“Sei solo un’alcolizzata fallita che ha lasciato morire le sue figlie per disattenzione,” sussurrò mio padrigno Marco Ferri dietro la cappella del cimitero di Prima Porta a Roma, davanti ai telecam…

CHAPTER 1: Il veleno dietro i riflettori

Part 1

“Sei solo un’alcolizzata fallita che ha lasciato morire le sue figlie per disattenzione,” sussurrò mio padrigno Marco Ferri dietro la cappella del cimitero di Prima Porta a Roma, davanti ai telecamere dei telegiornali.

Accanto a lui, la sua giovane amante e promessa attrice Ginevra Rinaldi piangeva lacrime di coccodrillo per i fotografi.

Quando gli ho chiesto con la voce spezzata di rispettare il mio dolore e tacere, Marco mi ha afferrata per il braccio, spingendomi contro il muro di marmo e sibilando che avrebbe distrutto quel poco che restava della mia vita se non avessi firmato la rinuncia all’eredità delle bambine.

Le mie gemelle di sei anni, Sofia e Camilla, erano morte tre giorni prima per un’avvelenamento da monossido di carbonio nella villa di famiglia a Lago di Como.

Tutti credono che io abbia dimenticato la caldaia accesa dopo una ricaduta nell’alcol, ma la verità è sepolta nei registri digitali che ho appena recuperato.

Il viaggio di ritorno da Roma al Lago di Como fu un’eco sorda. Il finestrino del taxi era un velo grigio di pioggia e lacrime inespresse.

Elena Bellini sentiva il peso degli sguardi, dei giudizi silenziosi che pesavano su di lei dal giorno del funerale delle sue bambine. Ogni parola di Marco Ferri risuonava nella sua mente, un martello impietoso.

L’auto si fermò davanti al cancello della villa. Era un luogo di lusso e, ora, di desolazione. La casa, un tempo piena di risate e giochi, era solo un monumento alla sua perdita.

Elena disattivò l’allarme, il suono familiare che ora le graffiava i nervi. Entrò. L’aria era fredda, stantia, piena del fantasma delle sue gemelle.

Per un momento, rimase in piedi nel silenzio assoluto dell’ingresso. Le sue mani stringevano la borsa, le nocche bianche. Non c’era nessuno ad accoglierla, nessuno a consolarla.

Salì i gradini lentamente, ogni passo un’affermazione della sua solitudine. La villa sembrava più grande, più vuota di quanto ricordasse.

Il salotto, con i suoi divani di seta e le opere d’arte alle pareti, era immacolato. Troppo immacolato. Come se la vita non vi avesse mai dimorato, come se le piccole manine di Sofia e Camilla non avessero mai toccato quelle superfici lucide.

Elena si diresse verso il pannello di controllo della domotica, incastonato nella parete di cristallo del suo studio. Era una mossa quasi inconscia, un’abitudine radicata.

Accese lo schermo touch. La sua impronta digitale sbloccò il sistema, rivelando il diagramma della casa: le luci, la temperatura, i sensori di sicurezza. E la caldaia.

Il cuore le balzò in gola. Era tornata qui per confrontarsi con il suo dolore, forse per trovare una spiegazione, una conferma della sua colpa che la stampa le aveva appiccicato addosso.

Ma dentro di lei, una piccola voce, un sussurro flebile ma ostinato, le diceva che qualcosa non quadrava. La sua mente, offuscata dal dolore e dall’alcol in passato, si era schiarita.

Con dita tremanti, Elena navigò tra i registri di sistema. Voleva vedere l’ultima attività, la sequenza degli eventi che aveva portato a quell’orrore.

Scorrendo gli elenchi, trovò la voce “Sistema di ventilazione forzata”. La data era quella della tragedia. L’ora combaciava con il momento in cui i medici stimavano l’avvelenamento fosse avvenuto.

Accanto all’ora, c’era un’annotazione: “Disattivazione manuale”.

Un brivido le corse lungo la schiena. La disattivazione manuale? Non ricordava di averlo fatto. Era sempre stato automatico, un sistema a prova di errore.

Scorrendo ulteriormente, trovò il campo “Utente”. Il sistema registrava sempre chi eseguiva una modifica.

Gli occhi di Elena si fissarono sulla riga, una singola parola che bruciava sullo schermo.

Non era il suo nome.

Non era Sofia.

Non era Camilla.

