CHAPTER 1: Il gelo nel mese di luglio
Part 1
In un soffocante pomeriggio di luglio a Roma, con 40 gradi all’ombra, stavo pranzando in una trattoria quando una bambina di sette anni, avvolta in un pesante cappotto invernale, è entrata correndo.
Mi ha abbracciato disperata le gambe, sussurrando che non sarebbe sopravvissuta se la avessero riportata nella villa sotterranea.
Pochi secondi dopo è entrato il mio socio d’affari Valerio Rossi, sfoggiando un sorriso cordiale e dicendo a tutti che si trattava solo di una crisi capricciosa di sua figlia.
Ma quando il bavero del cappotto della piccola si è spostato, ho visto lividi bluastri che sembravano piaghe da congelamento e una pelle gelida come il ghiaccio.
È stato allora che ho capito che la frode finanziaria che avevo denunciato nello studio era solo la copertura di un patto oscuro da cui nessuno di noi sarebbe uscito vivo.
La trattoria “Da Peppino” a Trastevere era affollata, ma l’aria stagnava. Ogni ventata proveniente dal ventilatore a soffitto non faceva altro che spostare l’afa. Gocce di sudore mi scendevano dalle tempie mentre cercavo di ignorare i 40 gradi che mi circondavano.
Ero a metà della mia carbonara, il piatto fumante un’ironia in quel forno romano.
Poi la porta, di solito tenuta aperta per far circolare un minimo di aria, sbatté contro il muro. Il frastuono fece tintinnare i bicchieri.
Una figura esile, non più grande di sette anni, si stagliò contro la luce accecante del luglio romano.
Indossava un pesante cappotto invernale imbottito, il tipo che si usa per sciare in montagna, non per una giornata così rovente. Il suo viso era pallido, sporco di terra e solcato dalle lacrime.
I suoi occhi, spalancati dal terrore, scrutarono la stanza prima di posarsi su di me.
Senza una parola, si lanciò attraverso il pavimento a scacchi, facendosi strada tra i tavoli ingombri di pasta al vapore e bicchieri d’acqua minerale che trasudavano condensa. I suoi piccoli stivaletti di pelle, altrettanto fuori luogo, scivolarono sulle piastrelle consumate.
Mi si aggrappò alle gambe con una presa dettata dalla pura disperazione.
Il mio piatto traballò pericolosamente, quasi rovesciando la carbonara.
“Ti prego,” sussurrò, la voce appena un soffio, mentre affondava il viso nel tessuto dei miei pantaloni. “Non lasciare che mi riportino nella villa sotterranea. Non sopravvivrò.”
Il mio stomaco si strinse. Villa sotterranea? Che diavolo stava dicendo?
Gli avventori, che avevano interrotto i loro pasti, si scambiarono sguardi inquieti. La vista di una bambina con un cappotto invernale in un giorno simile era già abbastanza stridente, ma le sue parole rimasero sospese nell’aria densa come una presenza fisica.
Proprio in quel momento, Valerio Rossi apparve sulla soglia. Si fermò, osservando la scena con un’aria di calma studiata. Il suo impeccabile abito di lino sartoriale, solitamente simbolo della sua eleganza disinvolta, sembrava beffare il caldo soffocante.
Si diresse verso di noi, il suo sorriso una maschera di preoccupazione e gentile autorità, costruita con cura.
“Beatrice, tesoro,” disse con una voce calma, quasi condiscendente. “Che fai? Abbiamo detto che non si scappa.”
Lo guardai avvicinarsi, un nodo freddo che mi si formava nello stomaco, e non aveva nulla a che fare con il condizionatore. Allungò una mano verso la bambina, il suo gesto tradiva una padronanza proprietaria.
“Mi scusi,” disse ai presenti, la sua voce risuonava nel piccolo locale. “È solo un piccolo capriccio di mia figlia. A volte ha questi… attacchi d’ansia.”
La bambina strinse la presa sulle mie gambe, tremando. Non di paura, pensai in quel momento, ma di rabbia.
“Papà, no!” gridò lei, la voce strozzata.
Valerio la afferrò per un braccio, tirandola con una fermezza che non si addiceva al suo sorriso conciliante. Il suo tocco era un comando silenzioso.
Mentre cercava di staccarla da me, il bavero del pesante cappotto invernale di Beatrice si spostò. Era di un tessuto spesso, quasi una pelliccia sintetica, troppo caldo per un luglio romano.
Fu in quel momento che lo vidi.
Sul suo collo, proprio sotto l’orecchio, una serie di lividi violacei si snodava sulla pelle diafana. Non erano i segni di una stretta, né le ecchimosi che si associano a una caduta.
Erano diversi.
Avevano una tonalità bluastra e una consistenza rugosa, quasi screpolata, che mi ricordò immediatamente le immagini mediche di piaghe da congelamento che avevo visto in un documentario anni prima.
