CHAPTER 1: Il braccialetto sulla Statale 17
Part 1
“Mamma dice che non devo parlare con nessuno, ma tu hai la giacca da moto come mio papà.”
Un bambino di sei anni, tremante e vestito solo con una maglietta leggera sotto la pioggia gelida di montagna, si è rifugiato tra le mie gambe dentro una tavola calda lungo la Statale 17.
Sua nonna Agnese, la leader della comunità religiosa “La Confraternita del Silenzio”, si è avvicinata con un sorriso tirato, afferrandolo brutalmente per il braccio per trascinarlo via.
Nel tirarlo, la manica della maglietta si è sollevata, rivelando un braccialetto sanitario dell’ospedale con un nome completamente diverso da quello con cui la donna lo stava chiamando.
La tavola calda “Da Pietro” era un rifugio accogliente, un caldo abbraccio di legno e vapore, un’oasi sulla Statale 17 che tagliava il cuore dell’Appennino abruzzese. Fuori, la pioggia batteva implacabile, trasformando l’aria già fresca in un morso gelido che penetrava nelle ossa.
Io, Marco Beltrame, stavo finendo il mio caffè, il rombo discreto della mia vecchia Guzzi ancora nelle orecchie. Il bambino era sbucato dal nulla, un piccolo fantasma tremante in una maglietta inadeguata per quel freddo.
Le sue parole, sommesse e piene di terrore, mi avevano colpito dritto al petto.
Mi ero chinato, cercando di rassicurarlo. I suoi occhi grandi erano puntati sulla mia giacca di pelle nera, un relitto dei miei anni in sella.
Prima che potessi dire altro, un’ombra si era allungata sul tavolo.
Agnese Moretti, la vedova di mio fratello, la matriarca della Confraternita del Silenzio, si era materializzata al suo fianco. Il suo sorriso, sempre troppo teso, era una maschera impeccabile di affabilità e rimprovero.
“Giaele, quante volte ti ho detto di non disturbare gli estranei?” la sua voce era un sussurro ferreo, addestrato a infondere obbedienza.
Aveva afferrato il bambino per il braccio con una forza sorprendente, pronta a tirarlo via da me. Un gesto troppo brusco, troppo violento per un bambino così piccolo.
Il tessuto logoro della sua maglietta, già teso, si era arricciato verso l’alto.
E in quell’attimo fugace, come un lampo, un dettaglio era balzato ai miei occhi.
Sul polso sottile del bambino, c’era un braccialetto di plastica bianco e azzurro, di quelli che ti mettono al pronto soccorso. I caratteri neri risaltavano nitidi sulla pelle pallida.
“Matteo Beltrame”, leggeva.
Matteo. Beltrame.
Un nodo mi si era stretto alla gola, un’onda fredda mi aveva percorso la schiena. Il cognome di mio fratello. Il nome di suo figlio.
Non Giaele. Matteo.
La testa mi aveva cominciato a girare. Agnese lo chiamava “Giaele”, ma quel braccialetto urlava la verità.
Uno strascico di sedie aveva risuonato nella tavola calda. Otto figure massicce si erano alzate dai loro tavoli, tutte indossavano giacche di pelle simili alla mia, ornate dai simboli dei Lupi dell’Appennino.
Otto motociclisti, che fino a un attimo prima sembravano persi nelle loro chiacchiere e nei loro caffè, avevano sigillato l’unica uscita del locale.
Part 2
Agnese aveva distolto lo sguardo dal braccialetto, i suoi occhi di ghiaccio ora fissi su Dario “Orso” Pellegrini, il presidente dei Lupi, che stava bloccando la porta.
Il sorriso tirato sul suo volto non vacillava, ma vedevo una vena pulsare sul suo collo.
“Non so cosa stia succedendo qui, Marco,” disse con una voce stranamente calma, “ma questo è un errore. Un banale errore del pronto soccorso di Sulmona. Quel bambino è Giaele, è sotto la mia tutela. Che cosa vuoi fare, un circo?”