Il campo utente recitava: “Marco Ferri”.

Elena barcollò all’indietro, sbattendo contro la scrivania in vetro. Un freddo gelido le artigliò l’anima, più acuto di qualsiasi dolore avesse mai provato.

Marco.

Part 2

Elena si sentiva come se l’aria le fosse stata strappata dai polmoni. Marco? No, non poteva essere. Un errore del sistema. Una manipolazione. Ma il codice era il suo. Il suo padrigno, l’uomo che aveva sposato sua madre, che aveva sorriso al funerale…

Non era un incidente. Non era negligenza. Era qualcosa di molto, molto peggio.

La testa le girava, ma in mezzo al caos, un’idea le balenò in mente, fredda e tagliente. Sofia. Il suo smartwatch. Lo indossava sempre. Registrava tutto: battito cardiaco, passi, persino il suono ambientale in caso di anomalie.

Si precipitò fuori dallo studio, il cuore che le batteva all’impazzata. Salì le scale, due gradini alla volta, verso la stanza delle gemelle, ora un santuario silenzioso, immobile nel tempo.

La stanza di Sofia era esattamente come l’aveva lasciata. Orsetti di peluche sul letto, disegni appesi al muro. E lì, sul comodino accanto a un libro di favole, c’era l’orologio digitale di Sofia. Il cinturino rosa pallido, lo schermo scuro.

Elena lo afferrò con mani tremanti. Lo collegò al suo laptop, l’adrenalina che le pompava nelle vene, spazzando via ogni residuo di nebbia dal suo cervello.

Navigò tra i file, cercando tra i dati. C’erano registri di attività, grafici di sonno, e poi… un file audio. Contrassegnato con la data e l’ora della tragedia. Un “salvataggio automatico” attivato da una variazione anomala nell’ambiente, o dal pianto delle bambine.

Cliccò su “Play”. Un fruscio. Poi, voci basse, appena udibili. Il cuore di Elena si bloccò.

“Sbrigati,” disse una voce. Era Marco. Inconfondibile.

Poi, la voce di Ginevra, quasi un sussurro ansioso. “Sei sicuro che non sentiranno nulla?”

E la risposta di Marco, fredda e misurata. “Il sistema di ventilazione è chiuso. Ho sigillato le prese d’aria. In poco tempo, dormiranno. Non soffriranno.”

Elena si coprì la bocca con una mano per soffocare un urlo. Sentì un rumore soffocato, come del nastro adesivo o una chiusura. Poi, un suono flebile. Il tossire di Sofia. Debole, spaventato.

E poi, silenzio.

Quel silenzio era la prova. Non un incidente. Non una dimenticanza. Un duplice omicidio. Premeditato.

CAPITOLO 2: Il muro del silenzio

La pioggia batteva contro i vetri della caserma dei Carabinieri di Como.

Ho appoggiato la chiavetta USB nera sul tavolo in finto noce del Capitano Roberto Maresca.

“Dentro ci sono le registrazioni dello smartwatch di Sofia e i log della domotica,” ho detto, mantenendo la voce ferma. “Dimostrano che il condotto dell’aria è stato chiuso manualmente e che la notte della tragedia io non ho toccato l’impianto.”

Il Capitano Maresca non ha toccato la memoria digitale.

Ha incrociato le mani sopra una cartellina con il timbro ‘Archiviato’.

“Signora Bellini,” ha risposto senza guardarmi negli occhi. “Lei sa benissimo che questi file estratti privatamente non hanno alcun valore legale.”

“Ci sono le voci di Marco Ferri e di Ginevra Rinaldi,” ho insistito, appoggiando i palmi sul legno freddo. “Si sente chiaramente mentre girano la valvola della caldaia!”

Maresca ha tirato fuori un pacchetto di sigarette, ne ha sfilata una e la tenuta tra le dita senza accenderla.

“I nostri periti hanno già stabilito che si è trattato di un fatale incidente per intossicazione da monossido,” ha detto con voce monotona. “Lei ha un passato recente di dipendenza e la sua libertà vigilata pende ancora su un filo.”

Un tremito mi ha attraversato le mani.

“Lei sta coprendo il mio padrigno.”

Il Capitano si è alzato di scatto dalla sedia, facendo scivolare un foglio dal tavolo.

Ho intravisto il logo di una società finanziaria e un importo in rosso: 140.000 euro a nome di suo figlio venticinquenne.