Piaghe da congelamento. Con 40 gradi all’ombra a Roma.
La mia mente stentava a elaborare l’assurdità di quella visione. Era impossibile. Eppure, erano lì, inequivocabili.
Istintivamente, portai una mano verso il suo braccio per aiutarla a liberarsi dalla presa di Valerio, ma anche per toccarla.
La sua pelle era gelida. Non fredda, ma proprio gelida. Come se avesse trascorso ore in una cella frigorifera.
Non era solo una sensazione al tatto. Un alito di aria gelida mi investì quando la mia mano sfiorò la sua manica. Un freddo anomalo, un freddo che non aveva senso.
Valerio mi guardò con un sorriso teso, i suoi occhi mi lanciavano un avvertimento muto.
“Marco, per favore,” disse con una voce che era diventata più dura, quasi un ringhio coperto di zucchero. “Lascia stare. È mia figlia.”
La gente ai tavoli vicini stava chiaramente diventando nervosa. Il silenzio si era fatto più denso. Le forchette si erano fermate a mezz’aria.
“Valerio, cosa le hai fatto?” La mia voce uscì più roca di quanto avessi voluto.
Il mio socio mi lanciò uno sguardo di pura furia, ma si ricompose subito. Il suo volto tornò a essere una maschera affascinante.
“Niente che ti riguardi, Marco,” rispose con un tono che intendeva chiudere la conversazione. “È solo una bambina un po’ nervosa, lo sai. Ha la sua immaginazione.”
Ma le piaghe. Il freddo. Non era immaginazione. Era reale. E stava diventando più forte.
Dalla bambina, un alone di freddo impercettibile, quasi una brezza proveniente dal nulla, cominciò a diffondersi lentamente. Le goccioline di condensa sui bicchieri di acqua minerale iniziarono a solidificarsi, formando minuscoli cristalli di ghiaccio.
Un vecchio signore al tavolo accanto, che stava sorseggiando un bicchiere di vino bianco, si portò una mano alla gola.
“Mamma mia,” mormorò, stringendosi le spalle. “Che aria gelida. È forse l’aria condizionata che si è rotta?”
Ma non era l’aria condizionata. L’aria condizionata non produceva il freddo che stavo sentendo, un freddo che mi penetrava nelle ossa.
Il tavolo dove eravamo seduti, quello in legno massiccio, iniziò a mostrare una sottile patina di brina. I miei occhi si posarono sul mio bicchiere d’acqua. Un istante prima l’acqua era tiepida, ma ora potevo vedere chiaramente piccoli frammenti di ghiaccio galleggiare al suo interno.
Un brivido mi corse lungo la schiena, un brivido che non aveva nulla a che fare con la paura o la sorpresa, ma era il freddo stesso che mi stava penetrando.
Valerio si accorse che non ero l’unico a notarlo. I clienti più vicini al nostro tavolo iniziarono a mormorare, alcuni si sfregarono le braccia, altri si strinsero nei loro abiti leggeri estivi. Una donna lasciò cadere una forchetta, che risuonò sul pavimento.
L’aria intorno a Beatrice sembrava vibrare, densa di un gelo innaturale. Non era un freddo comune, quello che ti faceva battere i denti. Era un freddo antico, primordiale, che sembrava succhiare via il calore non solo dall’aria, ma anche dalla vita stessa.
I lividi sulla pelle di Beatrice erano la prova. La sua pelle gelida. Il freddo che ora avvertivamo tutti.
La mia denuncia per la frode finanziaria nello studio era stata solo la punta dell’iceberg. Questa non era solo corruzione o evasione fiscale.
Questa era… qualcosa di diverso. Qualcosa di oscuro. Qualcosa di terribile.
La brina si formava più rapidamente ora, non solo sul nostro tavolo, ma anche su quelli vicini, sui bordi delle finestre, sul vetro delle bottiglie di birra.
Un cameriere, che stava portando un piatto di pasta al tavolo dietro di noi, inciampò. Il piatto cadde a terra con un fracasso assordante, ma lui non sembrava preoccuparsi del cibo rovinato.
Si guardò intorno, gli occhi sgranati, il fiato che gli usciva in piccole nuvolette bianche nell’aria che pochi istanti prima era stata afosa.
Il suo sguardo si posò sulla bambina, poi su di me, e poi su Valerio. Era un’espressione di puro terrore e confusione.
Un’altra nuvoletta di vapore gli uscì dalle labbra.
Il freddo continuava a calare.
Stava diventando insostenibile.
Le persone stavano iniziando ad alzarsi dai tavoli, i volti pallidi, gli occhi che cercavano una spiegazione, una via d’uscita da quel gelo che le stava avvolgendo in un soffocante pomeriggio di luglio, a Roma.
