CHAPTER 1: Il veleno sotto il sole di luglio
Part 1
Tre giorni prima della festa privata al beach club di Forte dei Marmi, la mia padrona di casa, Ginevra Moretti, ha stabilito un codice di abbigliamento obbligatorio per tutte le invitate: solo bikini bianchi.
Sapeva perfettamente che sei mesi fa avevo perso una gravidanza al quarto mese in gran segreto, e che il mio corpo portava ancora i segni profondi e dolorosi di quel trauma.
L’ho sentita ridere in terrazza con mia cognata, mentre spiegava come quell’abito avrebbe messo in mostra le mie cicatrici addominali di fronte a trenta persone per umiliarmi pubblicamente.
Quando mio marito Matteo ha scoperto la verità, mi ha consegnato una borsa nera sigillata e mi ha detto di aspettare la domenica mattina per far valere la nostra dignità.
Ma quello che doveva essere un momento di riscatto si è trasformato in un incubo tragico da cui nessuno di noi potrà mai più tornare indietro.
Il sole di luglio picchiava sulla tenda di lino che separava la terrazza dal salotto. Non faceva molto per attutire le voci squillanti di Ginevra e Chiara.
Sentivo ogni parola, chiara come un rintocco di campana nel silenzio soffocante del pomeriggio.
Ero rannicchiata contro il divano in velluto, i muscoli tesi. Le dita strette intorno a un cuscino, un vago profumo di lavanda che non riusciva a lenire la rabbia che mi bruciava dentro.
“Povera Elena,” cinguettò Ginevra, e non c’era pietà nella sua voce, solo un’ironia tagliente come un coltello.
“Povera, si fa per dire,” aggiunse Chiara, la mia cognata, con una risatina sgradevole. “Non vuole mostrarci la sua pancetta. Ha paura di sfigurare.”
Ginevra sospirò, ma era un sospiro teatrale, di finto rammarico. “Dopo quello che ha passato, si capisce. Quelle cicatrici…”
Le sue parole erano una puntura diretta, precise, crude. Un riferimento alle strisce violacee che mi solcavano il ventre, i segni inequivocabili di una vita iniziata e poi recisa, sei mesi prima.
“Ma non si può venire alla festa in spiaggia di Forte dei Marmi vestita come una suora,” riprese Ginevra, la sua voce ora intrisa di un tono autoritario, quasi di rimprovero.
“Il dress code è bikini bianco per tutte. È chic, è di tendenza.”
Sentivo il sangue pulsare nelle tempie.
Non era un codice di abbigliamento innocente. Era una condanna, pensata per esporre la mia ferita più profonda alla vista di tutti.
“Ma sicuro, Gin,” rispose Chiara, la sua voce untuosa. “Farò in modo che sia impeccabile. Anzi, sarò io ad accertarmi che si presenti come si deve.”
Un’altra risata. Mi immaginavo i loro sorrisi compiaciuti, le teste che si muovevano in un’intesa malvagia.
Mi portai una mano all’addome, un gesto istintivo. Le cicatrici non erano solo sulla pelle, erano sotto, profonde nella carne, nel ricordo di quel quarto mese interrotto.
Ero rimasta sconvolta da come Ginevra sapesse ogni dettaglio. Quel giorno, però, capii.
Ginevra parlava con Chiara del Dr. Santoro, il ginecologo che seguiva anche l’amministrazione del nostro palazzo. Un uomo sbadato, propenso a mischiare documenti e cartelle cliniche.
“Santoro è un po’ svampito,” disse Ginevra. “Stava controllando i contratti di locazione… e si è lasciato sfuggire quelle cartelle. Le aveva proprio sul tavolo.”
La rabbia mi diede la forza di alzarmi. Non avrei permesso che queste donne mi distruggessero. Non di nuovo.
Sentii i passi di Matteo dietro di me. Le sue braccia mi avvolsero la vita, il suo profumo di sale marino e pino mi diede un attimo di tregua.
“Hai sentito?” sussurrai, la voce rotta.
Strinse la presa.
“Ho sentito tutto, amore mio,” rispose Matteo. Il tono era basso, ma la tensione nella sua voce era palpabile.
Si allontanò un attimo, il suo sguardo era un mix di dolore e determinazione.
Tornò con una borsa sportiva nera, piccola, sigillata con una zip. La posò sul tavolo basso di fronte a me.