“Non si permetta mai più,” ha detto Maresca a bassa voce, sporgendosi verso di me. “Se presenta questo materiale ai giornali o riprova a manipolare le indagini, firmo immediatamente la revoca della sua libertà. Tornerà in custodia cautelare prima di sera.”

Ho ripreso la chiavetta USB e sono uscita nell’aria gelida del piazzale.

Il mio telefono ha squillato sul sedile dell’auto.

“Elena,” ha detto la voce tremante di Silvia Valli dall’altro capo. “Maresca non ti aiuterà mai. Marco ha in pugno suo figlio per un debito di gioco con uno strozzino di Milano.”

CAPITOLO 3: Il prezzo della finzione

Ci siamo incontrate sul retro di un bar semiabbandonato sulla Via Tiburtina, alle periferie di Roma.

Silvia Valli indossava un cappotto scuro e occhiali da sole enormi, nonostante il cielo fosse grigio e coperto.

Ha fatto scivolare una tazzina di caffè sul tavolino di metallo, guardandosi continuamente intorno.

“Perché mi stai aiutando adesso, Silvia?” ho chiesto, fissando le sue mani che tremavano leggermente. “Sei stata in silenzio per tre anni dopo la morte di mia madre.”

Silvia ha deglutito a fatica, aggiustandosi il colletto del cappotto.

“Mia madre è morta per un’overdose improvvisa e tu eri lì,” ho continuato a bassa voce. “Hai taciuto allora.”

“Allora non sapevo fino a che punto potesse spingersi Marco,” ha mormorato Silvia, stringendo le dita attorno alla tazzina. “Ma quello che ha fatto a Sofia e Camilla… non posso portarmelo nella tomba.”

Un cameriere è passato accanto al nostro tavolo pulendo il bancone con uno straccio macchiato.

Silvia ha aspettato che l’uomo si allontanasse prima di aprire la sua borsa in pelle.

“La Novamedia TV sta fallendo,” ha detto, estraendo un fascicolo di bilancio riservato. “Marco ha un buco di 8.500.000 euro causato da investimenti sbagliati e dalle sue scommesse coperte.”

“E cosa c’entrano le mie bambine?” ho chiesto, sentendo un nodo al petto.

“Sei mesi fa,” ha risposto Silvia indicando un foglio siglato in basso, “Marco ha fatto stipulare una polizza sulla vita a favore delle gemelle per un valore di 12.000.000 di euro, nominando la società come unica beneficiaria in caso di disgrazia nella villa di famiglia.”

L’aria nei miei polmoni si è bloccata.

“Dodici milioni,” ho ripetuto, mentre la verità mi colpiva come un pugno.

“La Novamedia incasserà i soldi tra due settimane,” ha detto Silvia. “Se non fermi la liquidazione dell’assicurazione, Marco cancellerà tutti i suoi debiti e uscirà pulito.”

CAPITOLO 4: Il sangue non mente

Matteo Costa ha parcheggiato lo scooter davanti all’ingresso della clinica privata Villa Margherita nei quartieri alti di Roma.

Mi ha passato un busta di carta di riso sigillata.

“Il mio contatto nel laboratorio di analisi è riuscito a recuperare il referto degli esami di routine di Ginevra Rinaldi,” ha detto il giornalista, aggiustandosi gli occhiali da vista.

Ho aperto il foglio con dita incredule.

Il documento riportava una gravidanza alla sedicesima settimana con diagnosi ecografica dettagliata.

“Ginevra è incinta di quattro mesi,” ho letto ad alta voce.

“Guarda la seconda pagina,” ha aggiunto Matteo, indicando una nota a margine del ginecologo di fiducia di Marco.

L’analisi del DNA fetale di comparazione riportava il profilo genetico di Marco Ferri con una compatibilità del 99,8%.

“Marco sta per avere un nuovo erede,” ha detto Matteo, guardando verso le vetrate della clinica. “Se le gemelle fossero rimaste in vita, l’eredità di tua madre e il fondo patrimoniale di famiglia sarebbero andati a loro al compimento dei diciotto anni.”

“Con Sofia e Camilla morte, tutto passa a Marco,” ho detto, stringendo il foglio fino a piegarlo. “E con i dodici milioni della polizza può garantire un futuro a Ginevra e al suo nuovo figlio.”