Part 2
“Valerio, cosa sta succedendo?” Chiese una donna con un viso pallido, stringendosi al marito.
Valerio si raddrizzò, il suo sorriso tornò, più controllato che mai, un’immagine di autorità ferma e rassicurante in mezzo al panico crescente. Tirò fuori un portadocumenti di pelle dalla sua giacca e ne estrasse rapidamente alcuni fogli.
“Niente di grave, vi assicuro,” disse, mostrando i documenti agli avventori più vicini. “Beatrice è una bambina molto… sensibile. Soffre di una rara fobia, una condizione che la porta a sentirsi in ipotermia anche con il caldo più opprimente.”
Indicò i fogli con un gesto ampio. “Questi sono certificati medici e documenti notarili autenticati dal Dottor Ferri. Dimostrano che la sua condizione è gestita e che ha bisogno di cure specifiche. Questo cappotto, per quanto strano possa sembrare, è parte del suo protocollo terapeutico.”
Le persone si scambiarono sguardi incerti. I nomi e i timbri ufficiali sul documento sembravano placare alcuni, anche se il freddo innaturale continuava a far tremare gli avventori. La loro confusione iniziò a trasformarsi in imbarazzo per aver dubitato di un uomo così distinto.
Valerio usò quel momento di esitazione per cercare di tirar via Beatrice dalle mie gambe. “Vedi, tesoro? Nessuno ti vuole fare del male. Dobbiamo andare dal Dottore.”
Beatrice, però, non si mosse. Afferrò ancora più forte la stoffa dei miei pantaloni. I suoi occhi terrorizzati, ora che Valerio era distratto a rassicurare la folla, si alzarono verso di me.
Le sue labbra bluastre si mossero appena, quasi senza emettere suono, solo un leggerissimo soffio gelido.
“Non è una fobia,” sussurrò, le parole a malapena percepibili sopra il mormorio della gente e il tintinnio del ghiaccio che si formava.
I suoi occhi si allargarono, pieni di una verità così sconvolgente che mi fece gelare il sangue nelle vene, molto più di quanto potesse fare l’aria intorno a noi.
“Papà non è il mio vero papà,” disse, la voce che si trasformava in un gemito strozzato. “Mi ha presa. Mi ha portata lì sotto per lei.”
Indicò vagamente verso il basso, verso il pavimento, verso la terra sotto la trattoria.
“Nella cantina dello studio,” continuò, la sua voce era un sussurro sempre più disperato. “C’è un’altra bambina. Fatta di ghiaccio.”
CAPITOLO 2: Il sigillo del notaio Ferri
Il condizionatore dell’ufficio notarile a Prati sibilava a vuoto, senza scalfire l’afa di quaranta gradi che trapelava dai vetri.
Giacomo Ferri sorgeggiò il suo minerale tiepido, aggiustandosi i gemelli d’oro sui polsini della camicia di seta.
“Hai perso il tuo tempo, Marco,” disse il notaio, lasciando cadere una cartellina verde sulla scrivania di noce. “La tua bella segnalazione alla Guardia di Finanza sulle fatture di *Castelli & Rossi* è già stata archiviata.”
Aprii il fascicolo con le dita tremanti. In cima al documento campeggiava il timbro di chiusura indagine, siglato appena quattro ore prima.
“Come è possibile?” chiesi, con la voce che mi si bloccava in gola. “Ci sono tre milioni di euro spariti nei conti ombra della società.”
“Ho presentato io stesso i registri immobiliari integrativi,” rispose Ferri, inclinando il capo con un sorriso gelido. “Risulta tutto in regola per la legge.”
La porta dello studio scattò. Sullo schermo della telecamera di sicurezza nell’angolo, la figura di Valerio Rossi apparve mentre saliva le scale dell’androne.
“Sei un uomo intelligente, Bellini,” sussurrò il notaio, avvicinandosi. “Non impicciarti in cose più grandi del tuo bilancio d’esercizio.”
I fogli tra le mie mani erano freddi al tatto, ricoperti da una sottile patina di condensa che non avrebbe dovuto esistere in quell’ufficio infuocato.
“Avete falsificato i dati catastali per coprire la villa sotterranea,” dissi, indietreggiando verso la porta.
“Nessuno crederà a un revisore dei conti sull’orlo del crollo emotivo,” replicò Ferri.
Scesi le scale di corsa prima che l’ascensore si aprisse al piano, mentre i passi pesanti di Valerio rimbombavano nel vano scale.
CAPITOLO 3: La guardia nell’ombra
L’aria di via Cola di Rienzo mi colpì come una mazzata sul petto. Il calore dell’asfalto fondeva le suole delle mie scarpe.
Non feci in tempo a percorrere venti metri che una figura imponente mi sbarrò il passo, piantando gli stivali sul marciapiede.