“Cosa… cosa c’è qui dentro?” chiesi, la voce tremante.
“Questo,” disse, il suo sguardo che si incrociava con il mio, pieno di una promessa silenziosa, “è per domenica mattina. Alla festa.”
Il suo tocco sulla mia guancia fu fermo, rassicurante.
“La nostra dignità, Elena,” sussurrò. “Domenica, la riprendiamo.”
Part 2
Tre giorni dopo, la domenica mattina tanto attesa era finalmente arrivata.
Il sole era alto su Forte dei Marmi, riflettendosi sulle acque turchesi e sulle piscine scintillanti del beach club privato.
Matteo mi teneva la mano, stringendola forte mentre ci avvicinavamo all’ingresso. Il suo sguardo era una promessa silenziosa di forza.
Ginevra e Chiara erano già lì, sorridenti, le labbra rosso fuoco, circondate da una trentina di invitati in bikini bianchi. I loro occhi mi cercavano, aspettando il mio ingresso trionfale, o forse, la mia umiliazione.
Ma non ero io ad essere umiliata. Non quella volta.
Negli spogliatoi, invece di infilare quel maledetto bikini bianco, ho tirato fuori dalla borsa di Matteo l’abito di seta verde smeraldo di mia madre. Era stato fatto a mano da lei, prezioso come un gioiello, e lo indossavo con una dignità che Ginevra non avrebbe mai potuto toccare.
Quando sono uscita, i sorrisi di scherno di Ginevra e Chiara si sono spenti. I loro occhi hanno saettato dal mio viso all’abito, poi alla borsa nera che stringevo ancora in mano.
Un silenzio improvviso è calato sul beach club. Ogni sguardo era su di me.
Ho camminato a testa alta verso il centro della sala, dove Ginevra era in piedi, con un’espressione confusa.
Ho aperto la cerniera della borsa nera. Non c’erano costumi da bagno, né trucchi. Solo pile di fogli.
Ho estratto le visure catastali, i documenti che provavano la sua incapacienza finanziaria, la presenza di ipoteche abusive sul palazzo dove vivevamo, tutti i suoi segreti più sporchi.
I trenta invitati, che prima ridevano e chiacchieravano, erano ora attoniti.
Ginevra impallidì. Il suo volto, prima così trionfante, era diventato una maschera di orrore.
Ho mostrato i fogli uno ad uno, lasciando che il sole del mattino illuminasse i numeri e le firme. La festa sprofondò nel caos tra lo sgomento dei presenti.
CAPITOLO 2: Il prezzo della lealtà
L’aria nella villa privata di Ginevra Moretti era pesante, satura del profumo di gigli freschi e del vapore del caffè appena servito.
Meno di ventiquattro ore dopo lo scandalo al beach club, Ginevra aveva convocato d’urgenza la famiglia De Luca nel suo salone con pavimenti in marmo di Carrara.
Mia cognata Chiara sedeva sul divano di pelle bianca, giocherellando con il bordo della sua borsa firmata.
“I giornali locali stanno già facendo domande,” disse Ginevra, facendo scivolare un foglio protocollo sul tavolo di cristallo. “Ma possiamo risolvere questa situazione prima che distrugga tutti noi.”
Chiara fissò la padrona di casa. “In che modo?”
“Elena vi sta trascinando nel baratro con la sua instabilità,” rispose Ginevra con voce piatta. “Ho qui un accordo. Se firmi una dichiarazione in cui attesti che Elena soffre di allucinazioni e che non c’è mai stata alcuna gravidanza interrotta, io cancello il tuo debito.”
Chiara sgranò gli occhi. “Tutti i quarantaquattromila euro?”
“Quarantaduemila euro di arretrati azzerati all’istante,” corresse Ginevra, appoggiando una penna stilografica accanto al documento. “Più cinque anni di affitto gratuito per la tua boutique.”
Chiara non guardò nemmeno per un secondo verso la porta dietro cui sapeva che mi trovavo.
Afferrò la penna con dita tremanti e firmò in calce a ciascuna pagina.
“È la cosa giusta per la famiglia,” mormorò Chiara senza alzare lo sguardo.
Uscii dall’ombra dell’anticamera, sentendo il sangue rimbombarmi nelle tempie mentre il foglio firmato finiva al sicuro nella cassaforte di Ginevra.
CAPITOLO 3: La rete del ricatto
Tornai a casa trovando la porta dell’appartamento di mia suocera spalancata.