I suoi occhi saettavano tra me e i miei compagni, cercando un punto debole.
“E tu,” continuò, puntandomi un dito contro, “tu sei appena tornato, Marco. Un tipo irruente, sregolato. Un pregiudicato, in fondo. Non hai alcun diritto di interferire.”
Sentii il sangue ribollire.
“Pregiudicato? Io?” feci un passo avanti. “Piuttosto chiediamoci chi ha il diritto di tenere un bambino. Dov’è l’atto di affidamento? Quello legale, dico, non le vostre carte interne alla setta.”
Lei strinse le labbra, un lampo di rabbia nei suoi occhi. Per un istante, il suo volto si incrinò. Non rispose.
Non aveva risposte.
Le sue parole erano vuote, le sue minacce senza fondamento, almeno quelle legali.
Matteo, tremante, mi si aggrappò alla gamba. La sua mano era fredda e piccola.
Non c’era più nulla da pensare.
Mi piegai, lo presi delicatamente tra le braccia. Era leggerissimo, quasi impalpabile.
Agnese fece per fermarmi, ma Orso e un altro Lupo si mossero, interponendosi tra noi con un semplice ma deciso blocco dei corpi.
Il suo sorriso si era completamente spento. Il suo viso era una maschera di furia contenuta.
Mentre le passavo accanto, con Matteo al sicuro tra le mie braccia, si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio con una voce così bassa che solo io potei sentirla:
“Prendi pure il bambino, Marco. Ma entro quarantotto ore, la tua officina non esisterà più.”
CAPITOLO 2: Il peso delle fatture
Portai Matteo nella mia officina a Castel di Sangro prima che la nebbia salisse del tutto lungo la valle.
Il bambino tremava ancora, stringendo tra le mani una tazza di latte caldo che gli avevo versato da un thermos da campeggio.
La mattina seguente lasciai Matteo sul divano dell’ufficio con un album da colorare e andai alla filiale della Banca di Credito Cooperativo.
Quando inserii la tessera nello sportello automatico per prelevare il contante per la spesa, lo schermo lampeggiò di rosso.
“Operazione non consentita. Rivolgersi allo sportello.”
Entrai nel salone della banca. L’aria profumava di carta stampata e riscaldamento a gas.
La direttrice, la signora Valenti, mi fece cenno di sedermi nel suo ufficio senza guardarmi negli occhi.
“Marco, abbiamo ricevuto una notifica formale due ore fa,” disse, sistemandosi gli occhiali sul naso.
“Di cosa parli?” chiesi.
“La Fondazione Grazia e Luce ha rilevato la cartella debitoria dei tuoi macchinari,” spiegò lei, indicando un foglio protocollo. “Hai un debito residuo di 38.000 euro relativo all’impianto di sollevamento del 2021.”
“Quel debito era coperto da una dilazione triennale con la finanziaria di Pescara,” risposi.
“Non più. Agnese Moretti ha acquistato il credito in blocco e ha chiesto l’esecuzione immediata. Tutti i tuoi conti correnti sono congelati da questo momento.”
Uscii dalla banca con un senso di vuoto allo stomaco.
A casa non c’era più legna per la stufa e nel portafoglio mi restavano appena pochi spiccioli per la benzina.
CAPITOLO 3: Uno scivolone imperdonabile
Verso le tre del pomeriggio, Matteo cominciò a respirare con un fischio acuto nel petto. La tosse lo piegava in due sopra il divano dell’officina.
Lo avvolsi nella mia giacca da moto pesante e corsi al consultorio locale di Castel del Monte.
La saletta d’attesa odorava di disinfettante al pino e vecchie riviste ingiallite.
Dalla porta dello studio uscì il Dottor Corrado Barberis, un uomo sulla sessantina con i capelli diradati e le mani tremanti.
“Marco? Che ci fai qui con quel bambino?” chiese il medico, irrigidendosi sul limitare della porta.