Stefano Riccardi indossava l’uniforme nera da guardia giurata della *Securitas*, con la fondina della pistola d’ordinanza ben visibile sulla cintola.
“Si fermi, dottor Bellini,” disse la guardia, allungando una mano sul mio petto per bloccarmi contro il muro di un negozio.
“Lasciami andare, Stefano,” ribattei, cercando di schivarlo. “Valerio ti sta usando.”
“Ho un’ordinanza di custodia cautelare temporanea emessa per la tutela della minore,” dichiarò Riccardi, mostrando un foglio plastificato firmato dal notaio Ferri. “Lei ha sottratto la figlia del dottor Rossi con la forza.”
Dalla macchina parcheggiata a doppia fila emersero i lamenti soffocati di Beatrice, ancora chiusa dentro il pesante cappotto blu.
“Guarda la bambina!” gli urlai, indicando il finestrino appannato dall’interno. “Ci sono quaranta gradi ed è avvolta nella lana! Sta congelando!”
Stefano esitò un istante, lo sguardo che oscillava tra il documento ufficiale e il vapore anomalo che usciva dagli sfiati dell’auto.
“Il padre mi ha spiegato la situazione clinica,” disse la guardia, afferrandomi un polso per ammanettarmi alla spalliera della panchina. “Ha una rara forma di fobia termica corporea.”
Valerio uscì dal portone dello studio, camminando a passo lento con le mani in tasca e un sorriso d’ottone sulle labbra.
CAPITOLO 4: La testimone del 1994
Sfruttai il secondo di distrazione di Stefano mentre guardava il suo capo per sfilare il braccio dalla giacca, lasciando il tessuto nella sua presa.
Scattai tra le auto incolonnate nel traffico di Trastevere, afferrando la piccola Beatrice dal sedile posteriore sbloccato prima che Valerio potesse reagire.
I vicoli stretti ci inghiottirono fino al portone ricoperto di edera secca al civico 14 di via dei Genovesi.
Teresa Moretti aprì la porta con tre mandate di catena, il viso solcato da rughe profonde e gli occhi gonfi di pianto.
“So perché sei qui, Marco,” disse l’anziana ex governante, tirandoci dentro l’androne buio che odorava di incenso e canfora.
Sull’antico tavolo di legno della cucina giacevano tre fotografie ingiallite risalenti all’estate del 1994.
Una bambina di sette anni, vestita con lo stesso identico cappotto di lana scura, sorrideva a fatica al fianco del padre di Valerio.
“Quella era Elena,” sussurrò Teresa, toccando l’immagine con il dito tremante. “Dicevano a tutti che era fuggita con la madre in Svizzera.”
“Dove si trova adesso?” chiesi, sentendo il pavimento sotto i piedi farsi insolitamente freddo.
“Non è mai arrivata in stazione,” rispose la donna, scuotendo la testa mentre si toccava il rosario al collo. “L’hanno murata viva nella cantina sotterranea dello studio per rinnovare il patto d’affari.”
CAPITOLO 5: La pergamena nel cappotto
Beatrice sedeva su una sedia di paglia, le labbra cianotiche e il respiro che formava piccole nuvole bianche nell’aria stagnante della stanza.
“Ha freddo, Marco,” mormorò la bambina, stringendosi le braccia al petto. “I vermi di ghiaccio stanno salendo dalle caviglie.”
Mi inginocchiai davanti a lei per slacciare i grandi bottoni di osso del cappotto invernale.
Il tessuto era rigido, imbevuto di un’umidità salmastra che sapeva di terra di sepolcro.
Nel far scivolare le dita lungo la fodera interna di seta rossa, avvertii una sagoma dura cucita tra l’imbottitura e la stoffa esterna.
Estrassi un piccolo bisturi da tasca dalla mia valigetta e incisi le cuciture con cura.
Ne trassi un foglio di pergamena ingiallita, spesso e scricchiolante, ricoperto da una calligrafia in inchiostro di china nera risalente al 1782.
In calce all’atto, sotto le firme dei fondatori della confraternita immobiliare, figurava un sigillo di cera lacca scura impressa con uno stemma di famiglia.
“Leggilo,” disse Teresa, coprendosi il volto con le mani.
Tra i nomi dei testimoni dell’accordo di vendita del terreno compariva a chiare lettere la firma di Matteo Bellini, il mio trisnonno.
CAPITOLO 6: La brina a Trastevere
Il caldo torrido del pomeriggio romano continuava a premere contro le persiane chiuse dell’appartamento di Teresa.
All’improvviso, un crepitio secco risuonò dai vetri delle finestre rivolte sulla strada.
Piccoli aghi di ghiaccio iniziarono a ramificarsi sulla superficie esterna del vetro, espandendosi a raggiera dal centro verso i bordi.
“Sta arrivando,” sussurrò Beatrice, battendo i denti mentre la temperatura della cucina crollava a picco.