“Il movente è perfetto,” ha risposto Matteo. “Non si trattava solo di salvare la società. Voleva eliminare le eredi legittime prima della nascita del bambino.”

Un’auto nera dai vetri oscurati è passata lentamente davanti a noi.

Ho riconosciuto la targa della produzione della Novamedia.

“Dobbiamo muoverci,” ha detto Matteo mettendo in moto il motore dello scooter. “Marco sa che stiamo scavando.”

CAPITOLO 5: Intrusione nella notte

Il portone del mio appartamento a San Lorenzo era stato forzato con una leva in acciaio.

Quando ho aperto la porta di casa, la luce del pianerottolo ha illuminato il caos totale nel soggiorno.

I cassetti della scrivania erano stati rovesciati a terra, i quadri staccati dai muri e la televisione fracassata al suolo.

“Matteo,” ho chiamato ad alta voce, facendomi largo tra i fogli calpestati.

Dalla camera da letto si è sentito un rumore di vetri infranti.

Due uomini alti, vestiti con le giacche nere della sicurezza privata della Novamedia, stavano finendo di distruggere il mio computer fisso con una mazza da ferro.

Uno dei due mi ha spinta brutalmente contro lo stipite della porta, facendomi battere la spalla.

“Cosa state facendo?” ho gridato, cercando di rialzarmi.

Il più anziano ha sollevato un hard disk esterno frantumato in tre pezzi.

“Il Dottor Ferri le manda a dire di smetterla di giocare al detective,” ha detto l’uomo, senza alcuna emozione nella voce. “Tutto il materiale digitale scaricato dalla villa è distrutto.”

Ho guardato i pezzi di plastica e silicio sparsi sul pavimento di parquet.

I due uomini sono usciti a passo rapido, urtandomi di nuovo mentre scendevano le scale della palazzina.

Ho preso il telefono con le mani tremanti e ho composto il numero di Matteo.

“Hanno preso tutto,” ho detto tra i singhiozzi. “L’hard disk con l’audio delle bambine e i registri della caldaia sono andati.”

“Rilassati, Elena,” ha risposto la voce calma di Matteo dall’altro capo della linea. “Ieri notte ho caricato l’intero archivio su un server remoto svizzero con crittografia a tre fattori.”

Un sospiro di sollievo mi ha spezzato il fiato.

“I file sono al sicuro,” ha aggiunto il giornalista. “Ora ci serve la prova regina per legare Ginevra direttamente alla scena del crimine.”

CAPITOLO 6: La chiave dell’archivio

Silvia mi ha fatto cenno di salire sulla sua vettura nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale a Parco de’ Medici.

Senza dire una parola, mi ha allungato una tessera magnetica aziendale e un foglietto con una sequenza alfanumerica.

“Sono le credenziali d’accesso all’archivio cloud riservato della direzione della Novamedia,” ha detto, tenendo le mani salde sul volante. “È la chiave per la cartella dei periti privati.”

“Cosa c’è dentro?” ho chiesto.

“Quando i Carabinieri hanno fatto il primo sopralluogo a Como, la sicurezza di Marco è arrivata sul posto due ore prima,” ha spiegato Silvia. “Hanno pagato un perito privato per bonificare la stanza delle bambine.”

Sono entrata nel portale riservato utilizzando lo smartphone di Matteo collegato in rete.

Tra le decine di cartelle contrassegnate come ‘Riservato – Direzione’, ho individuato un file PDF intitolato ‘Analisi Materiale Biologico – Dispositivi’.

Ho aperto il documento.

La perizia riportava la scansione del cinturino in silicone rosa dello smartwatch che Sofia indossava al polso la notte della sua morte.

In fondo alla pagina, la nota dell’esame forense era inequivocabile: ‘Rilevate tracce epiteliali sul gancio di chiusura. Il profilo genotipico corrisponde al DNA di Ginevra Rinaldi’.

“Ginevra ha lottato con Sofia per toglierle lo smartwatch mentre la stanza si riempiva di gas,” ho detto, sentendo una rabbia cieca salirmi al cervello.

“Hanno insabbiato il referto pagando il tecnico 50.000 euro,” ha detto Silvia con la voce spezzata. “È tutto scritto nell’allegato contabile.”

“Abbiamo abbastanza per incastrarli tutti e due,” ha affermato Matteo dalla fila posteriore dell’auto.