“Sta male. Ha una tosse strana e fa fatica a respirare,” dissi spingendo leggermente Matteo verso di lui.
Barberis guardò il bambino, poi si guardò intorno con fare circospetto, assicurandosi che il corridoio fosse vuoto.
“Portalo dentro, svelto,” sussurrò.
Fece sedere Matteo sul lettino di metallo e gli appoggiò lo stetoscopio sulla schiena.
“Gli do una dose di cortisone per via orale e passa tutto,” disse Barberis prendendo un flacone da un armadietto.
“Aspetta,” interruppi io. “Non gli fa male?”
“So quello che faccio!” scattò il medico, palesemente innervosito. “La sua asma bronchiale severa non tollera i dosaggi standard, conosco la sua scheda meglio di chiunque altro!”
Mi bloccai al centro della stanza.
“Quale scheda?” chiesi a bassa voce. “Matteo non è mai stato iscritto al Servizio Sanitario Nazionale qui in Abruzzo.”
Barberis sbiancò di colpo, facendo quasi cadere il flacone di vetro sul pavimento.
“Io… intendevo la scheda di quando era piccolo,” balbettò il medico, cercando di correggersi.
“Mio fratello e sua moglie sono morti due anni fa,” dissi muovendo un passo verso di lui. “Tu lo stai curando in clandestinità per conto di Agnese senza registrare nulla.”
CAPITOLO 4: Avviso di sfratto
Tornai all’officina poco prima del tramonto. Le luci del piazzale erano spente.
Ad attendermi davanti al portone d’ingresso trovai il signor Gentile, il proprietario dell’immobile, insieme a un uomo in abito scuro che stringeva una cartellina in pelle.
“Marco, dobbiamo parlare,” disse Gentile evitando di guardarmi in faccia.
“Che succede adesso?” chiesi, tenendo Matteo stretto per mano.
L’uomo in abito scuro si fece avanti.
“Sono l’avvocato della proprietà,” disse con voce monotona. “Le notifichiamo la risoluzione immediata del contratto di locazione per violazione delle clausole di uso dell’immobile.”
“Di cosa state parlando? Pago l’affitto con regolarità da tre anni!” esclamai.
Gentile fece un passo indietro, indicando i tetti della comunità religiosa sulla collina di fronte.
“Agnese Moretti mi ha chiamato un’ora fa,” ammise il proprietario a voce bassa. “Se non ti caccio entro 72 ore, la Confraternita annullerà tutti i contratti di fornitura agricola con le mie aziende locali.”
“Mi stai buttando in strada per un ricatto?” chiesi.
“Ho quattro famiglie che dipendono da quelle forniture, Marco,” rispose Gentile stringendo i pugni. “Non posso permettermi di fallire per causa tua.”
L’avvocato mi sporse la notifica cartacea.
“Ha tre giorni per sgomberare tutti i macchinari e i veicoli in riparazione,” disse il legale.
CAPITOLO 5: La fodera della sella
Quella notte il freddo dentro l’officina diventò insopportabile. Il termometro sulla parete segnava quattro gradi.
Decisi di iniziare a smontare la vecchia Moto Guzzi 850 di mio fratello Roberto per venderne i pezzi di ricambio e racimolare un po’ di contante.
Poggiai la sella in pelle nera sul banco di lavoro per staccarne la staffa di montaggio.
Notai una cucitura anomala lungo il bordo inferiore, ripassata a mano con un filo di nylon più spesso del normale.
Presi un bisturi da officina e tagliai delicatamente i punti.
All’interno dell’imbottitura in gommapiuma c’era un piccolo quaderno nero con la copertina rigida.
Riconobbi subito la grafia precisa di mio fratello.
Sfogliai le pagine ingiallite sotto la lampada a braccio.
Le righe erano piene di date, cifre e nomi di abitanti del paese appartenenti alla Confraternita.
“12 Maggio: Agnese ha preteso la firma sulla procura generale della casa di zio Carlo under ricatto di espulsione.”