Il termometro a parete scese da trentotto gradi a dodici in meno di un minuto.
Sulle mattonelle di cotto del pavimento si formò una sottile patina bianca che scricchiolava sotto le suole.
Guardai fuori dalla fessura della persiana: i passanti in strada camminavano sudati sotto il sole cocente, del tutto ignari del gelo che stava isolando la nostra stanza dal resto del mondo.
“Valerio ha attivato il richiamo,” disse Teresa, raccogliendo le sue poche cose in una borsa di tela. “Se la mezzanotte scocca e la bambina si trova sopra il livello del suolo, la terra rivorrà il suo saldo.”
Un colpo forte e cadenzato fece tremare il legno massiccio del portone d’ingresso.
“Bellini! Apri questa porta!” la voce di Valerio rimbombò attraverso le fessure ricoperte di brina. “Non puoi fermare un debito di tre secoli!”
CAPITOLO 7: Il dubbio della guardia
Nel vicolo sul retro, la guardia Stefano Riccardi era appostata accanto alla sua pattuglia con la radio di servizio in mano.
“Centrale, mi sentite?” disse la guardia, ricalibrando il codice del documento ricevuto da Valerio. “Verifica protocollo atto numero 1782-B.”
La voce metallica dell’operatore gracchiò dal ricevitore dopo pochi secondi di silenzio.
“Pattuglia quattro, l’atto citato risulta catalogato come transazione immobiliare privata del fondo parrocchiale datata diciotto novembre millesettecentottantadue. Nessun valore giudiziario attuale.”
Stefano abbassò il microfono, lo sguardo rigido fisso sulla carta intestata che Valerio gli aveva consegnato come ordinanza del tribunale.
In quel momento scesi dalla scala antincendio, tenendo Beatrice stretta al collo per proteggerla dai cristalli di ghiaccio che le cadevano dai capelli.
La guardia estrasse la pistola dalla fondina, ma non la puntò contro di me; la mantenne rivolta verso il basso.
“Quel documento è un falso notarile, Stefano,” dissi, fermandomi a tre passi da lui sul marciapiede rovente. “Guarda la data d’archivio.”
Riccardi passò il pollice sulla firma di Giacomo Ferri, notando che l’inchiostro fresco copriva una dicitura a sbalzo del secolo precedente.
“Mi ha usato per fare il lavoro sporco,” mormorò la guardia, riposizionando l’arma nella fondina con uno scatto secco. “Dove dovete andare?”
CAPITOLO 8: L’archivio sotto la chiesa
La vettura di Stefano sfrecciò a sirene spente verso la Basilica di San Crisogono, schivando il traffico paralizzato del lungotevere.
Ci infilammo nel portone laterale dell’archivio diocesano, dove il profumo di pergamena antica e cera d’api saturava l’aria.
Don Filippo Conti, un sacerdote sulla sessantina con gli occhiali da lettura posati sul naso, ci accolse nel suo studio privo di finestre.
“Padre, deve guardare questo,” dissi, stendendo il manoscritto trovato nel cappotto sopra il suo tavolo da lavoro.
Il sacerdote prese una lente d’ingrandimento, esaminando la dicitura latina incisa lungo i margini della pergamena.
Il suo viso perse colore non appena riconobbe l’incisione circolare al centro del foglio.
“Questo non è un semplice contratto di compravendita,” spiegò Don Filippo, alzando gli occhi verso la bambina che tremava sulla panca di legno. “È una clausola di scambio legata all’ipogeo pagano situato sotto le fondamenta di *Castelli & Rossi*.”
“Cosa chiedono in cambio della ricchezza dello studio?” chiesi.
“Una vita di sangue incolpevole ogni trent’anni,” rispose il sacerdote con voce ferma. “Un sacrificio offerto al custode del gelo sotterraneo per mantenere intatti i beni della società.”
CAPITOLO 9: Le carte bruciate del 2005
Don Filippo si avviò verso la grande cassaforte in ferro battuto incassata nella parete di fondo della sagrestia.
Girò la combinazione a quattro cifre ed estrasse un fascicolo rilegato in pelle nera con i bordi visibilmente carbonizzati.
“Il ventidue ottobre del 2005,” raccontò il sacerdote, posando il volume aperto sul tavolo, “il notaio Giacomo Ferri penetrò in questo archivio di notte.”
“Voleva distruggere i registri delle nascite?” chiesi.
“Tentò di appiccare il fuoco a tutta la sezione parrocchiale,” rispose Don Filippo, mostrando le pagine annerite dal fuoco. “Voleva cancellare le tracce delle adozioni fittizie organizzate dallo studio per procurarsi le vittime designate.”
Sulle righe scampate alle fiamme figuravano tre nomi di bambine registrate come orfane e prese in affido temporaneo dai soci dello studio dal 1964 a oggi.