“Marco ha la diretta del Gran Galà della TV tra 24 ore,” ha ricordato Silvia. “Se non colpite durante lo show, domani mattina firmerà l’incasso della polizza assicurativa e lascerà l’Italia.”

CAPITOLO 7: La trappola fango

La mattina seguente, tutti i principali siti di notizie ed e-zine scandalistiche hanno pubblicato lo stesso filmato.

Era un estratto delle telecamere di sicurezza di un minimarket aperto h24 vicino a Piazza Bologna.

Nel video, datato due mesi prima della tragedia, si vedeva una donna visibilmente alterata che urlava contro il cassiere per acquistare due bottiglie di vodka.

La qualità del filmato era bassa, ma il titolo a lettere cubitali recitava: ‘Elena Bellini: la verità sulla ricaduta prima della tragedia delle gemelle’.

Il telefono di Matteo ha iniziato a squillare senza sosta.

“È un montaggio,” ho detto disperata, guardando le immagini trasmesso da un canale di notizie della Novamedia. “Quella notte ero a casa con le bambine, non sono mai stata in quel minimarket!”

“Hanno usato un’attrice di figura simile con una parrucca e hanno alterato il frame rate per farti sembrare ubriaca,” ha confermato Matteo dopo aver analizzato il file video. “Marco sta preparando il terreno pubblico per far credere che tu sia inaffidabile e pazza.”

Sotto il mio appartamento si erano già radunati sei giornalisti con le telecamere puntate verso le finestre.

Un megafono ha rimbombato dalla strada: “Signora Bellini, come risponde alle immagini della sua ricaduta?”

Ho tirato le tende per chiudere fuori la luce e il rumore della folla.

“Non posso nemmeno uscire di casa senza essere arrestata o linciata,” ho detto, appoggiandomi al muro.

“È esattamente quello che vuole Marco,” ha detto Matteo, chiudendo il suo portatile. “Vuole spingerti al crollo emotivo prima della diretta di stasera.”

Il mio telefono ha ricevuto un messaggio di testo da un numero sconosciuto: ‘Firma la rinuncia all’eredità entro le 20:00 o il prossimo video mostrerà la tua cartella clinica del centro di riabilitazione’.

Ho stretto i pugni finché le unghie non mi hanno fatto male ai palmi.

“Stasera andiamo a Cinecittà,” ho detto a Matteo.

CAPITOLO 8: Dietro le quinte del gala

Gli studi televisivi di Cinecittà erano blindati dalla sicurezza aziendale per la gran serata del Galà della Televisione Italiana.

Cinque milioni di spettatori erano collegati da casa per seguire l’evento in diretta su Canale 1.

Grazie ai pass di servizio forniti segretamente da Silvia Valli, io e Matteo siamo riusciti a superare i cancelli esterni travestiti da tecnici della squadra audio.

I corridoi dietro lo Studio 4 pullulavano di attori, truccatori e dirigenti di rete in abito da sera.

Su uno dei monitor del backstage, ho visto Marco Ferri in uno smoking impeccabile che sorrideva ai fotografi accanto a Ginevra Rinaldi, vestita con un abito lungo di seta rossa.

“La regia centrale è in fondo al corridoio B,” ha sussurrato Matteo, tenendo in mano la valigetta con il nostro computer operativo.

Un tecnico con la spilla del sindacato ci aspettava davanti alla porta della sala controllo principale.

“Avete solo tre minuti prima che inizi il blocco pubblicitario principale,” ha detto l’uomo, guardandosi le spalle. “Silvia mi ha spiegato cosa hanno fatto alle bambine. Vi do l’accesso alla matrice video.”

Matteo si è seduto di colpo davanti al banco di regia principale, collegando la nostra pendrive d’emergenza al sistema operativo della trasmissione.

I server di emissione mostravano la scaletta ufficiale con il contributo celebrativo dei vent’anni di carriera di Marco Ferri.

“Sto sovrascrivendo il file di rete ‘Omaggio_Ferri.mp4’ con il nostro dossier multimediale,” ha detto Matteo, digitando rapidamente sulla tastiera.

I numeri di caricamento sullo schermo dell’ingest sono saliti rapida: 45%, 70%, 99%.

“File sostituito,” ha detto Matteo con un filo di voce.

All’improvviso, la porta della regia si è spalancata alle nostre spalle.

CAPITOLO 9: Il cedimento della rete

Il Capitano Roberto Maresca è entrato nella sala di regia seguito da due Carabinieri in uniforme.

