnici sotterranei, la vicenda trovava la sua conclusione.
Cesare Bellini era seduto a un tavolino di metallo spoglio, illuminato solo da una lampadina nuda pendente dal soffitto.
Di fronte a lui, l’avvocato di Don Matteo Barone stilava gli ultimi dettagli dei verbali di cessione.
“Firmi qui, qui e qui,” disse l’avvocato senza mai alzare gli occhi dal foglio.
Cesare stringeva la penna a sfera con le dita tremanti.
“Cosa mi rimane?” chiese con un filo di voce.
“Niente, Signor Bellini,” rispose l’avvocato ritirando i documenti firmati. “La sua casa di produzione passa interamente alla società finanziaria del gruppo Barone per soddisfare il debito. La sua licenza da produttore è stata revocata dal Ministero un’ora fa.”
L’avvocato ripose le carte nella sua valigetta rigida.
“Da questo momento,” aggiunse l’uomo alzandosi, “lei è un cittadino privato privo di qualsiasi diritto su qualsiasi opera cinematografica passata, presente o futura. Se prova a rimettere piede a Cinecittà, l’esecuzione delle restanti garanzie personali sarà immediata.”
Cesare rimase seduto da solo nella stanza fredda.
Sopra la sua testa, attraverso i solai di cemento, giungeva l’eco debole del mio discorso di ringraziamento e il fragore degli applausi della Roma del cinema.
La sua carriera, costruita su quarant’anni di menzogne e parassitismo, era stata cancellata in un seminterrato senza finestre.
CAPITOLO 16: La luce di Trastevere
Cinque anni dopo.
Nel mio laboratorio d’arte a Trastevere, il tempo sembrava essersi fermato tra il profumo del legno segato e della pittura a olio.
I rami degli alberi fuori dalla finestra aperta oscillavano leggeri, lasciando entrare la luce dorata del tramonto romano sopra il Tevere.
Lavoravo da solo vicino al banco di lavoro, rifinendo i dettagli di una grande scultura in pietra spugnosa.
A settantasei anni non portavo trofei in mostra, né ritagli di giornale incorniciati sulle pareti. La statuetta del Premio alla Carriera riposava in un cassetto della scrivania, lasciando lo spazio solo agli attrezzi del mestiere.
Cesare Bellini era ormai un ricordo sbiadito per tutta la città.
Viveva in un piccolo appartamento in affitto nell’estrema periferia est di Roma, dimenticato da tutti gli attori e i registi che un tempo lo adulavano, costretto a vendere vecchi manifesti usati ai mercatini domenicali per pagare gli arretrati dei creditori informali.
Posai il pennello sulla rastrelliera di legno e pulii le mani su un panno di cotone grezzo.
Osservai la scultura terminata sul banco: le linee erano pulite, senza imperfezioni né sbavature, nate da un lavoro lento e paziente.
Sorrisi in solitudine, respirando l’aria fresca che saliva dal fiume.
La pioggia lava via i riflettori e le maschere di gesso, ma la pietra scolpita con la verità resta asciutta sotto qualunque tempesta.
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