Ogni adozione si era conclusa con una segnalazione di scomparsa mai approfondita dalle autorità locali.
“Ferri ha firmato ogni singolo passaggio di proprietà della carne,” continuò il sacerdote con disprezzo. “Ha trasformato la legge degli uomini in una copertura per un culto di sangue.”
Un rumore metallico di vetri infranti risuonò dal corridoio esterno dell’archivio, seguito da passi pesanti che marciavano verso la stanza.
CAPITOLO 10: Irruzione al tramonto
La porta di quercia dell’archivio venne abbattuta con un colpo di mazza ferrata che fece volare le schegge di legno sul pavimento.
Valerio Rossi entrò per primo, seguito da tre uomini in abiti scuri armati di sbarre di ferro e taser tattici.
L’aria all’interno del soffitto a volta crollò istantaneamente a zero gradi, congelando l’inchiostro nei calamai sui tavoli.
“Restituiscimi mia figlia, Bellini,” disse Valerio, la cui voce sembrava ora proveniere da una cavità profonda e priva di eco.
“Non è tua figlia!” gridò Don Filippo, alzando un rasoio d’argento liturgico verso gli assalitori. “Questa creatura non ti appartiene più davanti a Dio!”
Uno degli uomini assoldati avanzò verso la bambina, afferrando Beatrice per il bavero del cappotto di lana.
Non appena le dita dell’uomo toccarono il tessuto, una scossa di gelo risalì lungo il suo braccio, congelando la manica della giacca in una frazione di secondo.
L’aggressore urlò di dolore, lasciando cadere la sbarra di ferro che si spezzò in tre pezzi sull’asfalto interno come se fosse fatta di vetro soffiato.
“Prendetela!” ruggì Valerio, indietreggiando di un passo mentre il suo stesso fiato si trasformava in neve sottile.
CAPITOLO 11: Il tocco della neve
Beatrice sollevò lo sguardo verso il soffitto dell’archivio, le pupille completamente dilalate ed opache come due sferette di ghiaccio profondo.
Un vento gelido e privo di direzione iniziò a soffiare all’interno della stanza chiusa, facendo volare i fogli dei registri cinquecenteschi.
Le maniglie in ottone massiccio delle porte d’uscita si ricoprirono all’istante di uno strato di brina spessa tre centimetri.
Quando uno degli uomini di Valerio tentò di girare la chiave per chiuderci dentro, il metallo della serratura si congelò fino a fessurarsi con un suono simile a un colpo di pistola.
I meccanismi interni dell’edificio si bloccarono, congelando le cerniere e saldando le uscite nel metallo pietrificato dal freddo.
“Sta prendendo il controllo della catacomba,” gridò Don Filippo, cercando di fare scudo alla bambina con il suo corpo.
Valerio tentò di muoversi verso di me, ma i suoi stivali di pelle si piantarono sul pavimento, incollati dalla brina rapida che risaliva lungo le sue caviglie.
“Marco!” urlando Valerio, la pelle del viso stretta e tesa sulle ossa come quella di un cadavere congelato. “Se non la portiamo all’altare prima di mezzanotte, la struttura crollerà su tutti noi!”
CAPITOLO 12: Il sangue dei fondatori
Don Filippo afferrò il braccio di Marco, trascinandolo vicino al grande registro della confraternita aperto sotto la luce della lampada a olio.
“Devi capire la verità prima che sia troppo tardi,” disse il sacerdote, indicando una nota a margine stilata nel 1782.
“Cosa centra la mia famiglia?” chiesi, spazzando via la brina che copriva il testo in latino.
“Tuo nonno non fu solo un testimone casuale,” spiegò Don Filippo con voce tremante. “Fu colui che fornì le garanzie finanziarie per l’acquisto della sede di Trastevere.”
La clausola numero sette del documento parlava chiaro: la catena di responsabilità del patto non si estingueva con la morte dei primi firmatari, ma si trasferiva ai successori legali e ai soci d’affari dell’agenzia.
“Se Valerio muore senza consegnare la bambina,” continuò il sacerdote, “l’entità non cancellerà il debito. Reclamerà il socio superstite iscritto negli atti.”
Guardai le mie mani: le unghie stavano iniziando a tingersi di un viola scuro, lo stesso colore delle piaghe da congelamento di Beatrice.
Io non ero lì per caso a salvare quella bambina; la mia presenza nello studio era stata orchestrata da Valerio fin dal primo giorno per avere un sostituto pronto in caso di fallimento.
CAPITOLO 13: La chiave nel crocefisso
La porta laterale dell’archivio parrocchiale si spalancò con un crepito di legno spezzato.
Teresa Moretti entrò nella stanza, stringendo tra le mani un pesante crocifisso di legno scuro lungo trenta centimetri.