Mi sono data subito indietro, mettendo il mio corpo tra Matteo e il banco di controllo.

“Signora Bellini, fermi subito tutto,” ha detto Maresca, ma la sua voce era diversa, priva dell’arroganza dell’incontro in caserma.

Aveva gli occhi gonfi e la divisa leggermente in disordine.

“È arrivato per farmi arrestare, Capitano?” ho chiesto, guardando fisso l’ufficiale.

Maresca ha fatto un gesto ai due militari di rimanere sulla soglia della porta.

“Silvia Valli si è presentata due ore fa al comando provinciale della Procura della Repubblica,” ha detto Maresca a bassa voce. “Ha depositato una confessione completa sul ricatto che Marco esercitava su di me e sul ruolo della Novamedia nella morte delle bambine.”

Un silenzio pesante è calato nella regia.

“E suo figlio?” ha chiesto Matteo senza staccare le mani dal banco audio.

“Mio figlio affronterà le sue responsabilità di fronte alla legge,” ha risposto il Capitano, abbassando lo sguardo per un istante. “Io ho già rassegnato le mie dimissioni al Comando Generale.”

Maresca ha estratto la radio d’ordinanza dalla cintura.

“La Procura di Milano ha appena emesso un decreto d’urgenza per il sequestro dei beni della società,” ha aggiunto l’ufficiale. “Le mie pattuglie stanno bloccando le uscite dello studio.”

Dagli altoparlanti della regia si è sentita la voce del conduttore sul palco: “E ora, un grande applauso per il presidente di Novamedia, il Dottor Marco Ferri!”

“Capitano,” ho detto, indicando il grande monitor che inquadrava il palco. “Lasci che la verità vada in onda.”

Maresca ha guardato il monitor, poi il banco di controllo, e infine ha fatto un lento cenno di assenso con la testa.

“Manda il segnale,” ha detto il Capitano al tecnico.

CAPITOLO 10: La resa dei conti in diretta

Sul palco dello Studio 4, Marco Ferri ha preso il microfono con un sorriso radioso davanti alla platea gremita di celebrità.

Accanto a lui, Ginevra Rinaldi salutava i fotografi portandosi una mano all’altezza dell’addome.

All’improvviso, i grandi schermi a LED alle loro spalle si sono spenti per un secondo, diventando completamente neri.

La musica di sottofondo si è interrotta bruscamente.

Un sibilo metallico ha riempito i diffusori acustici dello studio, seguito da un suono di interferenza che ha fatto tacere il pubblico in sala.

Sui megascheri è apparsa la scansione ad alta risoluzione del test di paternità, con in evidenza i nomi di Marco Ferri e Ginevra Rinaldi, e la percentuale di compatibilità del 99,8%.

La platea ha iniziato a mormorare.

Marco si è voltato di scatto verso i monitor aziendali, il sorriso congelato sul volto.

Immediatamente dopo, le casse dello studio hanno diffuso l’audio registrato dallo smartwatch della piccola Sofia la notte della tragedia.

La voce metallica e distinta di Marco rimbombava nell’aria: *”Chiudi il condotto principale, Ginevra. Il monossido farà il suo lavoro prima delle tre di notte.”*

Poi la voce piangente della bambina: *”Nonna… fa freddo, non riesco a respirare…”*

In studio è calato un silenzio spaventoso.

Ginevra Rinaldi è sbiancata in volto, facendo un passo indietro e lasciando cadere il microfono a gelato sul pavimento di legno.

“Tagliate il segnale! Spegnete quella roba!” ha urlato Marco, perdendo completamente il controllo e correndo verso il bordo del palco.

Il produttore è salito con un salto nella cabina di regia di palco, spingendo con violenza il primo tecnico e afferrando i cavi della console principale.

Con un gesto disperato, Marco ha strappato le connessioni di fibra ottica dal quadro elettrico centrale.

Tutte le luci dello studio si sono spente all’istante, facendo piombare la struttura in un buio pesto interrotto solo dai flash di emergenza rossi.

I grida di panico della gente hanno riempito l’oscurità mentre la diretta televisiva si interrompeva per sempre con uno schermo nero.

CAPITOLO 11: Ombre nella notte

I riflettori di emergenza a batteria gettavano ombre tagliate sulle pareti dello studio in rovina.