Teresa De Luca era seduta al tavolo della cucina, circondata da tazze da tè freddo e fogli catastali con il timbro della conservatoria.
Matteo era di fronte a lei, con le nocche bianche appoggiate sullo schienale di una sedia di legno.
“Mamma, dimmi che non l’hai fatto,” disse Matteo, la voce ridotta a un sussurro roco.
Teresa alzò gli occhi, gonfi di pianto ma duri come pietra. “Ho settantadue anni, Matteo. Non posso finire in mezzo alla strada per le guerre di tua moglie.”
“Hai ceduto il diritto di prelazione sulla casa di mio padre?” chiesi, facendo un passo avanti nel corridoio.
“Ginevra mi ha mostrato la diffida di sfratto esecutivo,” gridò Teresa, battendo il pugno sul tavolo. “Se non avessi firmato la rinuncia ai diritti d’acquisto dell’immobile, lunedì mattina gli ufficiali giudiziari avrebbero portato via i miei mobili.”
Matteo scosse la testa, incredulo. “Ci hai venduti tutti per la tua paura.”
“Se continui a difendere questa donna contro gli interessi della tua stessa carne e del tuo sangue,” disse Teresa puntando il dito tremante contro Matteo, “per me sei morto. Non rimetterai mai più piede in questa casa.”
Matteo prese la mia mano, ma le sue dita erano fredde come il marmo.
CAPITOLO 4: L’ombra del creditore
Quella notte stessa mi chiusi nello studio di casa, tirando fuori le vecchie ricevute dei canoni d’affitto e i fascicoli societari della Moretti Immobiliare S.r.l.
Lavorai per ore alla luce di una piccola lampada da tavolo, incrociando i numeri di conto corrente indicati dal dottor Santoro con i dati del registro delle imprese.
I numeri non tornavano. Ginevra incassava oltre quindicimila euro al mese dagli inquilini della palazzina, ma il suo conto aziendale era costantemente in rosso.
Tra le visure ipotecarie emerse una scrittura privata registrata presso uno studio notarile secondario di Livorno.
Un prestito informale di centottantamila euro con tassi di interesse al ventiquattro per cento annuo.
Il creditore non era una banca. Il nome registrato era quello di Lorenzo Ferri, noto alle cronache locali per la gestione del racket dei prestiti e del recupero crediti sulla costa.
Ginevra stava usando l’immobile della mia famiglia e i nostri contratti di locazione come garanzia fantasma per coprire le rate mensili dovute all’usuraio.
Sentii uno stomaco stringersi in una morsa di gelo.
La guerra di Ginevra contro di me non era questione di orgoglio o gelosia personale: la padrona di casa aveva disperatamente bisogno di pignorare e rivendere il nostro appartamento per non finire nelle mani della malavita.
CAPITOLO 5: Sfratto senza pietà
Il martedì successivo, verso le dieci del mattino, il rumore metallico di un trapano ad alta velocità rimbombò lungo il pianerottolo del terzo piano.
Uscii di corsa dal soggiorno e trovai due uomini in tuta da lavoro intenti a smontare la serratura della nostra porta d’ingresso.
Ginevra era in piedi al centro del pianerottolo, a braccia conserte, con un cappotto sartoriale grigio.
“Cosa state facendo?” gridai, cercando di interrogarli. “Questa è casa mia!”
“Non più,” disse Ginevra tirando fuori un foglio dalla borsa. “Questo è il verbale di presa in possesso immediata autorizzato dalla proprietaria di maggioranza dell’asse ereditario, Teresa De Luca.”
Uno dei fabbri staccò il blocco della serratura con un colpo di martello, facendolo cadere sul pavimento di graniglia.
“Lì dentro ci sono i miei vestiti, i ricordi di mia madre e i miei referti medici!” urlai, facendo un passo verso la porta.
Uno dei lavoratori si interpose fisicamente, allungando un braccio massiccio per sbarrarmi il passaggio.
“Tutti i beni personali verranno inventariati e trasferiti in un deposito esterno a vostre spese,” disse Ginevra senza battere ciglio. “Avete due ore per raccogliere quello che entra in una valigia.”
Fissai la porta della stanza dove conservavo ancora la cartella clinica dell’ospedale con le ecografie interrotte, ora del tutto inaccessibile.
CAPITOLO 6: La solitudine del custode
Incontrai mia cognata Chiara tre ore dopo in un caffè defilato vicino al porto canale di Viareggio.