“18 Agosto: Tutte le offerte per la ristrutturazione del santuario finiscono direttamente sul conto personale di Agnese. Ho le copie delle ricevute.”
Mio fratello aveva annotato ogni singola estorsione finanziaria compiuta dalla suocera negli ultimi cinque anni.
CAPITOLO 6: L’ombra dell’ex marito
Intorno alle due del mattino, il cigolio del cancello esterno mi fece sobbalzare.
Impugnai una chiave inglese pesante da trentadue e mi avvicinai alla porta a vetri.
Un’ombra curva avanzava lentamente nella nebbia del piazzale.
L’uomo indossava un vecchio giaccone bisunto e portava una berretta di lana calata sugli occhi.
Quando entrò nel raggio di luce della lampada estemporanea, riconosci il suo volto scavato.
Era Silvano Moretti, l’ex marito di Agnese, sparito da Castel di Sangro più di dieci anni prima.
“Abbassa quella chiave, Marco,” disse con la voce promossa dal fumo e dal freddo. “Sono venuto per il bambino.”
“Fai un altro passo e ti spacco la testa,” risposi senza abbassare l’attrezzo.
Silvano si tirò giù il cappello, mostrandomi le cicatrici profonde lungo il collo.
“Agnese mi ha distrutto la vita e ha ucciso nostra figlia Elena spingendola a rifiutare le cure mediche,” disse con gli occhi lucidi. “Non permetterò che faccia la stessa cosa con Matteo.”
L’anziano infilò la mano nella tasca del giaccone ed estrasse un mazzo di chiavi in ottone legate da un nastro rosso.
“Queste aprono la cassetta di sicurezza dell’archivio privato di Agnese a L’Aquila,” disse posandole sul banco. “Lì c’è tutto quello che ti serve per distruggerla.”
CAPITOLO 7: La morsa si chiude
La mattina seguente provai a ordinare tre filtri dell’olio e una guarnizione di ricambio per l’unica riparazione che mi avrebbe garantito qualche euro in giornata.
Il distributore di Pescara mi bloccò al telefono prima che potessi finire di parlare.
“Marco, non possiamo più spedirti la merce,” disse la voce al ricevitore.
“Ho sempre pagato le vostre fatture a trenta giorni,” protestai.
“Agnese Moretti ha rilevato la rete di distribuzione carburanti della costa. Ci ha comunicato che se serviamo la tua officina, cancellerà la nostra licenza di zona. Da oggi in poi per te è tutto bloccato.”
Chiusi la chiamata senza dire una parola.
Arii il portafoglio sul banco di lavoro. Contai tre banconote da venti euro, un pezzo da cinquant’altro e tre monete da due euro.
In totale centoquarantasei euro.
Sullo schermo del cellulare lampeggiava il messaggio dell’avvocato per il ricorso contro lo sfratto: per avviare la pratica chiedeva un acconto di trecento euro.
Dall’altra parte della stanza, Matteo ricominciò a tossire forte.
Dovevo scegliere se usare i miei ultimi soldi per comprare il broncodilatatore in farmacia o tentare di bloccare lo sfratto dell’officina.
CAPITOLO 8: I Lupi scendono in strada
Il rombo profondo di una dozzina di motori a due cilindri fece tremare i vetri dell’officina alle quattro del pomeriggio.
Dario “Orso” Pellegrini spense la sua Harley-Davidson proprio davanti all’ingresso, seguito da altri quindici motociclisti del club “I Lupi dell’Appennino”.
“Marco!” urlò Orso entrando nell’officina senza togliersi il casco. “Dobbiamo muoverci.”
“Che succede?” chiesi uscendo dall’ufficio.
“I nostri ragazzi a Roccaraso hanno avvistato due van neri della Confraternita,” disse Orso indicando la mappa sul cellulare. “Stanno scendendo verso la Statale 17 con l’ordine di prelevare Matteo e portarlo in una struttura della setta in Trentino.”
Infilai la giacca da moto in tre secondi e salii in sella dietro a Orso.