I Carabinieri guidati dal Capitano Maresca sono entrati con le torce accese, facendo strada tra le sedie rovesciate e gli ospiti che cercavano l’uscita in preda al panico.

Ginevra Rinaldi era accasciata a terra dietro le quinte, raggomitolata accanto a una cassa di trasporto strumenti.

I flashes dei telefoni di decine di figuranti la stavano riprendendo mentre piangeva in dirottamento.

“È stata tutta un’idea di Marco!” urlava l’attrice tra i singhiozzi mentre un militare le bloccava i polsi con le manette di sicurezza. “Io non volevo far del male a nessuno! Lui mi ha costretta!”

I militari l’hanno sollevata di peso e trascinata verso l’uscita secondaria degli studi.

Sono corsa verso la porta della regia di palco dove Marco aveva staccato la corrente.

La porta in alluminio dell’uscita di sicurezza antincendio era spalancata, battendo contro la parete esterna nel vento della notte.

Sull’asfalto bagnato del cortile interno rimanevano solo le impronte fresche di scarpe eleganti dirette verso i parcheggi riservati alla presidenza.

“Dove è andato?” ho gridato verso i militari che arrivavano con le torce.

Un carabiniere è corso verso di noi dal cancello posteriore.

“L’auto di servizio della presidenza ha abbattuto la sbarra dell’uscita est due minuti fa,” ha riferito il militare a Maresca. “Direzione Grande Raccordo Anulare.”

Matteo mi ha raggiunta nell’oscurità del cortile, mettendomi una giacca sulle spalle.

Il telefono del Capitano Maresca ha squillato di nuovo.

L’ufficiale ha ascoltato il messaggio della centrale operativa con il viso sempre più cupo.

“Marco Ferri aveva uno yacht di trenta metri già pronto al molo turistico di Civitavecchia,” ha detto Maresca spegnendo il display del telefono. “Ha preso il largo dieci minuti fa in direzione delle acque internazionali.”

CAPITOLO 12: Tre giorni dopo

Tre giorni dopo il disastro del Galà della Televisione, la pioggia batteva ancora senza tregua sui cancelli chiusi degli studi di Cinecittà.

Le insegne luminose della Novamedia TV erano spente, e un nastro giallo della Procura sigillava l’ingresso degli uffici direzionali.

Ero seduta all’interno dello studio del mio avvocato a Roma, guardando le gocce d’acqua che scivolavano sul vetro della finestra.

Matteo Costa era accanto a me, sfogliando l’edizione straordinaria dei quotidiani nazionali.

I titoli in prima pagina mostravano la foto di Marco Ferri con la scritta ‘LATITANTE INTERNAZIONALE’.

La porta dello studio si è aperta ed è entrato il mio legale con una cartellina piena di documenti giudiziari.

“Abbiamo aggiornamenti dalla Procura,” ha detto l’avvocato, sedendosi dietro la sua scrivania.

“Lo hanno trovato?” ho chiesto, stringendo le dita attorno al bracciolo della sedia.

L’avvocato ha scosso lentamente il capo.

“Lo yacht di Marco è stato ritrovato abbandonato a dodici miglia dalla costa della Tunisia,” ha spiegato il legale. “Crediamo che si sia imbarcato su una nave cargo battente bandiera ombra con destinazione sconosciuta. Ha trasferito 4.000.000 di euro su conti offshore prima che scattasse il blocco bancario.”

Un silenzio pesante si è insediato nella stanza.

“E Ginevra?” ha chiesto Matteo.

“Ginevra Rinaldi è stata rilasciata su cauzione dal Giudice per le Indagini Preliminari,” ha risposto l’avvocato. “I suoi legali stanno sostenendo la tesi della circonvenzione di incapace e della coazione morale. Senza Marco in aula, il processo rischia di rimanere bloccato nei cavilli burocratici per i prossimi dieci anni.”

Sono uscita dallo studio legale camminando da sola verso la fermata del bus sotto la pioggia battente.

I giornali abbandonati sui panchine parlavano già di un nuovo scandalo politico, e le tv nei bar trasmettevano altre notizie, altri spettacoli, altre storie da consumare in fretta.

Il mondo aveva già dimenticato Sofia e Camilla.

Le luci dei riflettori si sono spente, i giornali hanno cambiato notizia, ma nel silenzio della mia casa vuota, la verità non basta a restituire la vita alle mie figlie.


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