L’anziana donna avanzò lentamente verso il tavolo da lavoro, ignorando gli uomini di Valerio ancora bloccati dal ghiaccio.
“L’ho tenuta nascosta per trent’anni,” disse Teresa, posando il crocifisso sul tavolo davanti a Don Filippo.
Con dita abili, la donna ruotò la base intagliata del legno, rivelando una cavità interna foderata di velluto nero consumato.
All’interno giaceva una pesante chiave in ferro battuto, con il congegno a tre mappe sormontato dall’incisione di un teschio e di un anello di ghiaccio.
“Questa apre il registro originale della cisterna sotto la trattoria,” spiegò l’anziana governante. “È lì che l’atto primogenito è stato murato nel 1782.”
“Bisogna distruggerlo sul luogo della consacrazione,” disse Don Filippo, prendendo la chiave d’ferro.
Valerio scosse le spalle con violenza, spezzando lo strato di ghiaccio che gli bloccava le gambe e scagliandosi verso il tavolo.
CAPITOLO 14: Il prezzo del silenzio
Il notaio Giacomo Ferri comparve improvvisamente sulla soglia del corridoio esterno, la giacca strappata e il viso madido di un sudore denso e freddo.
“Valerio! Dammela!” urlò il notaio, mostrando una tanica di benzina e un accendino di metallo. “Bruciamo tutto adesso! Se la polizia trova questi registri finiremo all’ergastolo!”
“Sciocco,” disse Valerio, voltandosi verso di lui con gli occhi pieni di una rabbia disperata. “Se bruci la pergamena senza la lettura di scioglimento, ci prenderanno entrambi adesso!”
Ferri scattò verso il crocifisso per afferrare la chiave di ferro, ma Valerio fu più veloce.
Il mio socio afferrò il notaio per il bavero della giacca, spingendolo con forza immane contro la colonna di marmo dell’archivio.
Un suono secco e sordo di vertebre spezzate risuonò nella stanza chiusa.
Il corpo del notaio Ferri scivolò a terra come un sacco vuoto, gli occhi spalancati e privi di vita fissi sul soffitto a volta.
“Nessuno distruggerà le mie garanzie,” disse Valerio con calma spietata, ripulendosi le mani sul vestito del morto.
CAPITOLO 15: Il raduno nella trattoria soffocante
La corsa disperata attraverso i vicoli di Trastevere ci riportò esattamente al punto di partenza: la piccola trattoria di via della Lungaretta dove tutto era iniziato pochi orari prima.
Fuori l’afa di Roma toccava i quarantuno gradi, creando un miraggio di calore luccicante sull’asfalto sconnesso del vicolo.
Dentro il locale abbandonato, i tavoli di legno erano ricoperti da uno strato di brina bianca lungo i bordi.
Stefano Riccardi sbarrò la porta d’ingresso con un trave di legno, mentre Don Filippo posava la pergamena e la chiave d’ferro sul tavolo centrale.
Valerio abbatté i vetri della finestra frontale, entrando nel locale con una pistola stretta nella mano destra.
“È finita, Marco,” disse Valerio, la voce alterata da una vibrazione metallica che faceva tremare i bicchieri sulle mensole. “Mancano tre minuti alla mezzanotte. La terra rivuole quello che le spetta.”
Il pavimento al centro della trattoria iniziò a crepitare, le mattonelle di cotto si spaccarono lungo le linee di fuga, rivelando un’oscurità sotterranea da cui saliva un freddo paralizzante.
CAPITOLO 16: La lettura del registro di sangue
Don Filippo si piantò davanti alla voragine che si stava aprendo nel pavimento, impugnando la chiave d’ferro e aprì il registro di sangue.
La sua voce risuonò forte e solenne nell’aria gelida della trattoria.
“In nomine Patris, io invoco la clausola di risoluzione dell’accordo del diciotto novembre millesettecentottantadue!” recitò il sacerdote in latino, la voce che sopraffaceva il rumore del pavimento che crollava.
Le crepe si allargarono a dismisura, inghiottendo le sedie e i tavoli vicini in un buio fitto e privo di fondo.
“Articolo nove!” gridò Don Filippo, indicando la firma di Valerio sulla pergamena. “In caso di violazione dell’innocenza del custode, la sentenza ricade interamente sul contraente principale che ha sottoscritto la frode!”
Un soffio di aria nerissima ed estasiata dalla cisterna sotterranea investì la stanza, congelando le pareti d’intonaco all’istante.
Valerio tentò di alzare l’arma per sparare al sacerdote, ma le sue dita si pietrificarono sul grilletto in una morsa di ghiaccio scuro.
“No!” urlò Valerio, mentre sottili braccia fatte di ombra e brina emergevano dall’abisso sotto i suoi piedi per afferrarlo alle caviglie.