Gli altri ragazzi rimasero a guardia dell’officina con Matteo.
Raggiungemmo il valico di montagna sotto una nevicata fitta che riduceva la visibilità a pochi metri.
I quindici motociclisti affiancarono i propri mezzi occupando l’intera carreggiata della Statale 17.
Quando i due van neri apparvero dietro la curva, Orso diede il segnale e la fila di moto si bloccò di traverso sulla strada.
I van frenarono di colpo, slittando sul fondo ghiacciato.
Tre uomini in abito scuro scesero dai veicoli imprecando, ma Orso e gli altri rimasero fermi a motore acceso, bloccando ogni possibilità di fuga fino all’arrivo delle sirene della Polizia Stradale.
CAPITOLO 9: Il conto a Roma
Con le chiavi consegnatemi da Silvano, guidai fino alla filiale della banca di L’Aquila la mattina successiva.
L’impiegato del caveau mi accompagnò davanti alla casella metallica numero 142.
Quando girai la chiave in ottone, lo scomparto si aprì rivelando due faldoni pieni di estratti conto bancari e rogiti notarili.
Esaminai i documenti insieme a Silvano sul tavolo di consultazione.
Negli ultimi quattro anni, Agnese Moretti aveva trasferito ben 520.000 euro dalle casse della “Fondazione Grazia e Luce” verso due società a responsabilità limitata registrate a Panama.
Quei soldi, raccolti come donazioni dai fedeli per le opere di carità e l’assistenza agli orfani, erano stati utilizzati per acquistare tre appartamenti di lusso nel quartiere Parioli a Roma.
Tutti gli immobili erano intestati direttamente ad Agnese a titolo personale.
“Ha rubato mezzo milione di euro alla sua stessa comunità,” disse Silvano stringendo il bordo del tavolo.
“E con questi fogli la sua facciata di santità sparisce per sempre,” risposi fotocopiando ogni singola pagina.
CAPITOLO 10: Imboscata al cancello della scuola
Due giorni dopo, tentai di restituire a Matteo un minimo di normalità portandolo alla scuola elementare di Castel di Sangro per le lezioni pomeridiane.
L’Ispettrice Giulia Santoro della Questura di L’Aquila ci seguiva a distanza su un’auto civetta per garantire la nostra sicurezza.
Alle quattro di pomeriggio mi trovavo a cinquanta metri dal cancello dell’istituto quando percepii un trambusto nel cortile della ricreazione.
Due uomini in abito scuro, membri anziani della Confraternita, avevano varcato il cancello mostrando un foglio plastificato alla maestra di guardia.
Uno dei due stava afferrando Matteo per il ruscello della giacca per trascinarlo verso una macchina parcheggiata in divieto di sosta.
“Lascialo subito!” urlai correndo verso di loro e scavalcando la recinzione in metallo.
Spinsi il primo uomo contro la rete di recinzione, frapponendomi tra Matteo e gli emissari della setta.
La maestra iniziò a urlare chiedendo aiuto, mentre l’Ispettrice Santoro usciva dall’auto di servizio con il tesserino spianato.
“Documenti e fermi tutti!” ordinò l’ispettrice posizionandosi al mio fianco.
L’uomo della setta mostro un documento falso di affido temporaneo.
“Senza un provvedimento d’urgenza definitivo del Tribunale dei Minori non posso arrestarli per tentato sequestro,” mi sussurrò l’ispettrice a denti stretti mentre i due uomini si ritiravano imprecando.
CAPITOLO 11: Il crollo del dottore
L’Ispettrice Santoro convocò d’urgenza il Dottor Barberis presso la Questura di L’Aquila per un interrogatorio informale.
Io e Silvano ci sedemmo dietro il vetro riflettente della sala d’aspetto.
Barberis era seduto al centro della stanza, con il volto paonazzo e le mani che tremavano vistosamente.
“Dottor Barberis,” esordì l’ispettrice appoggiando una cartellina verde sul tavolo metallico. “Abbiamo incrociato le sue prescrizioni mediche informali con i registri della farmacia di Castel del Monte.”