Le appoggiai davanti la copia del contratto informale firmato da Ginevra con l’usuraio Lorenzo Ferri.
“Devi leggere questo, Chiara,” dissi a bassa voce. “Ginevra vi sta ingannando tutti. Non ha alcuna intenzione di cancellare i tuoi debiti, sta solo usando la famiglia per salvare se stessa dai suoi creditori.”
Chiara diede un’occhiata svogliata al foglio, poi spinse via la tazza di ginseng con un gesto infastidito.
“Pensi sempre di essere la più intelligente, vero Elena?” disse Chiara con un sorriso amaro. “La grande protettrice della famiglia De Luca.”
“Chiara, quella gente è pericolosa,” insistei. “Se Ginevra crolla, trascinerà anche te e tua madre nei guai finanziari.”
“Ginevra mi ha dato un documento scritto firmato dal suo avvocato,” rispose Chiara alzandosi dal tavolo. “Tu invece ci hai portato solo problemi, pianti e disgrazie da sei mesi a questa parte.”
Mi guardò dall’alto in basso, sistemandosi gli occhiali da sole scuri.
“Il tuo ruolo di custode di questa famiglia è finito,” disse prima di incamminarsi verso l’uscita. “Non cercarmi mai più.”
Rimasi sola al tavolo, guardando la mia immagine riflessa nella vetrina scura.
Capii in quel preciso momento che non potevo più fare affidamento su nessuno, nemmeno su Matteo.
Iniziai a preparare il dossier contabile completo in totale solitudine.
CAPITOLO 7: L’ultimatum sulla scogliera
Il giovedì pomeriggio seguii la Mercedes nera di Ginevra fino alla sua villa isolata sulla scogliera di Forte dei Marmi.
Parcheggiai la mia utilitaria a trecento metri di distanza, nascosta tra i pini marittimi della macchia mediterranea.
Mi avvicinai a piedi attraverso il giardino posteriore, strisciando vicino alla siepe di alloro fin sotto la veranda in cotto.
Dalla porta finestra parzialmente aperta giungevano voci concitate.
Un uomo alto, con i capelli rasati e una giacca di pelle scura, era in piedi di fronte a Ginevra. Era Lorenzo Ferri.
“I cinquantamila euro della rata di luglio dovevano essere sul mio conto ieri mattina, Ginevra,” disse Ferri, la voce priva di qualsiasi emozione.
“Ho bisogno di altri quattro giorni,” supplicò Ginevra, facendo un passo indietro verso lo scrittoio. “Sto finalizzando l’acquisizione dell’appartamento De Luca. Vale almeno trecentomila euro.”
Ferri sputò per terra, direttamente sul tappeto pregiato del salone.
“I tuoi sotterfugi con quegli straccioni non mi interessano,” disse Ferri muovendosi verso la porta. “Hai ventiquattro ore di tempo per darmi i soldi.”
“E se non ci riesco?” chiese Ginevra con la voce che le tremava.
“Se domani a quest’ora non ho il contante,” disse Ferri fermandosi sulla soglia, “i miei ragazzi daranno fuoco a questa villa e all’immobile in centro. Incasseremo l’assicurazione tramite le nostre società e chiuderemo il tuo conto per sempre.”
CAPITOLO 8: Trasparenze spezzate
Aspettai che la macchina di Ferri si allontanasse lungo il viale sterrato prima di fare la mia mossa.
Camminai a passi rapidi fino al patio ed entrai nello studio di Ginevra senza bussare.
Ginevra trasalì, versando metà del liquore che si stava servendo sopra i suoi documenti.
“Come ti permetti di entrare qui dentro?” gridò la donna, cercando di coprire i fogli sul tavolo.
Appoggiai la mia borsa di pelle nera sulla scrivania e ne estrassi una cartellina rigida piena di fotocopie.
“Ho le copie dei registri contabili della Moretti Immobiliare degli ultimi sei anni,” dissi mantenendo il tono di voce fermo. “So dell’appropriazione indebita dei nostri canoni e so del tuo debito con Ferri.”
Ginevra lasciò cadere il bicchiere di cristallo, che si frantumò in mille pezzi sul pavimento.
Invece di mostrare paura, il suo viso si contrasse in una smorfia di puro disprezzo.
“Pensi davvero che mi importi dei tuoi fogli?” disse Ginevra avvicinandosi a me. “Quella pagliacciata del bikini bianco al beach club… pensavi fosse solo ripicca?”