CAPITOLO 17: La voragine e il riscatto
Le ombre di ghiaccio nero avvolsero le gambe di Valerio Rossi, tirandolo verso la spaccatura del pavimento con una forza irresistibile.
L’antagonista lottò con tutte le sue forze, piantando le unghie tra le mattonelle spezzate mentre il suo volto si deformava in una maschera di terrore puro.
“Marco! Aiutami!” urlò Valerio, la sua voce che si spezzava nel gelo acuto. “Siamo soci! Hai firmato anche tu i conti dello studio!”
“I miei conti erano puliti, Valerio,” risposi, rimanendo fermo al fianco di Beatrice. “Sei stato tu a vendere la tua anima al sottosuolo.”
Con un ultimo urlo disperato che invocava il nome del suo antenato del 1782, Valerio fu trascinato a testa in giù nella voragine profonda della cisterna.
Il pavimento di cotto si richiuse immediatamente sopra di lui con uno schiocco secco di pietra e ghiaccio.
La crepa scomparve, lasciando sul terreno solo una macchia di condensa scura che evaporò nel giro di pochi secondi.
Il silenzio piombò nella trattoria, rotto solo dal respiro affannato dei superstiti.
CAPITOLO 18: Il ciclo senza fine
Don Filippo lasciò cadere il registro parrocchiale sul tavolo, le dita tremanti che scorrevano sull’ultima riga del documento antico.
“È finita?” chiesi, avvicinandomi per sostenere Beatrice che continuava a respirare a fatica.
Il sacerdote alzò lo sguardo verso di me, gli occhi pieni di una pietà antica e terribile.
“Leggi qui, Marco,” disse con voce quasi inudibile, indicando una nota in corsivo sul fondo della pagina recisa.
‘In assenza o consumazione del contraente primario, le garanzie, i crediti e i debiti di sangue passano di diritto al socio d’affari superstite registrato negli atti vigenti.’
Il cuore mi si fermò nel petto.
Guardai la mia firma in calce al contratto di costituzione della società *Castelli & Rossi*, rinnovato due anni prima davanti allo stesso notaio Ferri.
La patina di ghiaccio scuro non era scomparsa con la morte di Valerio; stava semplicemente mutando forma, trasferendosi lentamente lungo i vasi sanguigni delle mie braccia.
CAPITOLO 19: Stesso giorno, stessa ora
Senza alcun salto temporale, nell’esatto istante in cui le lancette dell’orologio della trattoria segnavano lo scoccare del minuto successivo, il freddo estremo dentro la stanza iniziò a ritirarsi.
La patina di brina sulle vetrate si sciolse in poche gocce d’acqua che evaporarono instantaneamente per il calore di ritorno.
Beatrice smise improvvisamente di tremare.
Il colore roseo tornò sulle sue guance, la pelle gelida si riscaldò e la bambina svenne per l’esaurimento tra le braccia dell’anziana Teresa.
“La bambina è libera,” mormorò Teresa, bagnando un panno d’acqua tiepida per pulire la fronte della piccola. “Il suo debito è stato saldato.”
Stefano Riccardi rinfoderò la pistola, guardandomi con un senso di smarrimento totale mentre si ripuliva la polvere dell’uniforme.
Io rimasi seduto sulla sedia di legno al centro del locale, sentendo un freddo sottile e impercettibile insediarsi definitivamente all’altezza del mio sterno.
L’afa di quaranta gradi di Roma rientrò dalle finestre rotte, riempiendo la trattoria del solito odore di fritto e asfalto bagnato.
CAPITOLO 20: La morsa del ritorno
Mi riassettai al tavolo d’angolo della trattoria di Trastevere, lo stesso identico posto dove avevo iniziato il mio pranzo tre ore prima.
Il cameriere si avvicinò con un piatto di pasta fumante, ignaro di tutto ciò che era accaduto tra quelle pareti pochi minuti prima.
“Tutto bene, dottor Bellini?” chiese l’uomo, asciugandosi il sudore dalla fronte con un canovaccio. “Fa un caldo che si muore oggi.”
“Tutto bene,” risposi con voce piana, toccandomi il polso dove le vene apparivano ora di un blu leggermente troppo scuro.
All’improvviso, la porta d’ingresso della trattoria si spalancò di colpo sotto la spinta di un colpo di vento improvviso.
Una bambina sconosciuta di circa sette anni, avvolta in un pesante cappotto invernale di lana scura, entrò correndo nel locale.
I suoi occhi sgranati dal terrore cercarono disperatamente una via di fuga, prima di puntare direttamente verso il mio tavolo d’angolo.
La piccola corse verso di me, abbracciandomi le gambe con forza e sussurrando le stesse identiche parole che avevo già sentito.
Credevo di aver spezzato la catena smascherando i loro segreti, ma nel buio di questa calura soffocante ho capito che non siamo mai stati i salvatori: eravamo solo i prossimi sulla lista.
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