“Io ho solo fatto il mio dovere di medico!” protestò l’uomo con voce stridula.
“Lei ha firmato certificati di idoneità abitativa falsi per le strutture della Confraternita, omettendo di segnalare decine di casi di malnutrizione e abusi su minori,” continuò la polizia.
“Non è vero! Non avete le prove!”
“Se non collabora adesso,” disse l’ispettrice piegandosi in avanti, “la denuncio entro stasera per concorso in lesioni colpose e omessa segnalazione, e chiedo la sua radiazione immediata dall’albo dei medici.”
Barberis si coprì il volto con le mani e scoppiò in un pianto dirotto.
“Agnese mi costringeva!” gridò il medico tra i singhiozzi. “Copriva i miei debiti di gioco con i soldi della fondazione! Ho firmato tutto quello che mi ha messo davanti, anche le schede false per nascondere Matteo!”
CAPITOLO 12: Il contropiede finanziario
Meno di ventiquattro ore dopo il crollo del medico, il mio avvocato depositò un ricorso d’urgenza al Tribunale Civile di Avezzano.
Presentammo le prove dell’estorsione trovate nella sella della moto, la deposizione di Silvano e i rendiconti bancari dei conti segreti di Roma.
Il giudice esaminò la documentazione durante una seduta a porte chiuse durata tre ore.
Nel tardo pomeriggio uscì la sentenza provvisoria.
Il tribunale emise un decreto ingiuntivo immediato che congelò tutti i beni mobili, i conti correnti e le proprietà intestate alla “Fondazione Grazia e Luce” e ad Agnese Moretti.
Quando la notizia si diffuse in paese, la rete economica della setta crollò improvvisamente.
I fornitori di carburante, farina e legna bloccarono le consegne alla tenuta della Confraternita per mancanza di garanzie finanziarie.
La pressione si ribaltò completamente: per la prima volta in vent’anni, Agnese non poteva più pagare le sue guardie personali né coprire le spese della comunità.
CAPITOLO 13: Il muro della Confraternita
Il giorno successivo mi presentai davanti ai cancelli in ferro battuto della tenuta della Confraternita sulle montagne di Roccaraso.
Con me c’erano venti motociclisti dei “Lupi dell’Appennino” e due pattuglie della Squadra Mobile munite di un mandato di perquisizione generale per la struttura.
Oltre cinquanta fedeli della setta si erano incatenati al cancello principale, cantando inni religiosi e sventolando stendardi con il simbolo della comunità.
Dalle finestre del secondo piano della villa padronale si vedeva un denso fumo nero uscire dal comignolo centrale.
“Stanno bruciando i documenti!” urlò Silvano indicando il tetto dell’edificio.
“Agnese sta distruggendo tutti i registri contabili e le schede personali prima dell’ingresso degli agenti!”
L’Ispettrice Santoro azionò la sirena dell’auto di servizio, intimando ai fedeli di sgomberare l’ingresso, ma la folla rimase compatta urlando frasi contro le forze dell’ordine e lo Stato.
“Non c’è tempo da perdere!” dissi ad Orso.
I motociclisti scesero dalle moto e si posizionarono a ridosso delle griglie in ferro per tentare di forzare la catena principale.
CAPITOLO 14: L’assalto interrotto
Sfondammo il cancello pedonale laterale usando una cesoia idraulica fornita dai vigili del fuoco.
Corsi insieme all’Ispettrice Santoro lungo il viale alberato fino all’ingresso principale della villa, mentre il fumo nero continuava a salire verso il cielo grigio.
Spinsi la porta in legno massiccio ed entrai nel grande salone centrale.
Agnese Moretti si trovava di fronte al camino acceso, mentre lanciava interi fascicoli cartacei tra le fiamme.
“Fermati!” urlai avanzando nel salone.
Agnese si girò lentamente, mostrandomi un volto indurito dall’odio e dalla rabbia.