La fissai in silenzio.
“Volevo spezzarti emotivamente,” continuò Ginevra con una risata fredda. “Sapevo che se ti avessi umiliata davanti a tutti mostrando quelle tue cicatrici ridicole, saresti crollata e saresti fuggita via da Viareggio senza fare domande legali.”
CAPITOLO 9: Carte scoperte
Ginevra fece uno scatto improvviso in avanti, allungando le mani per afferrare la cartellina che tenevo stretta al petto.
La spinsi indietro con forza, facendola urtare contro la libreria in noce.
“I documenti cartacei che ho qui sono solo copie di cortesia,” dissi, mentre il suo respiro diventava affannoso.
Ginevra mi fissò con gli occhi sgranati dal panico. “Cosa hai fatto?”
“Il dossier originale con tutte le prove delle tue garanzie fantasma è stato consegnato un’ora fa al quartier generale di Lorenzo Ferri,” dissi scandendo bene ogni parola.
Il colore scomparve completamente dal viso di Ginevra, lasciandola di un grigio spettrale.
“Ferri ora sa che gli hai offerto in garanzia un immobile su cui gravano due ipoteche di primo grado e un contenzioso ereditario bloccato,” continuai. “Le tue garanzie valgono meno del foglio su cui sono stampate.”
“Sei una pazza!” gridò Ginevra aggrappandosi al bordo del tavolo per non cadere. “Quelli ci ammazzeranno tutti!”
“L’unica persona che ha distrutto tutto sei tu,” risposi facendo un passo verso la porta d’uscita.
Sulle scale esterne sentii Ginevra cominciare ad urlare istericamente contro i suoi avvocati al telefono.
CAPITOLO 10: La sera del giudizio
Il cielo sopra la costa di Forte dei Marmi si tinse di un viola scuro e minaccioso verso le otto della sera.
Matteo era arrivato nel nostro vecchio appartamento ormai vuoto, trovando la porta aperta e i documenti di spedizione del dossier lasciati sul tavolo del soggiorno.
Capendo immediatamente dove fossi diretta, salì in macchina guidando a velocità folle verso la scogliera.
Nel frattempo, nella casa di Teresa, la situazione era precipitata.
Chiara aveva ricevuto una telefonata terrorizzata dall’assistente di Ginevra, che annullava con effetto immediato qualsiasi accordo sulla cancellazione dei quarantaduemila euro di debito.
“Mamma, dobbiamo andare là!” urlò Chiara cercando le chiavi dell’auto. “Ginevra ci ha usate! Se la finanza sequestra i conti, pignorano anche i nostri beni!”
Teresa rimase seduta sulla sua poltrona, tremante, realizzando solo ora di aver firmato la condanna finanziaria della propria famiglia per rincorrere una falsa sicurezza.
Nessuno di loro sapeva che gli uomini di Ferri stavano già muovendosi nell’ombra lungo le strade provinciali.
Il tempo delle trattative era finito.
CAPITOLO 11: Fuoco sulla scogliera
Ritornai alla villa sulla scogliera verso le nove di sera per consegnare a Ginevra l’atto finale di rinuncia formale della mia famiglia, decisa a chiudere ogni pendenza e sparire per sempre dalla sua vita.
Mentre varcavo la soglia del salone, i fari di un’auto illuminarono a giorno la vetrata principale.
Era la macchina di Matteo. Mio marito scese a gran carriera, correndo verso l’ingresso con la respirazione affannosa.
“Elena! Vieni via subito da qui!” gridò Matteo afferrandomi per le spalle. “Non c’è più niente da salvare!”
Prima che potessi rispondergli, il rombo di due motori ad alta cilindrata coprì il suono delle onde del mare.
Due berline nere senza targa si arrestarono di traverso lungo il viale di accesso, bloccando completamente l’unica via di fuga.
Quattro uomini incappucciati scesero dai veicoli portando taniche di metallo da venti litri.
Gli uomini di Lorenzo Ferri erano arrivati con tre ore di anticipo rispetto all’ultimatum.
“Matteo, scappiamo dal retro!” urlai, cercando di tirarlo verso la veranda.
Ma la porta posteriore venne sfondata dall’esterno con un colpo di piede.
CAPITOLO 12: L’interruzione tragica
Gli usurai non pronunciarono una singola parola.