“Tu non sei niente, Marco!” gridò la donna puntandomi un dito contro. “Sei solo un miserabile meccanico che pensa di poter distruggere l’opera di Dio!”
Silvano entrò nel salone subito dietro di me, affrontando la sua ex moglie a viso aperto davanti ai fedeli che si accalcavano sulla soglia.
“L’opera di Dio non richiede 520.000 euro nei conti di Roma, Agnese!” urlò Silvano mostrando i fogli della banca. “Hai venduto la vita di nostra figlia e stavi distruggendo quella di Matteo!”
Agnese sgranò gli occhi, sorpresa dalla presenza dell’ex marito.
“Zitto, traditore!” urlo la donna cercando di afferrare un altro blocco di fogli dal tavolo. “Io ho la firma originale dell’accordo per l’affido! Il padre di Matteo mi ha ceduto il bambino prima di morire perché tu…”
Improvvisamente, il suono acuto di tre sirene della Polizia risuonò all’interno del cortile interno.
Le porte a vetri del retro vennero abbattute e otto agenti della Squadra Mobile con i giubbotti antiproiettile irruppero nel salone con le armi spianate.
“Tutti fermi! Polizia! Mani in alto!”
L’ordine perentorio bloccò la scena al culmine della tensione, tagliando corto il confronto tra lo sgomento dei fedeli presenti.
CAPITOLO 15: Il prezzo del silenzio
L’Ispettrice Santoro si avvicinò ad Agnese Moretti e le bloccò i polsi dietro la schiena con le manette di servizio.
“Agnese Moretti, lei è in arresto per sequestro di persona, appropriazione indebita aggravata e falsificazione di atti dello stato civile,” dichiarò l’ispettrice con voce ferma.
I seguaci della Confraternita osservarono la scena in un silenzio totale e spettrale mentre la loro leader veniva scortata verso la volante della polizia.
Mentre passava davanti a me, Agnese mi fissò con odio puro senza dire una parola.
Nel cortile della tenuta, uno degli anziani del consiglio della setta si avvicinò ai giornalisti che stavano arrivando sul posto.
“La Confraternita continuerà la sua missione,” dichiarò l’uomo davanti alle telecamere. “Il nuovo consiglio è già stato nominato e i nostri legali chiederanno l’annullamento di tutti i provvedimenti.”
L’Ispettrice Santoro mi si avvicinò, consegnandomi il foglio di affidamento provvisorio rilasciato dal Magistrato di turno.
“Matteo resta con te per ora, Marco,” disse la poliziotta. “Ma preparati: questo è solo l’inizio della vertenza legale.”
CAPITOLO 16: La stanza grigia a L’Aquila
Esattamente nove giorni dopo, mi trovavo seduto sulle sedie in plastica arancione della spoglia e grigia sala d’attesa del Tribunale dei Minori di L’Aquila.
Matteo era seduto accanto a me, intento a disegnare una moto rossa su un blocco per appunti.
Agnese Moretti si trovava agli arresti domiciliari nella sua casa di Roma in attesa del rinvio a giudizio, ma il suo pool di avvocati aveva già presentato tre ricorsi distinti per riottenere la custodia del bambino.
La battaglia giudiziaria si preannunciava lunghissima e piena di ostacoli legali che avrebbero richiesto anni di udienze.
Silvano entrò nella sala d’attesa, si sedette accanto a noi e appoggiò la mano sulla spalla di Matteo.
Fuori dalla grande vetrata del tribunale, una nevicata lenta e silenziosa copriva le auto e i palazzi del centro della città.
Matteo alzò lo sguardo dal foglio, mi guardò negli occhi e mi strinse forte la mano.
Sapevo che la Confraternita non avrebbe smesso di cercarlo e che la nostra strada sarebbe stata ancora piena di insidie.
Le sette costruiscono muri di silenzio e catene di debiti per farci credere di essere soli, ma il rombo di un motore libero fa sempre più rumore del loro terrore.
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