Iniziarono a versare benzina sulle tende, sui divani di pelle e lungo i pannelli di legno che rivestivano le pareti del salone.
Ginevra scese di corsa le scale del primo piano, urlando e lanciando oggetti contro gli aggressori.
Un uomo alto le sferrò un spinta violenta al petto, facendola cadere a terra ai piedi della scalinata.
Uno dei sicari estrasse un accendino di metallo, lo accese e lo lasciò cadere sulla moquette imbevuta di carburante.
Una fiammata alta tre metri esplose all’istante, bloccando l’uscita principale con un muro di fuoco arancione.
Il fumo denso e nero riempì il salone nel giro di pochi secondi, rendendo l’aria irrespirabile.
Dalle scale del seminterrato giunsero le urla disperate di Marco, il fratello minore di Ginevra, rimasto bloccato nel locale lavanderia.
Matteo mi spinse con forza verso una finestra laterale priva di sbarre. “Elena, esci! Fuori!”
“Non me ne vado senza di te!” urlai mentre le fiamme attaccavano il soffitto.
“Salvo il ragazzo e arrivo!” gridò Matteo, voltandosi per correre verso la trappola del seminterrato.
Mentre Matteo varcava l’arco in muratura, la trave portante in legno del soffitto, divorata dal fuoco, cede improvvisamente con un boato sordo.
Un’esplosione di macerie, calcinacci e scintille travolse l’ingresso del seminterrato, seppellendo mio marito sotto quintali di materiale incandescente.
CAPITOLO 13: Cenere e fumo
Le sirene dei vigili del fuoco risuonavano lontane nella notte mentre la struttura della villa continuava a crollare pezzo dopo pezzo.
I soccorritori mi trascinarono a forza lontano dal perimetro dell’incendio, mentre cercavo disperatamente di scavare a mani nude tra le pietre roventi.
Le mie dita erano coperte di ustioni e fuliggine, ma non sentivo alcun dolore fisico.
Ci vollero tre ore di lavoro ininterrotto dei pompieri per domare le fiamme e mettere in sicurezza la zona del crollo.
All’alba, due soccorritori uscirono dalle rovine portando una lettiga coperta da un telo isotermico grigio.
Mi inginocchiai sulla terra bagnata dall’acqua degli idranti quando vidi sporgere da sotto il telo la mano di Matteo, ancora stretta attorno al mio piccolo ciondolo d’argento.
Ginevra Moretti era riuscita a scappare a piedi attraverso i campi durante le prime fasi dell’incendio, riportando ustioni di secondo grado alle braccia.
L’intero patrimonio immobiliare della donna andò completamente distrutto o sequestrato dai creditori.
Ridotta sul lastrico e priva di qualsiasi copertura assicurativa, Ginevra sparì da Viareggio nei giorni successivi, vivendo nella costante fuga dagli uomini di Ferri che non avrebbero mai condonato il debito.
Non ci fu alcun processo spettacolare, né un arresto pulito: il sottosuolo criminale aveva regolato i conti a modo suo, lasciando dietro di sé solo morte e distruzione.
CAPITOLO 14: Compleanno tra le rovine
Oggi è il 14 luglio, il giorno del mio trentaseiesimo compleanno.
Cammino da sola tra i resti anneriti e scheletrici della villa sulla scogliera di Forte dei Marmi.
La vegetazione selvatica ha iniziato a ricoprire i blocchi di cemento bruciato e il mare continua a frangersi sulle rocce sottostanti con lo stesso ritmo indifferente di sempre.
Non c’è stata alcuna riconciliazione con la famiglia di Matteo.
Mia suocera Teresa e mia cognata Chiara vivono nell’isolamento più totale in una casa in affitto fuori città, schiacciate dalle spese legali e dal peso insopportabile del rimorso.
Non le ho più cercate, né loro hanno mai avuto il coraggio di guardarmi negli occhi.
Non ho conquistato alcuna vittoria, non ho ottenuto alcun risarcimento che possa restituirmi quello che ho perso.
Mi fermo sul ciglio della scogliera, stringendo forte nel pugno il ciondolo d’argento con le impronte di fuliggine ancora visibili sulle incisioni.
Il fuoco ha consumato i muri e le menzogne di chi voleva distruggerci, ma tra queste ceneri io non ho trovato alcuna vittoria: solo il silenzio eterno dell’unico uomo che mi abbia mai amata davvero.
Leave a Reply